Villaggio crepuscolare: “Lo confesso, mi mancano gli amici di una vita”

Scritto da  Francesco Mattana Giovedì, 28 Novembre 2013 

Siamo andati a trovare Paolo Villaggio al Teatro San Babila, dove ha messo in scena il suo ultimo spettacolo Vita, morte e miracoli. Contrariamente alla ‘vulgata’, che lo vuole burbero, abbiamo scoperto invece una persona molto gradevole, disposta a parlare degli argomenti più disparati. Tra le altre cose, si è soffermato anche sui rapporti coi colleghi del cinema. Molti di loro non ci sono più (Tognazzi, Gassman, Ferreri, Volonté) e gli mancano parecchio. Dei viventi, l’unico con cui ama sempre intrattenersi è Renato Pozzetto. Per il quale, a suo tempo, ha nutrito un’inconfessabile invidia…

  

 

 

Signor Villaggio, quando sale qui a Milano chi viene a incontrare?
«Gli amici purtroppo stanno sparendo uno a uno. È rimasto Pozzetto, in assoluto la persona che mi ha divertito di più. Ha una comicità anglosassone, non usa la mimica come me. Ho provato una grande invidia nei confronti di Renato: quando abbiamo cominciato nel programma Quelli della domenica, lui era meno importante di me. Poi all’improvviso debutta al cinema con Per amare Ofelia: un successo senza precedenti, ne ho sofferto. Finché poi è arrivato Fantozzi, e allora da invidioso sono passato a invidiato. Una liberazione».


In un’intervista Pozzetto disse che tutto sommato avrebbe fatto a meno de Le comiche
«Questo non lo sapevo, ma non mi stupisce più di tanto. Nel senso che comunque Renato inseguiva un altro genere di film, le sue preferenze andavano ad altri tipi di storie».


Dei quattro “Colonnelli” della Commedia all’italiana, è nota la sua amicizia con Tognazzi e Gassman. Con Sordi aveva qualche frequentazione?
«Nessuna. Ma pochissimi nello spettacolo avevano a che fare con Sordi, era abbastanza ritirato. Forse solo col suo sceneggiatore Rodolfo Sonego aveva una frequentazione abituale»


Quando lei vinse il Leone d’oro nel 1992, molti colleghi si risentirono, pensavano non lo meritasse. Ad esempio Nino Manfredi disse: “È come se dessero il premio ai Fratelli Marx anziché a Chaplin”, volendo significare che la comicità di Fantozzi è inutile perché non invita alla riflessione
«Beh ma l’invidia esiste, è un sentimento naturale. Ad ogni modo, sicuramente Fantozzi è molto più comico di tutto Manfredi»


Ermanno Olmi, nel consegnarle il Leone, si accorse della “totale felicità di Villaggio”
«Verissimo, ero molto felice. Tra l’altro sono stato il primo comico italiano a ricevere un riconoscimento internazionale importante. Il Presidente della giuria Gillo Pontecorvo disse di me: “Tutte le volte che l’ho visto, fa al meglio quello che gli viene chiesto di fare”»


È vero che Pupi Avati le propose un film quando muoveva i primi passi da regista, e lei dopo aver detto di sì non si fece più sentire?
«No, è una balla di Pupi Avati. Mi chiamò Laura Betti: “Voglio che vedi questo copione”. Poi ci incontrammo ed io gli dissi subito che uno come Tognazzi era molto più efficace per quella parte. Infatti, anche in quell’occasione, Ugo diede il meglio di sé. Un altro che era molto convincente, ma soprattutto in teatro, era Enrico Maria Salerno. Per non parlare poi di Mastroianni »


Ne La voce della luna premiarono solo lei come attore. Benigni non se la prese?
«Simulava, faceva finta di niente. Però una volta me lo ha detto, scherzando e ridendo: “M’hai fregato, m’hai fregato”. Si vede che un pochino la cosa gli era seccata. Ad ogni modo, direi che poi si è rifatto alla grande con gli Oscar».


