Simone Cristicchi: lo svuota-cantine dallo spirito animista

Scritto da  Martedì, 06 Gennaio 2015 

"Magazzino 18" è lo spettacolo di Simone Cristicchi sulle “stragi negate” delle foibe nell’Istria e nella Dalmazia, terre italiane passate poi alla Jugoslavia di Tito. "Magazzino 18" è un grande deposito ancora esistente, nel porto vecchio di Trieste, dove si trovano accatastati povere mobilie, materassi, letti, stoviglie, fotografie, semplici giocattoli, lasciati dagli italiani in fuga, costretti ad abbandonare le loro terre, la loro gente, le loro case. A camminarci in mezzo, si sente la presenza delle persone che li hanno posseduti, si inciampa nella loro vita “inciampata” nella Storia. Cristicchi la racconta in una visione cosmica, oltre l’ideologia, l’appartenenza, il frammento. Le emozioni ed i sentimenti regalati dal suo spettacolo ci hanno spinto ad intervistarlo, perché i nostri lettori, che lo hanno apprezzato come artista, conoscano qualcosa in più di lui anche come uomo.

 

Nei tuoi spettacoli dai voce a chi non ha voce. Perché? C’è qualcosa nella tua infanzia che ti ha spinto ad andare a cercare i “diseredati" della vita?
Sono sempre stato attratto da cose piccole, apparentemente insignificanti. Mi piaceva girare per i mercatini delle pulci, vedere la vita di altri in piccoli oggetti; ecco, diciamo che mi reputo uno svuota-cantine. Inoltre nella via dove abitavo da piccolo, c’erano tre "pazzerelli”, tre persone con disturbi psichici. Erano considerati dei marziani ma per me erano come una calamita; mi interessava il loro mondo così lontano dal nostro, cercavo di capirlo. Poi, quando ho avuto un pubblico e un microfono, mi sono accorto di avere un grande privilegio ed ho sentito forte l’obbligo morale di parlare di loro e della loro vita.

Come vedi la malattia mentale? Pensi possa essere una soluzione biologica di un conflitto interno, o un accadimento accidentale che avviene nella psiche?
Stando a contatto con queste persone, penso di poter dire che la società, le istituzioni, contribuiscono al sorgere della malattia in soggetti molto sensibili, che hanno una predisposizione biologica alla stessa. Vedo per esempio l’influenza negativa della scuola, che etichetta come pecora nera il bambino che fatica a piegarsi a certi comportamenti. E poi sento la pesantezza dei pregiudizi della società di fronte a comportamenti non omologati.

C’è una correlazione tra la malattia psichica raccontata in “Lettere dal manicomio” e "Magazzino 18"?
Sì, i miei lavori teatrali hanno tutti un filo conduttore: l’identità e la radice dell’uomo. Mi colpì una frase di Primo Levi a proposito dei lager; diceva che se si tolgono ad un uomo i suoi oggetti, i suoi vestiti, i suoi capelli, i suoi affetti, i suoi legami sociali, finirà col perdere anche se stesso. Ecco, Magazzino 18 con la sua montagna di oggetti accatastati, è l’emblema di questo sradicamento. Anche ai malati in manicomio, oltre ai diritti civili, venivano tolti i loro oggetti, gli effetti personali, i vestiti e dato loro solo un camice anonimo. A Santa Maria della Pietà a Roma, c’è la Fagotteria, un grande stanzone dove erano ammassate le povere cose tolte ai matti al loro ingresso in manicomio. La Fagotteria come Magazzino 18, luogo di sradicamento dalla propria identità. Gli oggetti sono quello che noi lasciamo del nostro percorso su questa Terra, raccontano di noi, come lo fanno ancora oggi le suppellettili degli etruschi, degli egizi. Questo legame con gli oggetti, però, oggi lo stiamo perdendo, spinti dalla società consumistica ad abbandonare i vecchi oggetti per inseguire i nuovi. In "Magazzino 18" faccio parlare questi oggetti, in “Lettere dal Manicomio”, ritrovate nel manicomio di Volterra, do loro voce.

