Un vulcano di nome Pongo

Scritto da  Redazione Teatro Venerdì, 22 Novembre 2013 

Da dieci anni la sua sfida si chiama École d’Ognop: il nome evoca atmosfere d’Oltralpe, ma stiamo parlando di un italianissimo laboratorio teatrale a Milano, in zona Cenisio. Massimo Pongolini (in arte Pongo), oltre ad essere un attore e regista molto bravo è un uomo fortunato: nella vita gli è capitato di incrociare le più importanti esperienze che hanno segnato la storia dello spettacolo italiano degli ultimi quarant’anni. A partire da Quelli di Grock negli anni Settanta (quando ancora era una cantina povera, in cui la creatività andava a mille), per poi vivere da protagonista momenti esaltanti come il Derby, lo Zelig agli albori e il mitico Drive in. Ecco, il Drive in. In tanti hanno ancora ben presente gli sketch esilaranti che proponeva nel cabaret made in Fininvest. Forse un po’ si scoccia di questo fatto: avendo alle spalle una lunga carriera da comedian, è normale che il desiderio sia essere ricordato per molte altre scorribande artistiche che lo hanno visto protagonista. Eppure, caro Massimo, la tv ha questo potere: a distanza di parecchi lustri, rimane incollata nella mente la tua immagine con la bicicletta, accompagnato da una serie di strumenti con cui sfoderavi il talento musicale. Chi lo vede esibirsi a teatro ne ammira l’originalità e l’inventiva senza freni; come regista, sa esercitare quanto Socrate la maieutica. Di recente abbiamo visto Una favola di gente al Teatro della Memoria, spettacolo da lui diretto: ebbene, riuscire a trasformare giovanotti dai sedici ai diciotto anni in interpreti che sanno tenere bene la scena, è un’impresa che riesce solo a quelli in gamba. Pongo, senza ombra di dubbio, è un artista in gambissima.

 

 

 

Raccontaci un po’ cosa bolle in pentola
Intanto c’è l’École d’Ognop (Ognop è Pongo al contrario, n.d.r.), che dopo dieci anni va sempre avanti a gonfie vele. Sono contento perché era un po’ una scommessa. È capitato tutto per caso: alcuni anni fa -senza che io chiedessi nulla - mi hanno contattato in veste di insegnante. Non era la prima volta che ricevevo questa proposta: già quando frequentavo Quelli di Grock, dopo due anni che stavo lì mi hanno chiesto di fare il salto come docente. Replicai che avevo ancora bisogno di imparare, per cui non se ne fece niente. Banca S.Paolo è stata la prima realtà che, un decennio fa circa, mi ha chiesto di organizzare una ventina di seminari sulla comunicazione attraverso tecniche di teatro. Poi c’è stato il Teatro della Memoria: chiamarono me come supplente, poi da supplente sono diventato titolare. Non dimentichiamo l’esperienza al carcere di Opera come volontario - dove non ho incontrato Totò Riina, ma personaggi che avevano la fedina penale di poco minore.

 

Nella tua Scuola c’è molta attenzione alla lingua Inglese. Ma non sarà il caso di passare ai corsi di cinese?
Hai ragione. Perché sai dopo dieci anni subentra un pochino di stanchezza, c’è il rischio che diventi un po’ un lavoro impiegatizio quindi bisogna lavorare d’ingegno inventandosi delle cose nuove. Comunque tornando a ciò che bolle in pentola, ogni tanto torno in scena. C’è uno spettacolo che quasi nessuno vuole, perché parla male di tutti. Si chiama Le tasse sono una cosa bellissima (tratto da un libro di Leonardo Facco). Trattandosi di un testo molto critico verso il potere, è naturale che nei cartelloni ufficiali non lo vogliano. Eppure, proposto al Teatro della Memoria, abbiamo fatto il pienone: c’era un pubblico di anziani che veniva a ringraziarci, noi eravamo anche un po’ imbarazzati. Come media, oggi come oggi faccio 15-20 spettacoli l’anno. Non più i numeri di una volta, ma il fatto che siano di meno mi permette di godermeli anche di più.

 

L’incontro con Quelli di Grock come è avvenuto?
Era un periodo bellissimo: si parlava di riscoperta del corpo nei circuiti teatrali, il discorso mi entusiasmava. Io in quegli anni tra l’altro vivevo in treno, perché ero anche iscritto al DAMS a Bologna. Ho sentito che negli ultimi anni si parla di un calo qualitativo di quell’università, ma certamente quando lo frequentavo io era il massimo: Luigi Squarzina cattedra di regia; Umberto Eco semiologia; Polidori scenografia; Roberto Leydi, che faceva dei corsi spettacolari sulla musica strumentale di qualunque angolo di mondo.

