Virginia Sommadossi: Drodesera_35 Motherlode, il reale come linfa vitale per l’arte

Scritto da  Mercoledì, 29 Luglio 2015 

Nella Centrale Idroelettrica di Fies a Dro è in corso in questi giorni la trentacinquesima edizione del festival Drodesera, crocevia di performing art, danza, teatro ed arti visive internazionali. Abbiamo incontrato Virginia Sommadossi, responsabile della comunicazione, dell'immagine e delle relazioni esterne per questo magmatico epicentro di cultura e sperimentazione, che ci ha svelato l'incarnazione di quest'anno del festival e i numerosi progetti che animano questo hub culturale attivo 365 giorni all’anno sui linguaggi del contemporaneo, attraverso il sostegno di giovani artisti e realtà imprenditoriali legate all’innovazione.

 

Virginia SommadossiCiao Virginia, è un piacere incontrarti sulle pagine di SaltinAria in occasione della trentacinquesima edizione del festival Drodesera, in programma dal 26 luglio al 2 agosto nella suggestiva cornice della Centrale Idroelettrica di Fies a Dro, in provincia di Trento. Prima di rivolgere lo sguardo al presente, ci racconteresti la genesi di questo festival e quali sono state le sue evoluzioni nel corso degli anni?
Drodesera nasce nel 1981, “ai confini dell’Impero” in un paesino del nord Italia privo di teatro o di strutture in grado di ospitare la programmazione. Per questo motivo, per ben vent’anni, il festival si svolge nelle piazze, nei cortili, sul greto del fiume e nelle case, modalità aderente e perfetta per il teatro di ricerca di quegli anni, che indagava modalità di narrazione e vicinanza col pubblico. Il teatro di strada, la danza urbana, i primi monologhi civili che diventeranno nel tempo capi saldi della storia teatrale italiana, tutto nasce nei cortili o passa per le strade di questo paese.
Nel frattempo l’apertura incondizionata ai fermenti più vitali e interessanti che la scena internazionale del teatro e della danza di quegli anni esprimeva, porta la direzione a cercare un luogo diverso, capace di ospitare gli artisti in produzione e di sviluppare i progetti nel modo più consono ed efficace: una centrale idroelettrica da riconvertire ad ambienti per la performing art.
Dro diventa quasi da subito un luogo di culto, si conquista un ruolo importante nel panorama nazionale: sempre alla ricerca di quel qualcosa di liminale, che si trova sulla soglia, e che non ha propriamente una denominazione e spesso nemmeno un riconoscimento ufficiale. Caratteristica che permane ad oggi con la piattaforma internazionale dedicata totalmente alla teorizzazione e pratica della performance: LIVE WORKS, comprensiva di free school per artisti e Phd, di un premio internazionale, e della prima collezione privata di opere mutuate dalla performance. Drodesera ancora oggi è punto di riferimento nazionale e internazionale per una riflessione attiva in tensione verso una crescita culturale e sociale.