"Magazzino 18" è un omaggio alla memoria, all’ascolto della testimonianza dei vecchi, cosa rara in una società narcisistica che ha la presunzione di essersi auto-generata. Senti un debito morale verso chi ti ha preceduto, tuo padre, tuo nonno, o credi di essere quello che sei perché hai fatto tutto da solo?
Mi sento un po’ in mezzo a queste due posizioni; credo in parte a quello che diceva Pennacchi: siamo essere fatti di memoria. Ho perso mio padre a 12 anni. Mio nonno Rinaldo, una figura mitica dalla vita avventurosa, mi è stato vicino. Lui aveva fatto la campagna di Russia, salvandosi miracolosamente. Alla sua morte ho sentito il bisogno di ricordarlo, cercando e ascoltando le storie dei reduci della seconda guerra, rarissimi da trovare. Ho fatto questa ricerca che è diventata il libro: "Mio nonno è morto in guerra", 60 racconti della seconda guerra mondiale, da diversi punti di vista. All’interno di questo libro c’era anche "Magazzino 18", che però era troppo denso per restare solo un racconto. Da una parte quindi, voglio intrattenere il pubblico con emozioni, racconti, canzoni ma dall’altra sento anche l’obbligo morale di fare qualcosa di doveroso, non solo verso chi mi ha preceduto, ma anche verso chi non ha avuto voce. Come quando ho dato voce alle lettere del manicomio riesumate da polverose cartelle cliniche. Recitandole, ho portato per la prima volta a destinazione questi messaggi.

Mi hai appena parlato del tuo rapporto con la tradizione, con l’ascolto della memoria. Qual è invece il rapporto col tradimento, inteso non per ferire ma per far nascere dalla tradizione cosa nuova?
Per me è stato un percorso: inizialmente copiavo il teatro-canzone di Gaber che ho studiato in ogni particolare. Poi ho scoperto con Paolini il teatro-narrazione. Certo, da piccolo avevo visto Proietti in un suo assolo teatrale e mi aveva affascinato e sconvolto la potenza della narrazione, della recitazione. Per questo, quando ho sentito di essere pronto, ho debuttato con "Li romani in Russia", spettacolo di teatro civile, scritto in ottave romanesche da Elia Marcelli, in metrica antica. Con "Magazzino 18" abbiamo fatto un passo ulteriore, un musical civile che aggiunge alla scena volutamente povera del teatro civile, scenografia, filmati, proiezioni, foto.

Sì, ho visto questa definizione di musical civile, ma non l’ho ripresa nel mio articolo sullo spettacolo, perché per me è più un grande affresco, rituale e corale. Il rito consente infatti, in assenza di memoria scritta, di trasmettere conoscenza e la coralità di voci, aiuta a definire lati oscuri della condizione umana, facilitando la catarsi.
Cercavamo una definizione per lo spettacolo e abbiamo trovato quella del musical civile. Però è vera la storia della catarsi: a Trieste lo scorso anno c’erano state, prima dello spettacolo, una serie di polemiche. Ma a spettacolo finito il pubblico si è alzato piangendo. Lo stesso miracolo si è ripetuto quest’anno, con 15mila spettatori in una settimana. Ho capito solo dopo: Trieste, divisa dalla violenza della guerra, occupata da stranieri, difesa metro per metro dai triestini e tornata all’Italia solo nel 1954, veniva adesso raccontata dallo spettacolo. Una signora piangendo me lo ha detto: questo spettacolo è stata una liberazione, un racconto purificatorio senza angolazioni; nessuno aveva mai raccontato la verità dall’ottica dei perdenti, al di là di posizioni ideologiche o politiche. E di catarsi ha parlato anche il regista Calenda, che è salito sul palco dicendo che il teatro non deve dare risposte, ma porre interrogativi, diventare un luogo di incontro, di scambio.