 

A un certo momento hai incrociato "Drive in". Qual era il segreto di quel programma?
Da una parte ho un ricordo felicissimo, però devo dire che non mi ci sono rispecchiato completamente: i tempi erano veloci, mentre nei miei spettacoli faccio cabaret lentamente, ho bisogno di carburare. Qual era il segreto del Drive in? Intanto era l’unico, non c’era come oggi cabaret televisivo a tutte le ore; poi la velocità, il ritmo, il montaggio serrato. E poi chiamavano i migliori.

 

Secondo te la “galassia Antonio Ricci” ha perduto un po’ di smalto rispetto a quegli anni?
Devo dire che, arrivando a casa dopo le 22.30, mi perdo Striscia. Mi sembra comunque che non si sia evoluta più di tanto. Non mi pare di aver visto grandi aggiornamenti dalle Ragazze fast-food alle Veline.

 

Hai partecipato alle prime edizioni di "Zelig" televisivo. Cosa ne pensi del mega-spettacolo attuale?
Guarda, io ho un amore infinito per il locale Zelig: i primi anni - tra Paolo Rossi, Lella Costa, Gioele Dix e molti altri - c’erano degli autentici tocchi di genialità; era un intrattenimento colto, originale, io ci andavo anche quando non ero in cartellone. Adesso è diventato una macchina televisiva, quindi è un’altra roba rispetto a quella che ho vissuto io. Hanno deciso di abbassare il livello per far ridere tutti, compresa la nonnetta analfabeta della Sila. È una scelta che rispetto, ma non è il mio mondo.

 

Hai incrociato anche il Derby
Al Derby sono arrivato nel ’78, quindi ho fatto gli ultimi cinque, sei, sette anni del locale. Era bellissimo perché vedevi dal vivo tutta una generazione di grandi comici (i Boldi, i Teocoli etc.). Sono arrivato in contemporanea a Francesco Salvi, anche lui come me li guardava rapito, cercava di catturare qualcosa.

 

Al Derby era di casa Jannacci
L’ho conosciuto benissimo, abbiamo avuto una lunga frequentazione. È stato anche mio maestro di karate: lui era cintura nera, e posso garantirti che viveva con estrema serietà la disciplina, ci faceva sputare i polmoni. Purtroppo ho conosciuto meno Gaber. Qualcuno gli disse che allo Zelig Pongo faceva uno spettacolo “vagamente gaberiano”. Si è incuriosito, venne a vedermi e gli piacqui molto.

 

Hai avuto una lunga frequentazione con Gianfranco Funari
È una bella storia. Lui aveva dei precedenti molto buoni al Derby, ma non avevano lasciato segno particolare. Una sera vide un mio sketch, in cui mettevo in scena una sorta di carnevale di Rio a Milano, e venne a complimentarsi: “’’A Pongo, sta robba me piace”. Aveva proprio la faccia divertita. Da lì mi ha chiamato in un suo programma. In quel contesto tra l’altro proposi una cosa mai vista prima in tv: il telecronista brasiliano che commentava le partite in diretta. Era la prima volta che accadeva, perché la gente ascoltava alla radio Tutto il calcio minuto per minuto, e stop. L’amicizia è andata avanti fino alla fine: l’ultima esperienza televisiva insieme risale al 2005.

 

Poi hai partecipato più volte a "Quelli che il calcio", gestione Fazio. Che conosci dai primi anni Ottanta. Il ragazzo prometteva bene già allora?
Fazio mi è sempre piaciuto. L’avevo visto per caso in uno spettacolo a Sestri Levante moltissimi anni fa, mi accorsi subito che c’era preparazione ma anche testa.

 

È rimasto nella memoria collettiva il tuo tormentone del "Drive in" “pio pio pio…”. Ma almeno gli autori del Pulcino Pio hanno avuto l’accortezza di pagarti i diritti d’autore?
In realtà Pulcino Pio è una brano che si canta da sempre negli oratori in Messico. Mentre per quanto riguarda i diritti d’autore c’è un'altra questione: una mia canzonetta, il cui ritornello fa “Stende i panni…” da anni la cantano in tutti gli asili. Anche mia figlia, la più piccola, la intona sulla giostra. Tra l’altro l’ho depositata, però non mi danno una lira.

 

Questo luogo comune per cui i comici sono per natura malinconici come lo vedi?
Personalmente non sono per nulla malinconico. Vero è che nella vita normale di tutti i giorni sono un introverso osservatore. E poi ci vuole sicuramente serietà nell’allestimento di uno spettacolo: preparazione certosina del testo, ma poi il palcoscenico è tutto istinto, niente razionalità.

 

Ecco il link dell’École d’Ognop. Iscrivetevi numerosi!!!
http://www.ecoledognop.com

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP