Il primo amore non si scorda mai. E’ stato indubbiamente così per Pietro Longhi che scoprì la recitazione in quinta elementare e non l’ha più abbandonata. Deciso fin da piccolo anche nei gusti: teatro e solo teatro, quasi esclusivamente commedia. Oggi più che mai è convinto dell’importanza di raccontare con un sorriso le difficoltà e i guai di tutti i giorni. Dal 1979 impegnato con tanti ruoli istituzionali: quando non è in scena è impegnato dietro il sipario per il teatro. Come dire, il teatro agli attori!

Essere giovane nell’Italia del 2014 non è facile. Essere un giovane che non si rassegna all’alibi della crisi è ancora più difficile. Essere un giovane che ha la passione per il teatro e vuole farne la propria professione sembra impossibile. “L’odore del legno e la fatica dei passi. Resto in Italia e faccio teatro” di Alberto Oliva, giovane regista teatrale, parla di tutto questo, del nostro Paese, di un periodo storico, di una generazione e di cosa vuol dire fare teatro oggi in Italia. Il filo conduttore è - chiaramente - l’esperienza personale di Alberto, fatta di una passione totalizzante che, partendo dai primi buffi episodi d’ispirazione infantile e passando attraverso gli anni di studio, prima all’Università Statale di Milano e poi alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, per unire preparazione teorica e formazione pratica, arriva alle prime assistenze alla regia e alla messa in scena dei suoi spettacoli. Pagina dopo pagina, attraverso piacevoli aneddoti, cogliamo le dinamiche del mondo teatrale, ricche di imprevisti da superare e rapporti umani da gestire, tra attimi di pulsione creativa e momenti di forte tensione, e siamo stimolati a riflettere sulla vita e sull’arte, sulla loro fisionomia, sul loro stato attuale e sul loro rapporto. Il percorso di Alberto è, come quello di tanti altri giovani, fatto di sacrifici, sfide, scelte, compromessi, amarezze, gioie, soddisfazioni e delusioni. Ma lo sguardo è quello di chi non si rassegna, di chi crede ancora negli altri, nel positivo scambio tra generazioni, nel confronto con i coetanei e nella possibilità di cambiare le cose.

Annarita ChiericiPer chi non vuole essere attore professionista la parola d’ordine è ‘divertirsi’, che per Annarita Chierici, regista e attrice, guida di laboratori teatrali, significa lasciarsi andare e ‘utilizzare’ il teatro come dimensione giocosa, con tutta la serietà che comporta: ritrovare la parte dell’infanzia in se stessi che, com’è noto, prende molto sul serio il gioco. Il teatro è creatività e disciplina, tecnica e affettività, una sfida con se stessi e condivisione. Il teatro è voce e gesto, è prima di tutto respiro, è tutto il corpo che respira e una compagnia quando funziona, respira insieme, all’unisono. E’ con questo spirito che sono nate “Le Beatrici” secondo Annarita.

Cochi Ponzoni è sempre stato un uomo sincero, molto coerente coi suoi ideali e non disponibile a barattare la propria libertà di pensiero per niente al mondo. È un fatto di carattere sicuramente, forse anche di educazione, fatto sta che nel suo percorso artistico è riuscito sempre ad essere se stesso. Quando ha cominciato, ormai cinquant’anni fa, l’obiettivo era fare comicità usando il proprio linguaggio, senza inseguire le mode e gli stereotipi del momento. E questo approccio alla professione lo ha sempre tenuto, sia da solista sia in coppia con Renato.

Gli anni Sessanta sono stati favolosi. Al di là della retorica. Fuor di dubbio che chi allora aveva vent’anni abbia conservato un ricordo molto piacevole, perché a quell’età lì è normale essere spensierati. Ma c’è qualcosa di più, in quel decennio: la modernità, così come la intendiamo oggi - nel senso di apertura mentale maggiore - è nata in quell’epoca. Qualcuno (per fortuna non molti) rimpiange i “bei” tempi che furono, prima che la musica facesse da apripista (e da altoparlante) alla rivoluzione culturale. La verità è che questi nostalgici malmostosi mentono anche a loro stessi: se hanno potuto assaporare per la prima volta la promessa della felicità il merito è anche di chi, cinquant’anni fa, cominciò a disegnare per loro una colonna sonora meravigliosa destinata all’immortalità. Franco Oppini li ha vissuti sulla pelle “The Sixties”. Ed è rimasto giovanissimo dentro perché ha avuto la furbizia - forse anche la fortuna - di vivere soprattutto gli aspetti positivi di quella stagione. Basta vederlo in scena, durante lo spettacolo “Mi ritorni in mente”, per capire cosa significa saper trasmettere energia positiva agli spettatori. Insieme a un cast in formissima -Renato Giordano (anche regista), Ambra Lo Faro e Sabrina Crocco - regala due ore di pelle d’oca a tutti: giovani, giovanissimi e agé. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’orchestra (sono tanti, i nomi non si possono elencare ma sappiano che sono tutti davvero bravi).

Siamo andati a trovare Paolo Villaggio al Teatro San Babila, dove ha messo in scena il suo ultimo spettacolo Vita, morte e miracoli. Contrariamente alla ‘vulgata’, che lo vuole burbero, abbiamo scoperto invece una persona molto gradevole, disposta a parlare degli argomenti più disparati. Tra le altre cose, si è soffermato anche sui rapporti coi colleghi del cinema. Molti di loro non ci sono più (Tognazzi, Gassman, Ferreri, Volonté) e gli mancano parecchio. Dei viventi, l’unico con cui ama sempre intrattenersi è Renato Pozzetto. Per il quale, a suo tempo, ha nutrito un’inconfessabile invidia…

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