Stefano Napoli: "Beauty Dark Queen” e lo strano caso di Elena di Troia

Scritto da  Domenica, 09 Giugno 2019 

Dal 21 al 26 maggio, la Compagnia Colori Proibiti ha portato in scena “Beauty Dark Queen - Lo strano caso di Elena di Troia” al Teatro Franco Parenti di Milano, con la regia di Stefano Napoli. Dimenticate il teatro di parola, almeno come lo conoscete, la parola qui è muta ma eloquente. Parlano i corpi, la musica e soprattutto la regia con un lavoro molto complesso che fa muovere i personaggi della scena facendoli alzare direttamente dal copione. Uno spettacolo difficile da definire nel genere, che tiene insieme suggestioni diverse, guardando al passato della rivista e a certe espressioni del contemporaneo più forte. Con alcuni eccessi tipici del contemporaneo che mette l’accento sull’estremo, spiazzante, ironico eppure con una delicatezza che, come nella fiaba, ricompone il mosaico alla fine. Impossibile non essere affascinati dall’estetica dell’occhio di bue, dell’alternanza della luce diretta ai lunghi silenzi parlanti del buio, a quel senso di magia eco del cinema muto ricreato sotto i nostri occhi. La storia del mito è nota e in scena, nel delizioso spazio minuto del Café Rouge del Teatro Parenti, due uomini, una donna, una dea, una statuetta: sono Menelao, Paride, Elena, Afrodite, Eros. Una dark queen dalla bellezza fatale, il capriccio degli dei, un rapimento, una guerra. Paride, ospite di Menelao, gli rapisce la moglie Elena proprio sotto gli occhi e tra intrighi, gelosie, violenze, Elena sopravvive a tutti gli uomini che l’hanno amata. Per capire la genesi di questo originale progetto e le scelte che lo hanno indirizzato abbiamo incontrato il regista Stefano Napoli.

 

Compagnia Colori Proibiti presenta
BEAUTY DARK QUEEN
Lo strano caso di Elena di Troia
regia Stefano Napoli
con Francesca Borromeo, Filippo Metz, Simona Palmiero, Luigi Paolo Patano, Giuseppe Pignanelli
fotografie Dario Coletti e Daniela Annino
disegno luci Mirco Maria Coletti
supervisione sonora Federico Capranica

 

Come nasce l'idea di un'opera su Elena?
“Ho sempre avuto una passione per le Dark Ladies e ho sempre amato i film degli anni Quaranta del Novecento con questo genere di donne. Nel teatro uso pretesti, in questo caso il mito di Elena, per parlare dei temi universali, l’amore, la morte, il possesso, che sono sempre gli stessi. I miti hanno il vantaggio di parlare attraverso immagini archetipiche che abbiamo dentro e che quindi riconosciamo, che risuonano in noi perché fanno parte della memoria collettiva della civiltà mediterranea. Ho già realizzato un lavoro su Cleopatra che per me è la prima Dark Lady e sto lavorando su uno spettacolo dedicato alle Drag Queen. Tra l’altro due degli interpreti maschili in scena, che lavorano da molti anni con me, Luigi Paolo Patano e Giuseppe Pignanelli, sono stati famose Drag Queen.”

Molti gli spunti che compongono lo spettacolo: quali gli elementi che si sono incontrati per dar vita alla mise en scène?
“Certamente c’è l’eco del cinema muto e quel senso di magia e di gioco che è il teatro, di sorpresa. Per questo lascio tempi lunghi di buio in sala che costringono gli attori ad una perfezione scenica singolare, per trovarsi nella frazione di secondo giusta nel posto esatto del palcoscenico dov’è necessario. In tal senso le mie prove richiedono sempre tempi lunghi: comincio con il palcoscenico vuoto e le pareti spoglie, per concentrarmi sull’azione scenica. In questo spettacolo sono confluiti incontri e pretesti, a cominciare da un abito autentico, sfarzoso e pesante, oltre 10 chili data l’armatura in ferro, delle Folies Bergères degli Anni Trenta, preso ad un’asta, che mi è stato regalato da un’amica, un’attrice che aveva lavorato con me. L’ho tenuto da parte finché ho deciso di utilizzarlo in questo spettacolo. Poi c’è Eros che ha un peso enorme in tutta la mitologia greca, in scena anche nel suo doppio, una statuetta, che viene battuta all’asta; e ancora la suggestione della scrittura di Jacques Offenbach con “La Belle Hélène”, opera buffa in tre atti andata in scena per la prima volta a Parigi nel 1864. Ma ho in mente anche i quadri di Nicolas Poussin e l’opulenza di Afrodite che diventa un soprano (con la voce registrata fuori scena) giocando con l’ironia.”

Quale il senso di questa figura di donna oggi?
“Per me è sempre un pretesto per parlare del mito della bellezza, che affascina e condanna gli uomini ad un’eterna giovinezza che diventa un giogo. C’è un sottofondo di critica alla società attuale che legge l’invecchiamento come un disfacimento del quale ha orrore e, per contrasto, mi vengono in mente due donne che hanno saputo liberarsi da queste catene, Anna Magnani nel passato, Charlotte Rampling oggi. Per questo l’inizio dell’azione vede entrare in scena Elena zoppa e non a caso sono le uniche parole presenti nello spettacolo: “Un tempo ero bella e gli uomini morivano per me”. La suggestione viene da un poemetto di Yannis Ritsos, poeta greco morto nel 1990 ad Atene, detto l’ “Aragon greco”, sulla vecchiaia di Elena.”

C'è un testo letterario che soggiace alla scrittura dello spettacolo al quale si fa riferimento?
“Ci sono suggestioni. Il testo del poeta greco novecentesco ha fatto sorgere in me la domanda su come Elena avrà vissuto la sua vecchiaia. In effetti però c’è un riferimento ampio a tutto il mito di Elena, che ho voluto ‘tirare giù’ da un piedistallo dov’era cristallizzata e mortificata ad un tempo forse perché non amata da Omero, centrato sugli eroi maschili, che è per altro la nostra principale fonte di informazione e di memoria del personaggio. Elena è una donna intelligente e indipendente, alla quale è imposto Menelao come marito ma capace di scegliere l’amore per Paride. E’ una donna tra uomini che desiderano, posseggono, pretendono ma quasi sempre non sanno amare.”

L'originalità più forte è certamente l'assenza della parola, eppure in qualche modo è un teatro di parola. È d'accordo con questa affermazione?
“E’ il complimento più bello che mi potesse fare e nasce per sottrazione. Cerco nel teatro l’essenzialità, nella quale l’intensità si manifesta quando non è soffocata da troppi elementi.”

Nello spettacolo ci sono generi diversi che si mescolano e, in particolare, qualcosa di retro che ricorda alcuni cabaret e riviste e alcuni aspetti molto legati alla drammaturgia contemporanea. Lei ha una sua ‘etichetta’ per lo spettacolo?
“Semplicemente non lo definirei. Per me è come se fosse un continuum, un’azione in un vortice di emozioni. Mi piace che si accostino generi diversi, anche nella loro disarmonia, perché è la vita ad essere insieme commedia e tragedia e io ne amo la magia anche nel disordine. In tal senso il cinema muto aveva già sperimentato tutto. Nell’estetica cerco di tradurre questo gioco, la sorpresa, il passaggio da un genere all’altro con pause di buio e luce diretta e concentrata, con l’occhio di bue”.


Teatro Franco Parenti - Via Pier Lombardo 14, 20135 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/59995206, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Durata spettacolo: 1 ora

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Maya Amenduni
Sul web: www.teatrofrancoparenti.it

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