“Il primo amore non si scorda mai” è un motto abusato, ma si attaglia perfettamente a Marco Columbro. Scoprì il teatro a 21 anni, e da allora – nonostante i ripetuti ‘tradimenti’ con la TV - il cuore è rimasto sempre lì tra le tavole del palcoscenico. E pensare che cominciò tutto per gioco: per pura goliardia, aveva accettato la scommessa di mettere in piedi uno spettacolo. Niente di serio, insomma. Se non fosse che però la sua “Cantatrice calva” di Ionesco alla fine vinse il primo premio di un concorso. A quel punto lì, la strada era segnata: da Viareggio a Firenze, fino ad arrivare a Milano, città che gli ha portato fortuna su tutti i fronti. Sognava Strehler, come tutti i giovani teatranti degli anni ‘70. Un sogno che non si realizzò mai, ma in compenso incontrò un signore di nome Dario Fo (recitò nella “Histoire du soldat” e ne “Gli arcangeli non giocano a flipper”). Dopo l’esperienza con Fo, era tutto più chiaro: Columbro era nato per sviluppare la corda comica, non doveva far altro che affinarla. E così negli anni Ottanta, ormai rapito dalle luci della ribalta televisiva, divenne uno dei più simpatici e amati personaggi del piccolo schermo. Il resto è storia nota: il successo di “Tra moglie e marito”, programma che non piaceva ai direttori dei TG, perché gli rubava milioni di spettatori; il sodalizio felicissimo con Lorella Cuccarini; le fiction, grazie a cui il grande pubblico ha scoperto il suo talento d’attore. Ci sarebbe poi un capitolo a parte da dedicare alla vita spirituale di Columbro. Ma forse un capitolo non basterebbe: ci vorrebbe un libro.

La ribalta televisiva ha i suoi indubbi vantaggi, ma ogni tanto ritorna il desiderio di respirare la polvere del palcoscenico. L’applauso di un teatro pieno è una conquista per ogni attore. Ma forse, per chi come Enzo Iacchetti ha avuto una gavetta dura e difficile, è una soddisfazione ancora più grande. A quarant’anni, quando per la prima volta il pubblico di Striscia lo vide dietro la scrivania, aveva alle spalle di tutto: tuttofare in una radio locale; cabaret nel mitico Derby; ‘canzoni bonsai’, con un’umile chitarra a tracolla, al Maurizio Costanzo show. Ora è un signore di sessant’anni che osserva con una certa amarezza - ovviamente filtrata dall’ironia - lo stato di salute della nostra Italia. Non è contento di come ci vanno le cose. Ma farebbe sue le parole di Giorgio Gaber: Io non mi sento italiano. Ma per fortuna, o purtroppo, lo sono.

Il suo volto accattivante racconta una passione nata all’asilo e diventata una vocazione e una professione. Sicura, decisa, determinata? A volte il palcoscenico protegge più della vita. Donatella Barbagallo sarà in scena dall’11 al 14 dicembre al Piccolo Teatro Campo d’Arte di Roma con lo spettacolo “Erotomaniaci”, di cui è regista e protagonista.

Francesco Paolantoni è un attore che non solo ama il teatro, ma lo rispetta. È importante sottolineare l’aspetto del rispetto, perché chi veramente fa col cuore il mestiere dell’attore, si sente completo solo nella dimensione del palcoscenico. Faccia a faccia con un pubblico pagante che è venuto apposta perché stima il tuo lavoro, e ritiene di poter passare due ore allegre in compagnia di un artista intelligente. L’ultima ‘fatica’ teatrale di Francesco (fatica tra virgolette, perché l’elemento del divertimento prevale su qualunque forma di stress pre o post spettacolo) va in scena al San Babila. ‘Che fine ha fatto il mio Io’ è il titolo dello spettacolo in cui Paolantoni mette a nudo le insicurezze di un uomo che ha superato la soglia dei 50 anni. E riesce a superare questa fase di stallo emotivo confrontandosi col pubblico, in una sorta di terapia di gruppo comica e aperta agli spunti dell’improvvisazione. Il brillante protagonista di Mai dire gol e Quelli che il calcio riesce a coniugare a teatro comicità e riflessione. Un binomio che solo i bravi attori riescono a proporre.

Quando entri a vedere uno spettacolo al Teatro Litta, sai già in partenza che non sarà il solito pomeriggio. Save your wish, creato e interpretato da Eleonora Pippo ed Elena Arcuri, è un’esperienza urtante. Nell’accezione più positiva che si possa dare all’aggettivo urtante: un testo che volutamente trascura la grammatica comunicativa tradizionale tra attore e spettatore. Due hostess accolgono il pubblico all’ingresso, e da quel momento niente di ciò che accadrà appartiene al teatro come lo abbiamo conosciuto (o per meglio dire, come ce lo hanno fatto conoscere): sedie sparse al centro della sala, e le due hostess coinvolgono i ‘malcapitati’ spettatori in una riflessione originale sulla civiltà del consumismo. Un esperimento particolarissimo, di cui abbiamo parlato con le due protagoniste. Pardon: con due delle protagoniste, perché il pubblico è protagonista esattamente come lo sono Elena ed Eleonora.

CloserLa scena è spoglia, ma ci pensano i protagonisti a riempirla con l’intensità della loro recitazione. Closer è un testo teatrale di Patrick Marber tradotto in film nel 2004, con un buon successo. Ma il palcoscenico è tutta un’altra esperienza, sia per chi recita sia per chi osserva da spettatore. Soltanto la dimensione del palcoscenico permette di assorbire a pieno le inquietudini che vivono i quattro protagonisti. Due uomini e due donne in una Londra contemporanea, frenetica e superficiale: l’impossibilità di instaurare rapporti profondi costituisce il motore della vicenda. Diretti da Sandro Mabellini quattro attori di talento, e di sicuro avvenire: Alessia Giangiuliani (Anne, la fotografa), Caterina Silva (Alice, la spogliarellista), Ettore Distasio (Larry, il dermatologo), Umberto Petranca (Dan, il velleitario scrittore). Abbiamo chiesto ad Alessia e Caterina – due donne molto sensibili, oltre ad essere brave attrici - di raccontarci un po’ questa esperienza col testo di Marber. Ne abbiamo approfittato per scoprire inoltre quali oggetti misteriosi si nascondono dentro la ‘valigia’ di un’attrice.

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