Urbano Barberini: «Vi racconto la “Grande Bellezza” di Franca Valeri»

Scritto da  Mercoledì, 27 Maggio 2015 

Signori si nasce e io lo nacqui”, diceva il grande Totò. Il principe De Curtis, persona geniale ma anche complessa e piena di contraddizioni, era sì consapevole del fatto che la nobiltà d''animo è tutto ciò che conta eppure, allo stesso tempo, ha sempre vissuto le proprie radici araldiche come un riscatto dalle origini povere e plebee. Il principe Urbano Barberini - col quale abbiamo intrattenuto una piacevolissima conversazione al S.Babila tra una replica e l'altra di Il cambio dei cavalli, ultima brillantissima intuizione drammaturgica della grande Franca Valeri - ha intrapreso in un certo senso il percorso inverso: discendente di una delle più antiche e prestigiose famiglie di Roma, non ha mai desiderato ostentare questi privilegi di nascita. Si considera cittadino tra i cittadini, indignato come la maggior parte di noi per la scarsa attenzione delle istituzioni al patrimonio paesaggistico e architettonico della nostra meravigliosa Italia.

 

Da ragazzo decise di fare l'attore, e decisamente non si trattò di un capriccio qualunque: il teatro, soprattutto, è la cornice in cui ha l'opportunità di sfoderare un talento e una sensibilità rari. Molti anni fa la Valeri venne a trovarlo in camerino per complimentarsi, e da allora sono diventati una “coppia di fatto” del palcoscenico: vederli insieme è un'esperienza piacevolissima; tra di loro si è creato un feeling speciale, e quando sul palco c'è una sintonia così forte il pubblico è il primo ad accorgersene.

Dunque attore di gran classe e uomo attento alla Grande Bellezza del Belpaese. Da Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Tivoli - carica che ricopre dal 24 giugno 2014 - prosegue con coerenza una battaglia, quella contro il degrado ambientale, che porta avanti da tutta una vita. Meritevole di particolare encomio l'iniziativa “Salvaguardia Ponte Lupo”: il principe Barberini, proprietario della tenuta “San Giovanni in Campo Orazio” in cui si trova l'antichissimo ponte-diga-acquedotto, sta facendo tutto il possibile per riportare a nuova vita una zona da troppo tempo in balia dell'incuria e dell'abbandono. Tutto questo con l'unica arma di cui intende disporre: l'appoggio dell'opinione pubblica non violenta, della gente perbene che porta avanti la “rivolta degli educati”, slogan bellissimo ideato da Franca, splendida novantacinquenne maestra di vita e compagna di scena.

Nello spettacolo (che andrà in scena al Teatro Argentina di Roma dal 3 al 7 giugno) è un imprenditore molto ricco, figlio dell'amante storico ed ex datore di lavoro di una vecchia signora (una Valeri come sempre in stato di grazia). Pieno di grane non solo sul lavoro ma anche in campo sentimentale - c'è una giovane arrampicatrice sociale, a cui presta il volto la bellissima Alice Torriani, che lo adocchia e alfine avrà quel che vuole - per trovare un po' di ristoro e conforto umano fa spesso la sosta (ovvero il 'cambio dei cavalli' di cui parla il titolo) da questa saggia e ironica “matrigna”. Insieme imbastiscono dei discorsi che mettono in luce tutta la sua debolezza di uomo di mezz'età senza una rotta, tutto il suo smarrimento esistenziale.

Partiamo dal titolo della pièce, “Il cambio dei cavalli”, che Franca ha inteso come metafora della sosta, di quel momento nella vita di tutti i giorni in cui si riesce a trovare una tregua dagli affanni, dalla frenesia. Dove riesci tu, Urbano, a trovare il tuo personale 'cambio dei cavalli'?
Il 'cambio dei cavalli' lo trovo proprio qui a teatro, quando sono sul palco a recitare. Poi sto benissimo anche in campagna, insieme ai miei adorati cani, però amo il teatro perché mi concede quell'attimo di sospensione dalla realtà, è uno spazio vitale attraverso cui mi rigenero.

Vent'anni fa, quando hai dato avvio alla tua carriera teatrale con “Sulle spine”, dicevi questo: “Per me stare sul palcoscenico è come cavalcare un puledro selvaggio: o cadi o resti in sella, non ci sono vie di mezzo”. La pensi ancora così?
Sì. Il puledro selvaggio è la paura, la gestione della propria emotività. Quello che mi piace moltissimo del teatro è che non puoi fare un secondo ciak. Accolgo sempre con piacere gli imprevisti in scena, voglio mettermi un po' alla prova nelle situazioni di difficoltà. Magari adesso non userei più l'immagine del puledro selvaggio, un po' perché sono passati degli anni e col tempo si diventa più meditativi e meno istintivi, e un po' perché “Sulle spine” è stata davvero una cavalcata, una sfida impegnativa che dovevo vincere da solo.

A proposito di “Sulle spine”, frugando un po'negli archivi ho scoperto che, dopo una replica, eri stato vittima di un'aggressione da parte di un tizio che, non gradendo il fatto che un Barberini interpretasse un ruolo dai tratti anche “scandalosi”, disse: «Vergognati, uno come te che viene da una famiglia di papi e cardinali si mette a fare queste cose qua». Ora, a parte questo individuo che era con tutta evidenza un imbecille, c'è ancora oggi qualcuno che si stupisce di un principe che di mestiere fa l'attore?
Io mi auguro che oramai più nessuno si stupisca di una cosa così normale, credo e spero che si siano fatti dei passi in avanti in questo senso. Sicuramente fare teatro è una cosa tutt'altro che disdicevole, però siccome la madre dei cretini è sempre incinta - ed è pure una madre piuttosto prolifica - purtroppo succede di incappare anche in persone come quel tale che mi hai ricordato. I miei antenati erano dei grandi committenti, io da par mio faccio delle piccole cose, però la sensibilità artistica appartiene al mio bagaglio genetico.

Questo nuovo testo di Franca non è affatto tenero con la generazione dei cinquantenni, di cui tu fai parte. Li descrive come persone smarrite, che non hanno una meta ben precisa. Siccome tu appartieni, senza dubbio alcuno, alla categoria dei cinquantenni con la testa sulle spalle, che suggerimento senti di poter dare?
Posso solo dire che ho seguito un mio percorso, che non assomigliava a nessun altro, ho dunque tracciato una mia strada. E penso che non sia mai troppo tardi per imparare a essere se stessi. C'è un passaggio molto bello dell' “Uomo senza qualità” di Musil in cui si dice che a un certo punto ti ritrovi con la vita già impostata dagli altri, da ciò che la gente si aspetta da te, e l'unica cosa veramente tua rimane lo spazzolino da denti. Ecco, io ho capito fin da giovane che era meglio puntare sull'indipendenza di pensiero. Ho pagato questa libertà, e la pago tuttora, ma porta con sé anche molte soddisfazioni.

L'ammirazione per Franca immagino risalga a quando eri ragazzino.
Faccio parte di una generazione che ha adorato Franca Valeri, come ha adorato Sordi, Totò, e grandi autori quali Fellini, Visconti, Pasolini.

Qual è il personaggio di Franca che ti piaceva di più?
A me piaceva molto la signorina snob, che ostentava frequentazioni importanti per puro apparire. Franca era abilissima nel catturare i tic di una certa società, faceva una satira di costume molto profonda. Non è certo una novità che lei sia una persona profonda, però in questa commedia che portiamo in scena ci sono qui e là, per la prima volta nella sua carriera, delle pennellate di spiritualità. Questo un po' mi ha stupito, perché conoscevo naturalmente la sua assoluta integrità morale, ma non il suo lato spirituale. A proposito di integrità morale, ho da porti io una domanda: perché non le è mai stata offerta la direzione artistica di nessun teatro, pur essendo una delle persone più competenti in materia teatrale non solo in Italia ma a livello europeo?

Penso proprio che c'entri la sua integrità morale, la sua indipendenza di pensiero...
Lo penso anch'io.

Il merito di questo tuo incontro con la Valeri è di Giuseppe Patroni Griffi, giusto?
Esatto. Io presi parte a un film, si chiamava “Come tu mi vuoi”, in cui facevo la parte di un travestito. Volutamente avevo evitato il macchiettismo che spesso si accompagna al travestitismo, e a Patroni Griffi piacque molto questa scelta, si volle complimentare con me. Quando decisi di debuttare a teatro mi feci coraggio e lo invitai. Lui fu entusiasta della mia recitazione e lo disse a Franca. Anche Francesco Bortolini e Enrico Lucherini le dissero che ero bravo, ma con Patroni Griffi in particolare aveva un rapporto di amicizia molto stretto, quindi si fidava del suo giudizio. Venne dunque a vedermi in “Sulle spine”, e in camerino mi fece tanti complimenti. In seguito le proposi una commedia da recitare insieme e da allora, come vedi, non ci siamo mai lasciati.

