Sebastiano Filocamo: un artista 'Ostinato e Contrario'

Scritto da  Sabato, 21 Maggio 2011 
Sebastiano Filocamo

Sebastiano Filocamo è regista e attore di teatro impegnato e cinema d'autore. I grandi nomi che, per ragioni diverse, si legano a lui e alla sua carriera sono tanti. Fabrizio De André, Giuseppe Tornatore, Giuni Russo. E poi ancora Vincent Gallo, Bellocchio, Polanski, Franca Valeri e altri ancora. Su tutti brilla una medaglia d’oro, il riconoscimento del Presidente della Repubblica al valor civile per l’impegno di un progetto di successo che vede come protagonisti altri performers. Anzi, performers-altri. Portatori di disagio psichico e fisico, operatori e volontari che formano una squadra unica. Artisti – tutti – che fanno del teatro sociale un motivo di vita. Per fare cultura e per comunicare. E per capire cosa comunicare, occorre incontrare Filocamo e vedere di persona da cosa nasce tanto amore per il teatro e l’arte. L’intervista.

 

A quasi trent’anni dall’inizio della sua carriera e di ritorno da un viaggio a Budapest, dov’è impegnato sul set dell’ultimo film di Federico Brugia – “Un poeta dell’immagine”, così definisce il suo regista – Sebastiano Filocamo ha voglia di parlare di sé, di emozioni e di motivi per cui vale la pena lottare. “Ho la fortuna di fare un mestiere privilegiato – dice – ed è bello metterlo al servizio degli altri”.

Ostinati e contrari’ è uno spettacolo – se pur riduttivo definirlo così – “che permette di rivalutare le persone e di andare oltre il pregiudizio”.

Una quarantina di performers sul palco interpretano le canzoni di Fabrizio De André e affrontano argomenti delicati: l’omosessualità, la guerra, i diritti negati. Sono portatori di handicap, di disagio psichico, operatori e volontari della nobile Associazione musicoterapica di volontariato La Stravaganza di Milano, una Onlus attiva nella riabilitazione sociale e culturale impegnata in progetti teatrali che prevedono la partecipazione di tutti gli utenti.

Sul palco, assieme a loro, c’erano i personaggi di quello spettacolo che l'uomo comune definisce più commerciale. Paola Iezzi, Niccolò Agliardi o Ambra Angiolini che ha prestato la sua voce. In una veste nuova, finalmente visibilmente pura. “È uno spettacolo che ti tocca” sostiene Sebastiano. Poi continua: “Ha saputo creare unione tra le persone. Sono stato ore a discutere con un ragazzo affetto da sindrome di down che non voleva fare, in scena, la parte dell’omosessuale perché secondo lui era un diverso. E perché, tu cosa sei? Gli ho risposto. Da questo abbiamo parlato a lungo e capito che alla fine siamo tutti uguali. Non mi pongo il problema del fatto che davanti a me ci sia un diversamente abile, ma semplicemente un essere umano”.

Sebastiano FilocamoLa dimostrazione, insomma, che l’arte può insegnare che non ci sono distinzioni. Lo stesso Filocamo riconosce questo obiettivo come una sfida: “Quello che ho fatto è stato conoscere le persone. Pregiudizi e giudizi nella vita non servono, io mi avvicino all’essere umano e basta, le categorie non mi piacciono, devono essere cancellate. Paola (Iezzi, ndr) è una persona meravigliosa. Ambra è una donna che ha mostrato di sapere fare altro, riconosciamolo, non andiamo con i paraocchi. Questa è una delle mie tante battaglie”.

Ostinato e contrario sembra esserlo anche lui. Filocamo crede in alcuni punti fermi che, appunto, considera ‘battaglie’. Il disagio, ad esempio, o il potere sociale che può avere l’arte. Contrario, lui, rispetto alla posizione di molti altri. Vanta prestigiose collaborazioni, numerose mise en scene di successo, la presenza in set davvero di alto livello. Uno come lui ne avrebbe di motivi per mettersi in mostra.

Eppure sulla sua bacheca di Facebook (dove, precisa, “entra e legge solo chi decido io”) si legge: Non sarò mai nazional popolare, non è la mia esistenza e non lo è mai stata. Beh, curioso. “Ho iniziato nei primi anni ‘80 con un cult del teatro, Nemico di classe (regia di E. de Capitani) che mi ha permesso di scoprire presto la popolarità, ma non è la mia strada. Ho lavorato con Depardieu e Polanski, ma sono solo le tappe della mia vita. Io amo la lentezza e la conoscenza. Sono un onnivoro, guardo e ascolto tutto. La mia umanità nasce dal fatto che non mi metto sul piedistallo o dietro una cattedra. In 'Ostinati e contrari', ad esempio, ho lavorato con i performers, quindi assieme a loro, sullo stesso livello. Anche i lavori con professionisti, questi avvengono assieme, quasi abbracciandoci. Non sono un maestro”.

Non è nuovo, dunque, al tema del disagio. Con ‘Nemico di classe’ si affronta il bullismo, l’abbandono e l’omosessualità. Da qui ha iniziato Filocamo che sembra porsi sempre, sulle scene, come un agente sociale più che voler fare prevalere un aspetto narcisistico della figura dell’attore o del regista. “Nel 1985 si affrontava omosessualità e omofobia, io d’istinto sentivo di dover comunicare ma senza troppi intellettualismi”. Poi Sebastiano continua: “Cerco il pubblico e reagisco fisicamente, dando allo spettatore una carezza o un pugno. Quando una cosa è onesta e un gruppo di persone crede nel progetto, com’è successo per Ostinati e Contrari, condividere l’arte con gli altri è qualcosa di rivoluzionario”.

