Simone Giustinelli: il teatro ha il compito e il dovere di creare bellezza

Scritto da  Sabato, 20 Giugno 2015 

Simone Giustinelli si è confermato nel corso dell'ultima stagione come uno dei più interessanti registi della nuova scena teatrale romana. La caparbietà della sua ricerca di linguaggi contemporanei e forme artistiche all'insegna del travalicare generi e categorie drammaturgiche troppo rigidamente codificate, lo rende uno dei nomi da tenere assolutamente d'occhio nel prossimo futuro. Dopo la sua rilettura di "4.48 Psychosis" di Sarah Kane e del "Girotondo" di Arthur Schitzler, si prepara al debutto in autunno con una sua nuova regia su un testo di Pinter. Lo abbiamo incontrato per scoprire l'origine della sua passione per il teatro ed i prossimi progetti in cantiere, che Simone ci ha raccontato in un'interessante intervista a tutto tondo.

 

4.48 PsychosisCiao Simone, è un vivo piacere accoglierti sulle pagine di SaltinAria, dopo aver seguito ed apprezzato i tuoi originali lavori registici. Il nostro primo incontro avvenne ormai tre anni fa in occasione dell'Atelier dei 200, due giornate organizzate dal Teatro di Roma dedicate interamente all’arte teatrale, alla condivisione autentica di sensazioni, entusiasmo, gesti e parole, nell’alveo di un ambizioso progetto europeo all’insegna della multiculturalità. Un atelier per duecento cittadini comuni, guidato da maestri come Gabriele Lavia, Vincenzo Pirrotta, Claudio Longhi e Pierpaolo Sepe. Che ricordo custodisci di quell'intensissimo week-end?

Ciao Andrea, con molto piacere sono ospite sulle vostre pagine. Quella dell’Atelier dei 200 è stata un’esperienza di cui conservo soltanto ricordi molto belli. Nonostante possa sembrare vicina, a me sembra passato tanto di quel tempo. Avevo tre anni in meno, che in assoluto possono sembrare molto pochi, ma relativizzandoli alla mia storia teatrale sono un’infinità. Basti pensare che ancora non mi passava per la testa l’idea di mettere mano alla regia. Desideravo entrare in Accademia, fare l’attore, e per me calpestare le tavole del Teatro India, seppure in maniera così informale, casuale quasi, era emozionante; mi pareva di avvicinarmi un po’ alla volta alla realizzazione del mio sogno. Poi, proprio da lì, sono cambiate e nate molte cose. A partire dal contatto con Pierpaolo Sepe, che è uno dei motivi per cui ho deciso di sedermi dall’altra parte della platea.


Proprio con Sepe hai poi avviato una intensa collaborazione, nell'ambito di numerosi percorsi laboratoriali e come assistente alla regia, ad esempio per la "Medea" con protagonista Maria Paiato che ha incantato i palcoscenici italiani, dal Piccolo di Milano all'Eliseo di Roma. Quale ritieni essere il segreto di questa sinergia così riuscita e quali caratteristiche del Sepe regista apprezzi particolarmente?

Io credo che Pierpaolo sia un regista esemplare. Ha un’assoluta devozione nei confronti di quest’arte, dell’attore e del suo lavoro - tutte qualità che sin da subito sono state per me molto affascinanti e che mi hanno dato delle forti motivazioni per continuare - ma forse è più esatto dire, cominciare - a fare del teatro. L’ho incontrato per la prima volta (dopo l’esperienza dei due giorni all’Atelier) in un laboratorio sul Macbeth. Fu un’occasione per riscoprire delle necessità, delle motivazioni reali per creare sulla scena. È a tutti gli effetti il mio maestro. Con lui condivido una concezione della creazione artistica teatrale: il presupposto secondo il quale l’artista, l’attore, il regista nella fattispecie abbia il compito e il dovere di creare bellezza; il regista è un poeta, questo mi ha insegnato Pierpaolo, e la prova alla quale è sottoposto, da solo, è quella di strappare elementi di poesia, di bellezza, dal reale per renderli concreti sulla scena. Bisogna abitare la battaglia, per usare un’espressione che gli è molto cara.