Hai lavorato anche per la BBC. Possiamo confermare il luogo comune che gli inglesi, rispetto agli italiani, mostrano un rispetto e una considerazione maggiore verso il talento?
Assolutamente sì. L'Inghilterra è una democrazia compiuta, c'è una forte meritocrazia e sul set non capita di trovare attori raccomandati. I provini non sono inquinati, non ci sono segnalazioni politiche, e tutto questo poi si riversa sulla qualità dei prodotti, che a quelle latitudini è molto maggiore.

Hai sempre avuto una grande sensibilità per i temi ambientali. Sensibilità che purtroppo, in linea generale, non è condivisa dagli italiani. Come te lo spieghi?
Me lo spiego col poco senso dello Stato, con la cattiva politica, lo scarso senso civico. C'è una profonda mancanza di cultura dalle nostre parti, in troppi non capiscono che i capolavori creati dalla mano dell'uomo e il paesaggio sono il nostro “petrolio”, le nostre miniere di diamanti. Siamo il Paese che ha la più grande quantità di beni culturali al mondo, e abbiamo la metà dei turisti della Francia. Roma ha meno turisti di Parigi, ma perfino di Berlino. Proteggere la propria identità, la propria bellezza dovrebbe essere la priorità. Quando il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e la governatrice Renata Polverini hanno espresso la volontà di fare una discarica a settecento metri dalla Villa di Adriano, in una zona di importanza mondiale dal punto di vista archeologico, ho sentito il bisogno di far sentire la mia voce insieme a un gruppo di altri cittadini perbene. Il risultato è che siamo riusciti a evitare quella discarica, ed è una vittoria di cui andare orgogliosi.
Pensa poi alla Campania, regione di bellezza assoluta, usata come pattumiera d'Italia dei rifiuti tossici. Pensa ad esempio alla Reggia di Caserta, che forse è più bella di quella di Versailles, ma ciò nonostante ha un flusso turistico enormemente inferiore. È stupido accettare tutto questo, bisogna lottare per superare questo degrado culturale.

Essere un Barberini: lo vivi come una responsabilità?
Lo vivo con la consapevolezza che i miei antenati hanno creato molta bellezza.

Sicuramente oggi a Roma manca la sensibilità artistica del tuo antenato diretto, papa Urbano VIII...
Roma è stata capitale culturale del mondo due volte, all'epoca di Augusto e all'epoca del barocco, in cui regnò anche il mio antenato Urbano VIII. A quel tempo prevaleva il gusto per le eccentricità: tu pensa ad esempio alla Fontana del Bernini di piazza Navona, commissionata dal successore di Urbano Innocenzo X, sovrastata addirittura da un obelisco egizio! Erano persone che osavano, insomma, mentre adesso sembra che manchi questo loro coraggio, questa loro arditezza creativa.

All'inizio della tua carriera hai recitato nei film di Dario Argento e Lamberto Bava. Pensi che l'Italia di oggi a tratti somigli a un film dell'orrore?
L'Italia ha più tratti da film grottesco che da horror movie. Viviamo in un grottesco simulacro di democrazia. Sicuramente poi al mondo ci sono tante violenze raccapriccianti, e più aumenterà il divario tra ricchi e poveri, più queste violenze purtroppo si incrementeranno.

Qual è l'eredità più importante in assoluto di Franca, che lascia ai presenti e ai posteri?
La classe umana inarrivabile, Franca ha un calibro e uno spessore strepitoso. E il tutto vissuto con leggerezza, nel senso più nobile che si possa dare alla parola leggerezza. Grande senso dell'ironia, grande etica, grande profondità.

E una sana reticenza...
E una sana reticenza, esattamente. Inoltre credo che quest'ultima commedia sia una delle sue più belle in assoluto.

Per concludere, Franca ha lanciato, con quella sintesi meravigliosa che la contraddistingue, l'espressione “Rivoluzione degli educati”, per indicare l'esigenza di uno scatto di reni della gente perbene contro il degrado ambientale e morale che ci circonda. C'è speranza che questo suo monito riesca a fare presa tra la maggioranza?
Io penso che dovrà assolutamente far presa, è un seme che deve attecchire. La parte del Paese che ha subito le soverchierie è necessario che cominci a ribellarsi con le armi dell'intelligenza in maniera forte e autorevole. Altrimenti, rischiamo di perdere la parte più bella del nostro Paese. E sarebbe un grossissimo peccato.

Intervista di: Francesco Mattana

Commenti   

 
#1 Urbano Barberini non è principeGuest 2015-11-01 00:09
Giusto una precisazione, Urbano Barberini con i principi Barberini non ha nulla a che fare. Fu adottato dai Barberini è vero ma non il ramo principesco. Faccio questa precisazione perche' conosco molto bene i principi Barberini. Valerio Pellegrini
 

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