Dei comici stranieri chi la appassiona?
«I Monty Python sono stati i numeri uno, un humour inglese avanti di duecento anni»


Nella sua carriera cinematografica ci sono delle scelte che non rifarebbe?
«Sì ho accettato di partecipare a molti film solo per noia, perché mi offrivano tanti quattrini, e poi perché avevo l’opportunità di girare il mondo a spese della produzione»


È vero che Gassman detestava la Nazionale di calcio?
«Diceva di odiarla perché detestava le cose risapute, già rimasticate. Gassman non sopportava la dittatura del luogo comune, imposta dalla televisione. Quando c’era una serata tipo romana, con gli intellettuali in terrazza, lui si inseriva nel dibattito per dire “secondo me, quel tal dei tali di cui state parlando è uno stronzo”. E lo diceva perché era un uomo contro, un bastian contrario di natura. Poi gli piaceva creare confusione: son stato due volte allo stadio con lui, per due volte è arrivata la polizia»


Come mai è terminato il suo sodalizio con Luciano Salce?
«Non abbiamo mai litigato, anche perché ho sempre avuto massimo rispetto per le persone veramente intelligenti come Salce. È capitato che, arrivati al terzo capitolo di Fantozzi, mi abbiano chiesto di dirigerlo da me. Ho accettato, da lì ho diretto anche i successivi. Ed è un peccato, perché sono certo che Salce li avrebbe fatti molto meglio. Poi con lui ho fatto pure qualche puttanata. Ad esempio abbiamo portato il mago Kranz al cinema, e lo abbiamo girato solo perché avevamo una gran voglia di andare in Brasile. È il paese più allegro che ho visitato, mentre l’India ha un velo di tristezza e il Giappone è drammaticamente noioso. Meraviglioso il Kenya, stupenda la Nuova Zelanda»


I colleghi come Lino Banfi, Massimo Boldi – coi quali ha girato molti film - non li frequenta mai?
«Banfi è un brav’uomo, ma sinceramente è difficile parlare con lui di argomenti più elevati del cibo. Boldi era uno dei giovani musicisti che mi portavo dietro negli spettacoli: sempre stato carino, ma non è che puoi imbastirci grandi conversazioni. Con Jerry Calà idem: molto gentile, mi chiama per Natale, ma la cosa finisce lì»


Rimane sicuramente Maura, la sua compagna da una vita
«Assolutamente sì. Io sono convinto – a differenza di molti miei colleghi - che sia bello stare con la stessa donna tutta la vita. Cambiare moglie come si cambia l’automobile, non ho mai condiviso questo modo di vivere. Dopo tanti anni, l’affetto per Maura rimane inalterato».


Sta scrivendo qualcosa di nuovo?
«Sì, sto lavorando con Adriano Panatta alla stesura di un libro dal titolo molto divertente: “Lei non sa chi eravamo noi”. Con Adriano c’è una lunga amicizia da sempre, ci vogliamo molto bene»


Anche lei era un buon tennista, partecipava spesso al Trofeo Tognazzi
«Sì ma partecipavo soprattutto come comico, non come tennista. Anche Ugo era lì soprattutto per divertire il pubblico. Quelli come Umberto Orsini, molto bravi con la racchetta, non se li filava nessuno»


Quanti anni ha il suo unico nipote?
«27. Gli ho suggerito più volte di scappare dall’Italia. Dopo quattro anni a Londra non trovava lavoro. Sicché gli ho suggerito di andare in America. A New York ha trovato subito un’opportunità. Tornerà a Roma solo per la festa di fine carriera di Totti».


Quindi non è sampdoriano come il nonno
«Ma no, io non sono mai stato un grande tifoso. Sì quando la Samp prese il primo scudetto ero rimasto colpito, in effetti era un evento più unico che raro».

 

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

 

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