4.48 PsychosisLa scorsa primavera ti sei cimentato con uno dei testi più dolorosi e complessi della drammaturgia inglese degli anni Novanta, "4.48 Psychosis" di Sarah Kane. Un debutto salutato da un caloroso pubblico nella claustrofobica atmosfera del Teatro di Documenti, con protagonista una viscerale Valentina Beotti. Che lavoro hai condotto sul testo della Kane e di quale cifra registica intendevi vestirlo?

Quello su "4.48" è stato un lavoro molto importante per me. La definisco la mia prima “vera” regia dopo alcuni esperimenti laboratoriali condotti nelle scuole. Per quel che riguarda il testo, ho avuto la fortuna di lavorare sulla traduzione meravigliosa di Gian Maria Cervo, che, io credo, ha capito la drammaturgia della Kane nella sua anima più profonda e ne restituisce difatti la concretezza delle parole, l’assoluta teatralità che emerge prepotentemente dall’originale inglese. Quindi, partendo da lì, abbiamo deciso, insieme con Valentina, di rispettare l’integralità del testo, cercando di rompere le barriere di incomprensione che appaiono dopo un’analisi superficiale, cercando di verificare sulla scena di cosa potessero riempirsi quelle parole. Il grande miracolo di questa drammaturgia è, dal mio punto di vista, che il peso e il valore di queste parole si manifestano pienamente solo nel momento in cui vengono agite sulla scena. È una scrittura che deve trasformarsi in azione, poiché non è pensata per essere letta ma ha bisogno di una verifica veramente teatrale. La mia regia puntava a restituire un aspetto che nelle restituzioni registiche più tradizionali di “4.48” spesso non viene messo in luce, ovverosia il fatto che questo delirio dell’ultima ora non ha nulla di delirante. È un testo estremamente lucido, secondo me, non una richiesta d’aiuto irrazionale, figlio di quell’esistenzialismo da cui il testo prende le mosse. Da “il mito di Sisifo” di Camus, in particolare, che ha una paternità filosofica su “4.48”. Io credo che il testo sia la narrazione d’una resa, attraverso i vari passaggi che l’hanno portata a compiersi, piuttosto che il grido d’aiuto disperato attraverso il quale questo testo viene solitamente interpretato. La vittoria di Apollo sull’uomo. Il trionfo della ragione che disarma qualsiasi speranza. Tutto nella mia regia e nell’interpretazione di Valentina era estremamente lucido, razionale, appuntito - come nei dipinti di Friedrich, che sono l’esempio pittorico più vicino alla mia considerazione di questo testo.

Immediatamente dopo "4.48 Psychosis" è stata la volta della prima "incarnazione" della tua personale rilettura del "Girotondo" di Arthur Schitzler. Esattamente un anno fa andò infatti in scena alle Carrozzerie | n.o.t. "Rondeau - tentativo di Girotondo", un primo studio per otto attori in cui ti riproponevi di "concentrare energie e obiettivi sullo studio dei corpi che abitano il testo e sulle possibilità espressive ad essi legate". Cosa ti aveva colpito del testo di Schnitzler e quali sfumature tematiche ed espressive hai voluto sottolineare con la tua regia?

Del testo di Schnitzler mi aveva colpito la struttura così poco teatrale. La vocazione anti-narrativa della drammaturgia, la scelta di replicare lo stesso ritmo per dieci quadri, senza creare dei punti di massima tensione, senza far fare allo spettacolo delle curve forzate, ma decidendo di affidare a quell’eterno ritorno dell’uguale il significato ultimo del testo. Era per me una scelta così anticonvenzionale e affascinante, al punto di sfidarla e di mettermi alla prova su di esso. "Rondeau" fu un giro di prova, volevamo capire, insieme con gli attori, quali fossero i corpi che appartenevano a quei personaggi, e ai significati che quei personaggi portavano con loro. Capire cosa significasse affidarsi a questo loop senza speranze. "Rondeau" fu un momento di creazione autentico, perché avevamo il privilegio di lavorare con gli attori senza un traguardo estetico-teatrale da raggiungere a tutti i costi. Ci eravamo ripromessi di cercare senza sosta, e di mettere il punto solo alla fine della nostra andata in scena. Fu a tutti gli effetti così, ed è forse per questo che rimane per me uno dei momenti di creazione più sinceri. È uno studio che ho amato molto.

Quali furono le caratteristiche di questa messinscena embrionale dello spettacolo e come questo debutto ti ha aiutato nel plasmare e completare la tua regia?

