Simone Toni: la sfida di maritare la visione e la passione

Scritto da  Ilaria Guidantoni Mercoledì, 04 Aprile 2012 
Simone Toni

Lavorare con i grandi maestri è un timbro riconoscibile per chi ha scelto di scommettere sul matrimonio tra rigore (regia) e passione (interpretazione). Instancabile, è sempre in scena anche se non sempre per ‘lavorare’. Creare salva comunque dal baratro e rilancia la sfida. Mentre l’infedeltà, in arte, salva dalla mutilazione. L’invito è a restituire i teatri agli artisti, senza dimenticarsi del teatro come una macchina che necessita di manutenzione.

 

Vorrei partire dal suo ultimo lavoro in qualità di regista, che ho avuto modo di vedere al Teatro Filodrammatici di Milano, "Il clown dal cuore infranto" ispirato a Oscar Wilde. Com’è nata l'idea? Quali sono gli elementi che l’hanno guidata nelle scelte?

L’obiettivo era di parlare di un tema di discriminazione sociale, l’omosessualità, in modo raffinato e non programmatico, allontanandomi dall’urlo becero sempre più diffuso. Inoltre e forse proprio a supporto di questa scelta ho optato per un tema di attualità filtrato attraverso un racconto storicizzato. In particolare la figura di Oscar Wilde mi ha sempre affascinato fin dai tempi del liceo. Ho voluto riproporla in una chiave nuova, al di là del mero esercizio letterario stilistico o del personaggio esteta e decadente. In particolare ho voluto mettere a fuoco la questione della moralità dell’opera d’arte e dell’indipendenza della moralità dall’arte. In effetti è su questo punto che Wilde fu condannato. L’accusa di sodomia non è che un pretesto. E‘ sull’indipendenza dell’arte che lo scrittore si è impuntato firmando di fatto la propria condanna. Dall’esame degli atti processuali il dibattito tra arte, moralità, politica e giustizia emerge chiaramente in tutta la sua distorsione.

E questo argomento è tragicamente attuale. Lei è fondatore con otto soci di un’associazione teatrale, gli Incauti, che dirige in qualità di Regista; del pari è anche attore di successo. Come vive il suo ruolo di interprete? Come una veste complementare, subordinata o indipendente rispetto a quella di regista? Tendenzialmente quando dirigo uno spettacolo cerco di non essere in scena perché l’auto-direzione rischia di mancare dell’occhio critico. La mia scuola d’altronde è quella di Luca Ronconi – al quale ho fatto da assistente per alcuni anni – del rigore e del distacco della regia interpretata come visione. Il regista in certo modo è colui che risolve i problemi, che svolge un lavoro tecnico anche se è mosso da una spinta passionale; mentre l’attore si consuma in scena, nel mio caso molto. Se l’uno è come un allenatore che segue la partita a bordo campo, si logora, non dorme la notte; l’altro è il giocatore che si svuota ma si libera quando ha finito di giocare la propria partita. A me piace tenere distinti i due ruoli in modo netto, abbandonandomi ad entrambi. Nell’ambito della recitazione mi piace molto cambiare i personaggi e credo nell’importanza di andare verso il personaggio. Il limite del mattatore sta proprio nell’incapacità di lasciarsi guidare dalla figura che interpreta per prevalere sul personaggio. Io ho scoperto ad esempio una certa attitudine a ricoprire ruoli comici, seppur non di mero intrattenimento che non avrei immaginato. Mi è accaduto con il “Ruzzante” di Gianfranco De Bosio ed è stata una sorpresa interessante anche se la mia inclinazione a ruoli tragici resta prevalente.

C'è già un altro spettacolo in lavorazione in termini di regia?

Parteciperò con la mia compagnia, insieme ad altre tre, proponendo uno spettacolo in coda al Festival “Vie” di Modena a cavallo tra maggio e giugno. E’ la prima volta che mi cimento con uno spettacolo tratto dalla drammaturgia contemporanea e in coproduzione. E’ un esperimento perché le compagnie sono state selezionate dalla Regione Emilia Romagna per Geco 2, Giovani Evoluti e Consapevoli, con il patrocinio del Ministero della Cultura. Realizzerò “Hamelin”, un testo molto duro su un caso presunto di pedofilia, anche se con una veste fiabesca.

Torna quindi la volontà di affrontare un tema sociale di attualità con l’abito letterario.

Esattamente e anche in questo caso il nodo della giustizia è centrale. Ci si interroga sul danno prodotto al bambino, chiedendosi se sia peggiore il ruolo del carnefice o del giudice.

Sull’ultimo ruolo da interprete, quale protagonista nello spettacolo “I masnadieri” di Friedrich Schiller per la regia di Gabriele Lavia, appena terminato al teatro Argentina di Roma, qual è il suo vissuto?

E’ stato un lavoro affascinante e faticosissimo con 70 repliche. La nuova direzione di Lavia è stata un’esperienza di soddisfazione credo reciproca e può darsi che la nostra collaborazione prosegua. Un’ipotesi potrebbe essere anche di riproporre lo stesso spettacolo per la prossima stagione in vari teatri che ce lo hanno chiesto. Il successo dello spettacolo è indiscutibile e questa esperienza è stata molto forte: tutte le sere recitare in un teatro pieno con una parte importante in un grande spettacolo costringe a fare i conti con se stesso e a mettersi in discussione quotidianamente. E’ qualcosa che si può capire solo vivendola. Con Ronconi c’era uno schema da ripetere secondo un amante della precisione e riproduzione; con Lavia ho dovuto imparare a ‘dimenticare la parte’, a dovermi reinventare tutte le sere. Ne è seguito un senso di vertigine, con l’angoscia e il senso del sublime che l’accompagna. E’ stato molto appagante e ho imparato a fidarmi dello stato d’animo.

Come ha iniziato il suo cammino artistico?

Mi sono diplomato come musicista e al Conservatorio di Cesena a metà degli Anni Novanta del Novecento alla fine dell’anno si metteva in scena un’opera lirica coinvolgendo gli allievi. La prima alla quale partecipai fu nel 1996 la ‘Bohème’ con la regia di Gabriella Medetti che insegna arti sceniche e della quale divenni presto assistente. Ho cominciato ad amare a poco a poco il teatro nel suo insieme, non solo la sua colonna sonora. Mi sono reso conto che con un copione in mano ero perfettamente a mio agio. Mi presentati al provino per il Piccolo Teatro di Milano e fui preso, così ho iniziato il mio percorso artistico.

Dal suo racconto la strada sembra piana. Ci racconta le maggiori difficoltà incontrate?

Ho avuto la fortuna di lavorare con artisti autentici e di lavorare sempre ma ho dovuto inventarmi un antidoto ai periodi di pausa, inevitabili e che per un attore o un regista rappresentano il baratro. Per questo ho creato una mia compagnia e non mi fermo mai anche quando non ci sono dei fondi o una chiamata. Inventarmi e creare è più forte di tutto ed è la mia vera vocazione.

Vuol dire che l’essere regista le appartiene più profondamente dell’essere interprete? Da attore mi svuoto, mi metto costantemente in discussione ed esco dal teatro sempre con un senso di inadeguatezza, anche se è un gioco che reggo perché la sfida di misurarsi con personaggi completamente diversi è profondamente stimolante e mi arricchisce non solo professionalmente. L’idea di creare è però più forte soprattutto per il lavoro maieutico rispetto agli attori. Portare alla luce il meglio degli altri credo che sia la più grande soddisfazione.

Se dovesse definire il lavoro dell'attore di teatro oggi con tre aggettivi quali utilizzerebbe? E per il regista? Ma valgono anche per lei?

Molto variegato, e in questo mare magnum c’è valore misconosciuto e purtroppo molta inadeguatezza famosa e quindi apprezzata. Credo che in questo mondo così contaminato misurarsi con la diversità sia essenziale per non chiudersi in un mondo asfittico che è nocivo all’ispirazione artistica. Questo è il rischio dei gruppi che si chiudono e smettono di imparare. La fedeltà in arte è una sorta di mutilazione e in parte ho vissuto questa condizione con Ronconi ma forse è stato un passaggio necessario. Il problema più grosso per i teatri italiani – e vengo a spiegare le ragioni delle altre due definizioni – è che non sono in mano agli artisti ma ai produttori e a personale che non c’entra nulla con il ‘materiale umano’ dell’arte. 

 

Chi è Simone Toni

Si è diplomato in chitarra classica al Conservatorio B. Maderna di Cesena con il Maestro Claudio Marcotulli e nel 2002 ha conseguito il Diploma alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano diretta da Luca Ronconi. Due anni dopo ha conseguito il Diploma al corso di perfezionamento per attori e registi di Santa Cristina al Centro teatrale diretto da Luca Ronconi; nel 2009 ha frequentato il Laboratorio con Valerio Binasco. Tra gli spettacoli ai quali ha preso parte la “Centaura” di G. Andreini, con la regia di Luca Ronconi con Mariangela Melato (nel ruolo di coprotagonista) nella stagione 2005-2006; la stagione successiva è stato protagonista ne’ “Il Ventaglio” di Carlo Goldoni, sempre con la regia di Luca Ronconi. La scorsa stagione ha lavorato nell’”Amleto” di William Shakespeare per la regia di Pietro Carriglio. In questa stagione è stato il protagonista ne’ “I masnadieri” di Friedrich Schiller, con la regia di Gabriele Lavia.

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Simone Toni

 

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