Ogni anno viene individuato un filone tematico che attraversi diametralmente il festival come una sorta di file rouge che annodi le diverse istanze performative presentate dagli artisti coinvolti. Questa trentacinquesima edizione vede come tema portante - nonchè come sottotitolo - "Motherlode", vena madre. Come è scaturita questa scelta?
MOTHERLODE nasce come correlativo iconico di una riflessione che portiamo avanti da anni, attraverso più progetti, indagando, formando e sperimentando attorno all’idea di live. MOTHERLODE non ne è che la dichiarazione di quest’idea che il reale sia la linfa vitale per l’arte, soprattutto in questo momento storico. Dal nostro MOTHERLODE andiamo ad estrarre il senso delle cose, ci troviamo la Storia, la Politica, la Filosofia, l’Economia, i grandi temi che regolano questo nostro tempo traghettandoci dal passato al futuro. In ogni azione performativa in programma possiamo trovare tracce di questo. Un biscotto della fortuna nel quale si trova una frase rivoluzionaria potentissima; un manuale composto da 198 metodi di azione nonviolenta, imposti su una giovane movement researcher; il discorso del Presidente Barack Obama alla Cerimonia per il Nobel per la Pace rianimato e le tecniche della retorica politica messe a nudo; la cooperativa basca di elettrodomestici Fagor -chiusa lasciando i lavoratori in mezzo a una strada- che rievoca l’assemblea di lavoratori che ebbero lo stesso destino trent’anni prima; un simbolo benaugurale rappresentante a seconda degli usi il sole, il principio originante o l’infinito, -la svastica- che con il Nazismo ha subito un’inversione simbolica infamante, restituito a uno dei proprietari originari; un dressage politico che ci induce all’azione portandoci dalle rivoluzioni personali a quelle che cambiano lo skyline collettivo; una grande piscina in legno contenente 25.000 palline su cui sono incisi dei frammenti di opere stoiche nel quale il pubblico può immergersi e farsi pervadere lentamente degli aforismi prima di passare all’azione. E poi una frase di Kennedy appesa sulle mura di Centrale Fies, ben visibile dalla strada:“things do not happen, things are made to happen”, a sigillare l’importanza dell’azione.

Quest'anno il festival si scinde in due emisferi seguendo i due filoni principali dell'attività di ricerca e sperimentazione del polo culturale di Centrale Fies. Il primo segmento ospiterà la terza edizione di "Live Works Performance Act Award", premio rivolto ad artisti provenienti da tutto il mondo. Come nasce questa iniziativa e quali saranno le cifre caratteristiche dei nove progetti selezionati?
Live Works nasce dall’esigenza di indagare sulle pratiche live che contribuiscono ad approfondire e ad ampliare la nozione di performance e per seguire lo spostamento del performativo e delle sue cifre. In realtà un prequel importante dal 2005 al 2008 a segnarne le origini: il premio internazionale della performance ideato assieme alla galleria civica di Trento. Oggi LIVE WORKS non è più solo un premio, ma una piattaforma comprensiva di free school per artisti e Phd, dove i curatori studiano e teorizzano le nuove pratiche performative e una collezione privata di opere mutuate alla performance che permette di immergersi ancora di più nel processo produttivo, per studiare, accanto a curatori e artisti, cosa significhi oggi collezionare performing art.
I progetti sono stati selezionati dal board curatoriale formato da Barbara Boninsegna (direttore artistico, Centrale Fies, Dro), Simone Frangi (direttore artistico, Viafarini, Milano), Daniel Blanga-Gubbay (fondatore, Aleppo.eu, Bruxelles), Denis Isaia (curatore, MART, Rovereto), che ha inteso la performance come “spazio di lavoro” e come strumento ed esercizio culturale. In tutte le performance vige un metodo di ricerca ibrida col reale che ne sottolinea l’implicazione sociale e politica e la sua intelligibilità pubblica.

La seconda porzione del festival darà invece spazio ad alcuni dei più interessanti artisti attivi nel campo della performance e della danza in Italia. Puoi darci qualche anticipazione al riguardo?
Una programmazione più legata alla performing art e al teatro contemporaneo, che non alla performance, quella della seconda parte. Artisti che collaborano con Centrale Fies da molto tempo mischiati ad opere che abbiamo fortemente voluto all’interno della programmazione proprio perché emblematiche di nuove forme e pratiche di re-enactment (Curandi-Katz, Roger Bernat, Navaridas & Deuntinger, Mali Weil) o perché fortemente legati al tema dell’economia (Teatro Sotterraneo, Fanny Alexander), o ancora fortemente connessi con la società e la smania di futuro (Philippe Quesne, Motus).

La singolare chiusura del festival, domenica 2 agosto, vedrà la Centrale Fies animarsi con una giornata di Open Studio in occasione della quale alcuni artisti spalancheranno le porte dei propri laboratori creativi per instaurare un dialogo privilegiato ed un confronto con il pubblico. Come sarà sviluppato questo momento di condivisione e quanto, a tuo parere, opportunità di scambio di questa natura sono fondamentali per individuare inedite prospettive di ricerca e nuova rigenerante linfa vitale?
Con il format degli OPEN STUDIO sperimenteremo un rapporto diverso col pubblico. Pubblico che sarà libero di occupare le sale allestite, non solo durante le azioni performative, ma in qualsiasi momento lo desideri. Potrebbe incontrare l’artista per confrontarsi in modo diretto, o trovarne tracce capaci di raccontare una parte del processo creativo e produttivo. Potrebbe imbattersi nella ricerca iconografica dell’opera, così come nella spiegazione tecnica degli elementi che saranno un domani on-stage. Marta Cuscunà, Mara Cassiani, OHT -office for a human theatre, Matteo Angius e Riccardo Festa: ognuno di loro declinerà l’OPEN STUDIO in un personalissimo atto di ospitalità, a seconda di quello che il loro spettacolo vuole svelare o chiamare in causa. Sarà interessante capire quale tipo di interazione riuscirà a scaturire ogni singola operazione.

Virginia SommadossiOltre all'appuntamento annuale con il festival Drodesera, Centrale Fies è un polo culturale attivo 365 giorni all'anno nel sostenere giovani artisti legati ai linguaggi del contemporaneo, secondo stilemi produttivi e progetti di residenza che assecondino collaborazioni, contaminazioni e la lentezza necessaria per la creazione. Sotto il vostro alveo produttivo - e protettivo - sono transitati ricci/forte, Anagoor, Pathosformel, Alessandro Sciarroni, Motus, Marta Cuscunà, Societas Raffaello Sanzio e numerosi altri artisti. Qual è la vostra concezione della creazione artistica e cosa ricercate nelle compagnie e nei performer per avviare un percorso di lavoro congiunto?
Lo strumento è quello che noi chiamiamo AUGMENTED RESIDENCY, mentre il percorso congiunto avviene per una visione comune e condivisa della ricerca, delle pratiche, dei metodi e della teorizzazione dell’arte. Per Augmented Residency in pratica, è un dipartimento vero e proprio dedicato alle residenze per artisti.
Gli spazi interni di Fies si fanno aderenti alle esigenze dell’artista che vi approda: la foresteria, 3 sale per pratiche performative, per i lab, shooting fotografici e un teatro. Sull’ex ponte di controllo della centrale un ufficio con copertura wifi, scrivanie, una nuova postazione per grafica e video making e uno staff curatoriale e tecnico a disposizione. Inoltre il nuovo assetto del centro di produzione stimola l'incontro tra artisti, giovani professionisti, imprese e territorio.
Ad oggi, dopo una riflessione sul territorio, il dentro e il fuori si compenetrano con AUGUMENTED RESIDENCY BOX, un kit contenente tutte le possibilità di azione aldilà dei cancelli di FIES: dal rafting al tandem B.A.S.E., dal climbing alle passeggiate tra le orme dei dinosauri, ai migliori produttori di vino locali ai posti più speciali e nascosti dove poter mangiare, passando anche per i punti sicuri e segreti del fiume dove potersi bagnare. Un modo per raccontare a chi arriva fino qua l'unicità di questi luoghi. Un modo per far uscire il Trentino o per far tornare artisti e creativi, un domani, come ospiti di questa terra.

Attualmente come è composta la squadra di lavoro sottesa al progetto Centrale Fies?
Durante il resto dell’anno, lontani dai riflettori del festival, ci sono collaboratori fissi e modulari: Barbara Boninsegna (direzione artisitica) Stefania Santoni (produzione) Ioana Bucurean (amministrazione), Andrea Pizzalis (comunicazione), Filippo Andreatta (Apap Advancing Performing Art Project -european network), Elisa Di Liberato, Lorenzo Facchinelli, Mara Ferrieri (Fies Core, hub cultura), Simone Frangi, Daniel Blanga Gubbay e Denis Isaia, Roberta da Soller, (Live Works), Matteo Torterolo (Ufficio stampa festival), Fabio Sajiz (light designer), Andrea Ravieli (creativo), Italian Stories (co.worker).

Siete riusciti a far incontrare il mondo della performance e dell’arte visiva con quello della performing art e del nuovo teatro. Come?
La presenza di Michelangelo Pistoletto, Santiago Sierra e Nico Vascellari, o la collaborazione con Viafarini (Milano) non sono una novità, ma frutto del lavoro di Centrale Fies di questi ultimi dieci anni. Da Centrale Fies sono passati Marina Abramovic, così come Romeo Castellucci, Valie Export come Virgilio Sieni in un’analogia pensata sulla longevità del lavoro e della pratica. Dico sempre che Centrale Fies “edificio” ha un potere indiscutibile su chi lavora qui e sulle pratiche che sperimentiamo. Come se la struttura architettonica sommata alla natura selvatica dei dintorni avessero plasmato un ordine delle cose e degli avvenimenti. Questa natura ibrida è l’essenza di questo luogo, e si declina in ogni cosa. Come ci fosse una forza della struttura in sé che ci porta a lavorare in questa direzione. L’architetto Luca Ruali (anche se definirlo così è decisamente riduttivo, e se lo googlelizzate capirete il perché…) ci ha regalato un pezzo di rara bellezza che sfiora proprio il tema, lui dice “un testo dedicato alla centrale come edificio e alla sua azione a distanza sull’immaginario delle persone” ma anche sull’azione diretta rispetto a chi ci lavora: “(http://franzmagazine.com/2015/05/28/centrale-fies-lattrazione-parte, http://franzmagazine.com/2015/06/04/centrale-fies-lattrazione-parte-ii)

In un contesto culturale ed in particolar modo teatrale costretto a barcamenarsi tra le difficoltà economiche e la miopia della politica, quali ritieni possano essere le strategie più efficaci per districarsi da questa empasse e proseguire la propria ricerca artistica in modo libero e scevro da compromessi?
Non lasciare mai nulla di intentato, nemmeno quando le strade sembrano chiuse o inaccessibili. Sarebbe nostro compito, quello di permettere agli artisti di lavorare senza troppi compromessi, magari andando alla ricerca di bandi europei che possano rispondere alle necessità di creazione e produzione, creando networking, dando vita a progetti come LIVE WORKS che creano un sostegno effettivo e reale allo studio e alla pratica della performance. La politica non è sempre così miope, ma quelle volte che lo è manca di slancio e di visione, in preda a una velocizzazione dei fenomeni e una manomissione dei dispositivi atti solo al raggiungimento degli scopi nei tempi del mandato, senza pensare davvero al domani: spesso, per i politici il futuro di tutti finisce con la loro carica.
Credo sia uno dei nostri compiti allenare alla visione, in un dressage per policy maker che insegni loro l’importanza del tempo che la cultura abbisogna per diventare strumento e farsi qualità di un luogo e della sua gente.

Dopo Drodesera 35_Motherlode quali saranno i progetti di Centrale Fies per il prossimo futuro?
Moltissimi e già in atto: l’allargamento della collezione privata di arti performative, la quarta edizione della free school of performance, e il progetto Enfant Terrible che regaliamo alle scuole di Dro per avvicinare i più piccoli alle professioni collegate al mondo dell’arte. Ospiteremo il progetto Urban It della rete FIT (della quale facciamo parte) e i suoi laboratori sulla filosofia politica applicata alla performance. Inoltre, assieme a Elisa Di Liberato, Mara Ferrieri e Lorenzo Facchinelli stiamo portando avanti FIES CORE: lo spin off di Centrale Fies per professionisti, imprese e Pubbliche Amministrazioni alla ricerca di nuovi format e servizi culture based.

Intervista di: Andrea Cova
Foto di: Dido Fontana
Sul web: www.centralefies.it

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