Rondeau era uno studio dei corpi del testo, per questo avevamo lasciato da parte le parole, se non in pochi sporadici casi, che aiutassero gli spettatori a seguire il filo concettuale dello studio. Il risultato fu un’esplosione di danze e movimenti, partiture originali create dagli attori durante il mese di lavoro, in relazione alle parole e alle dinamiche che i personaggi agivano nelle diverse scene. È stato un nodo cruciale per costruire un’idea di regia forte sul testo, tanto che “Girotondo” nella sua versione definitiva reca con sé diversi passaggi di quel primo esito scenico. Suggestioni musicali, visive, intere partiture in alcuni casi.

Proprio in quei mesi Carrozzerie | n.o.t. ha cominciato a imporsi come uno dei pochi spazi romani in cui drammaturgia contemporanea, sperimentazione e incontro di linguaggi trovano un proprio habitat naturale. Si è trattato della cornice ideale in cui lavorare al tuo "Girotondo"?

Assolutamente sì. Lo spazio gestito da Maura Teofili e Francesco Montagna era l’incubatrice giusta per il tipo di lavoro che volevo portare avanti, soprattutto per il modo in cui Carrozzerie | n.o.t si prende cura degli artisti e dei lavori che passano all’interno del loro spazio. Con un’attenzione volta sempre più, per politica, al percorso di crescita dei singoli progetti, è uno spazio che si permette di non avere una devozione esclusivamente rivolta verso le singole performance, ma dimostra di prendersi cura degli artisti che lavorano e che crescono all’interno di questo spazio, di questa città e non solo. È un modo assolutamente auspicabile, per gli artisti e per le persone che gravitano attorno al teatro, di concepire la formazione e il mantenimento di quello che è a tutti gli effetti uno spazio di produzione delle compagnie. Io credo molto nell’ “idea n.o.t”, già mi sento molto legato a questo spazio e mi piacerebbe continuare a condividere i miei progetti in questa casa del contemporaneo romano.

GirotondoAll'anteprima di giugno è poi seguita una fase di studio estiva sino al debutto di ottobre, sempre presso Carrozzerie | n.o.t., della versione compiuta della tua regia di "Girotondo". Dieci carismatici attori in scena, con una regia puntuale e personale ad orchestrare un lavoro che intreccia la parola con un calibratissimo e sensuale movimento corporeo. Come si era evoluto lo spettacolo durante questa estate di metamorfosi creativa?

Rispetto allo studio fatto in “Rondeau” il lavoro doveva compiere uno scarto in maturità scenica. Lo studio doveva, per dirla in breve, diventare uno spettacolo. La predominanza dei corpi e delle partiture di gesti ha dovuto condividere la scena con le parole di Schnitzler. Questo ha fatto sì che il lavoro prendesse una piega in alcuni casi molto diversi. La parola ha sempre un coefficiente di retorica, di seduzione, e questo fa sì che essa intervenga sul lavoro rendendolo più garbato, più “borghese”, più educato. Mentre il corpo non può mentire, e così gli attori che portano solo i loro corpi sulla scena - e sono quindi messi a nudo -, la parola può camuffare significati, disegnare strategie. È, tra l’altro, la stessa idea su cui si basa la drammaturgia di Schnitzler. Applicata alla regia, in questo caso. Questo per dire che aumentando il grado di complessità dello spettacolo, aggiungendo le parole ai corpi, si è fatto più complesso anche il disegno della regia, più difficilmente governabile. In alcuni casi siamo stati in grado di restituire questa complessità trasformandola in disegni poetici della scena, in altri è stato più difficile. Ma è la scommessa che si intraprende ogni volta che ci si confronta con la scena.

"Girotondo" è poi tornato in scena sabato 30 maggio nella prestigiosa cornice del Teatro India nell'ambito della rassegna All In Festival, progetto culturale che ha offerto la possibilità a giovani artisti under 25 di presentare i propri lavori sui palcoscenici di importanti e storici teatri di Roma. Sensazioni a caldo legate a questo ritorno in scena?