Il Ragionier Persichetti sembra ristabilire l’equilibrio con l’artista Cristicchi, quasi a mantenere una dimensione “terrena” dello spettacolo perché non superi il limite oltre il quale l’arte si rarefà. O ha una funzione particolare?
È un’invenzione che mi venne nel primo momento che visitai il Magazzino 18. Il custode che mi accompagnò all’interno, mi disse: “Perché non racconti tu questa storia? Solo tu che vieni da fuori, sei fuori dalle ideologie; non hai zavorre geografiche, politiche, affettive; puoi raccontare, a volo di gabbiano e con equilibrio”. Come giustificare che io, da Roma, mi mettessi a raccontare questa storia? Il Ragioniere Persichetti, che viene da fuori, consente al pubblico, che non conosce bene la storia, di identificarsi con lui e con lui entra nella Storia, fa il percorso di conoscenza, comincia a provare empatia e compassione per le storie di queste vite dimenticate. Dopo qualche minuto gli spettatori, sono tutti dei Persichetti.

Il tuo sguardo sulle Foibe sembra intriso da Pietas, una sorta di religiosità intesa come consapevolezza di avere un limite umano. Hai una dimensione spirituale nella quotidianità?
No assolutamente no, anche se mi colpì la frase di un sacerdote che definì la foiba come un calvario al contrario, rovesciato, quasi che ci sia un che di religioso latente. Invece direi di aver messo in scena lo spirito animista: ogni oggetto ha un anima, parla di famiglia, di luoghi, ha un marchio di vita, ha la sua storia. La sedia racconta più di altri oggetti; ha una forza evocativa immensa, perché parla delle presenze ma anche delle assenze.

Come è stato lavorare con il coro dei bambini? Cambia di volta in volta o ti segue in tournée?
Inizialmente non ero convinto della scelta registica di lavorare con loro per una forma di pudore: non mi piace la loro mercificazione; in televisione la vedi tutti i giorni. Invece devo dare atto a Calenda, che la sua soluzione era vincente: i bambini sono perfetti per raccontare diversi momenti dello spettacolo; quando cantano “dentro la buca”, sono un plotone di spiriti maligni; rappresentano con candore l’ingenuità dei monfalconesi; ed anche nel finale, quando portano le sedie vuote, sono messaggeri innocenti di un nuovo messaggio ai più giovani, che vedono ogni giorno in televisione o nelle loro città arrivare i nuovi esuli mentre viene loro raccontata una storia non vera. Il coro cambia di volta in volta. Il singolo teatro sceglie il coro cui è inviato un kit di preparazione. Facciamo solo una prova per i movimenti scenici prima dello spettacolo. È sufficiente perché sono sempre preparati e motivati, ed è un piacere lavorare con loro.

Come hai reagito di fronte alle polemiche, insulti contro il tuo spettacolo?
A me è dispiaciuto non tanto per me e per la mia opera, che continua a camminare con le sue gambe e deve essere criticata. Ma per gli anziani in sala. Ricordo una sera in particolare a Firenze, quando dei ragazzi che non avevano ancora visto lo spettacolo sono riusciti ad interromperlo. Ecco, sono rimasto amareggiato per le persone anziane venute perché avevano avuto un padre o una madre scomparsa in foiba o in frammenti di quella storia. L’insulto era alla loro memoria. Vedi, ci sono due visioni diverse: io vedo quello che hai sottolineato tu nell’articolo, un’ umanità schiacciata dalla storia, al di là delle ideologie. Loro invece vedono solo l’ideologia. Non intendevo certo passare da mistificatore della storia, ma solo essere portatore di parti dimenticate. Per questo ho fatto leggere il copione non solo a esuli ma anche a validi storici, che mi hanno dato una sorta di lasciapassare. Lo spettacolo è stato a Pola, senza che succedesse nulla, anzi la gente è venuta per vedere cosa i loro antenati avessero fatto agli italiani, con un atteggiamento sano, aperto, interessato. Come è giusto che sia.

 

Intervista di: Raffaella Roversi
Grazie a: Simone Cristicchi; Brunella Portoghese, Ufficio stampa Teatro Carcano
Sul web: www.simonecristicchi.it

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