La partecipazione all’ “All In Festival” è stata una bella soddisfazione. Il fatto di essere scelto da un gruppo di coetanei che hanno speso tanto tempo e energie in un progetto così grande e impegnativo, è per me un motivo di grande orgoglio. Dopodiché c’è il fatto di essere entrato per la prima volta al Teatro India con un mio spettacolo; grande responsabilità, ma anche una gioia incontenibile per il riconoscimento al lavoro fatto, insieme con gli attori e tutte le altre collaborazioni, su questo spettacolo. Portare uno spettacolo in quel teatro non è semplice, a maggior ragione per noi che abbiamo dovuto scomporre la struttura originale dello spettacolo, modificando la pianta centrale della scena con gli spettatori in cerchio attorno all’azione in uno spettacolo con pubblico da una parte e attori dall’altra. Tutto questo con i tempi e la logistica di un festival in cui dovevano esibirsi tante compagnie e il tempo a disposizione per allestire e curare i dettagli tecnici non era chiaramente molto. Ma sono molto soddisfatto, il teatro era pieno in ogni ordine di posto (abbiamo dovuto aggiungere diverse file di spettatori per permettere a tutti di vederlo!) e questo dopo che al suo debutto a Carrozzerie aveva registrato numeri di spettatori comunque molto alti per un progetto così giovane e così coraggioso. All’organizzazione di All In Festival va il mio ringraziamento sincero, ed in particolare ai ragazzi e alle ragazze che si sono occupati/e con cura del mio Girotondo.

GirotondoNegli ultimi mesi hai anche più volte riproposto, in qualità di regista e interprete, "La canzone degli F.P. e degli I.M." di Elsa Morante. Come è nato questo progetto a cui sembri legato in modo particolare?

Questo testo della Morante è un gioiellino che conobbi ai tempi del liceo, grazie al corso di teatro che frequentavo con i miei amici. Dopo qualche anno, quasi per gioco, mio fratello Matteo mi chiede di seguirlo nella sala prove dove lui, con una chitarra elettrica, e il suo migliore amico, con una tastiera, cominciavano a fare un po’ di musica. Mi chiedono di proporre loro dei brani tratti da testi teatrali, poesie, racconti, così che potessero improvvisare su una voce recitante e creare della musica nuova. Accetto e porto con me “Il mondo salvato dai ragazzini” della Morante. Iniziamo a lavorare, leggendo, scrivendo musica, e di lì a qualche giorno la direzione del Teatro Abarico mi chiede se ho uno spettacolo pronto da presentare al loro festival estivo. Dico di sì, parlando de “La canzone degli FP e degli IM” e lo presentiamo al Festival dopo 3 settimane di prove. Lo spettacolo vince il primo premio, viene inserito in stagione e da lì - era l’agosto del 2013 - ha continuato a girare in diversi teatri di Roma e della sua provincia, approdando, in ultimo, proprio ad “All In Festival” nell’andata in scena al museo inTrastevere.

Hai già progetti in cantiere per il futuro? Su cosa stai lavorando per la prossima stagione?

Quello che sta arrivando, sulla carta, sarà un anno molto importante. Già a ottobre dovrebbe debuttare una mia nuova regia su un testo di Pinter, insieme a due attori molto in gamba che mi hanno coinvolto su questo progetto. E in primavera debutta il main project di questa stagione. Per ora posso dire soltanto che si tratta di un testo di drammaturgia contemporanea che viene dall’altra parte dell’oceano. Di più non posso dire, un po’ perché devo aspettare conferme ufficiali da parte di produttori e collaboratori, un po’ per scaramanzia. Ma sono molto curioso, io stesso, di vedermi da qui a un anno.

Prima di salutarci vuoi aggiungere qualcosa o rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?

Voglio dire che il teatro ha bisogno di persone che se ne prendano cura, che facendone un’esperienza quotidiana della propria vita lo sostengano con dedizione e professionalità. Siamo arrivati a un punto cruciale in cui bisogna decidere se abbandonarlo o esserne alleati fedeli. Io ci sto provando, e così anche voi di SaltinAria. Nutrendo quest’arte con sempre più cura, sempre più amore, e crescendo un passo dopo l’altro. Questa è l’unica cosa che mi sento di dire a chi fa, scrive, legge di teatro. È importante curare lo sguardo, stabilire con precisione la direzione verso la quale siamo intenzionati a rivolgerci.

 

Leggi anche: Recensione di "Girotondo" - Recensione di "4.48 Psychosis"

Intervista di: Andrea Cova

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