Si, ma come si fa la rivoluzione? “Un paese senza cultura è un paese morto. Se tutti nel piccolo iniziamo una rivoluzione dentro di noi, poi la vita ti da dei regali. Io per anni ho inseguito Bellocchio pensando di non farcela mai, alla fine poi è accaduto”.

Anche il tema dell’omosessualità e dell’omofobia è percepito come qualcosa di molto sentito. Qualcosa bolle in pentola? “Un progetto futuro, che diventerà uno spettacolo” risponde. E la cosa si fa interessante, proprio nei giorni in cui si celebra la lotta contro l’omofobia in Italia e nel resto del mondo. “Sto scrivendo uno spettacolo sull’omofobia per parlare del problema e di quanto siano omofobici gli omosessuali stessi. È una cosa che non aiuta l’essere umano. La realtà virtuale che viviamo oggi fa apparire tutto perfetto. Dietro alle chat, ad esempio, si nasconde grande disperazione. Sto scrivendo una pièce con storie tratte dalla realtà, vere, tratte dalle chat dove sono entrato per molto tempo con due profili diversi, apposta per studiare il fenomeno. Con questo spettacolo voglio farne una denuncia. Vorrei dimostrare che esiste un modo di arrivare alle cose che non sempre la virtualità ci fa vedere. Qualcosa di immediato, che ti tocca lo stomaco. Come il teatro, in cui lo spettatore è vivo”.

Sebastiano FilocamoE quindi ancora le teorie sul teatro, questa macchina di vita meravigliosa. In fin di vita? “Non è vero che il teatro sta morendo. Le idee, quelle sì. Oggi c’è troppa omologazione che arriva dalla tv. Gli spettacoli, ormai, non nascono più per necessità ma per tenere a bada i conti o mostrare il proprio ego. Ho visto spettacoli sul palcoscenico di cui non capivo nulla perché per venti minuti parlavano solo di cose successe in tv e io che la televisione non la guardo, non capivo niente. A me non interessa seguire delle mode, ma avere delle necessità”.

Quali altre necessità future? “Un secondo progetto, ma musicale. Un lavoro discografico indipendente che avrà come obiettivo finale quello di aiutare La Stravaganza Onlus (quella, per capirci, di Ostinati e Contrari, ndr). Desidero un viaggio musicale tra la poesia e la denuncia, tra suoni elettronici, colonne sonore, house o melodici”.

Torna, in Filocamo, il suo passato da dj. Nelle sue parole e nei suoi programmi, che lo legano all’Associazione o al giovane cantautore Niccolò Agliardi per qualcosa che avverrà in futuro. Unire la musica all’urgenza di comunicare qualcosa, e farlo sul palco. Con la stessa filosofia di una vita: “Mai seguire delle mode per attirare delle masse o far soldi. Il teatro è terapia e riabilitazione, in cui siamo tutti sulla stessa barca. Perché scannarsi per avere una battuta in più?”.

Veniamo a oggi. Tra la passione di un artista per le sfide e ingenui e nobilissimi desideri – “Spero tanto di lavorare con Alice in futuro, mi auguro che la grande cantante mi possa ascoltare per esaudire questo mio sogno” – a volte spunta qualcosa di inaspettato. “Ho fatto un servizio fotografico con Mustafa Sabbagh, per un progetto che finirà al MoMA di New York”.

Già, perché chi ha tanta umanità nella sua arte, quando deve fare le cose le fa proprio in grande. Anche lui che è sempre così restio per quanto riguarda l'immagine e le copertine… “È stata un’esperienza nuova – precisa – in cui c’erano modelli con fisici pazzeschi e io non capivo bene cosa dovevo fare. Volevano mettere l’espressività diversa di un attore accanto a questa estetica notevole, mi piace sperimentare”.

E adesso? Adesso un viaggio che da Messina, dov’è nato, lo porta a Milano, dove la vita gli ha dato anche delle sofferenze. Passando per l’Ungheria, a sentire “Tutti i rumori del mare”, quel progetto a Budapest diretto da Brugia. “Si tratta di una coproduzione italo-ungherese, un low budget ricco di entusiasmo, diretto da uno dei registi di pubblicità in Europa e Malika Ayane che canta la canzone dei titoli di coda. Un film lento, surreale, in cui il mio personaggio parla pochissimo. Un non presente, con mille identità e passaporti a cui succede qualcosa nel tragitto tra Budapest e l’Italia. Un transfert più emozionale che di testa”.

Curiosa anche la nascita di questo lavoro cinematografico. “Nasce da Facebook. Io e Federico (Brugia, ndr) ci siamo conosciuti così e poi ci siamo rincorsi. Quando ci siamo visti è nato il progetto che prima era un corto, poi è diventato un lungometraggio”.

Il tempo stesso, in compagnia di Sebastiano Filocamo, sembra ostinato e contrario. È perfettamente in grado di trascinare le sue emozioni e farle rivivere, non solo sul palco, con diversamente abili, personaggi pop diventati – attraverso di lui – artisti puri o grandi nomi.

Accade anche mentre parla, spiega, racconta e una vita a disposizione non basterebbe. In maniera diretta e istintiva. Senza distinzione alcuna.

In attesa di vederlo presto, a teatro o al cinema, nelle battaglie sociali dietro e attraverso la sceneggiatura, viene voglia di pensare a Kantor. Al teatro che – secondo il pensatore – governa le persone insignificanti.

Chi sono queste persone insignificanti, Sebastiano? “Lo siamo tutti o nessuno – reagisce Filocamo – ma l’importante è non prendersi troppo sul serio. Bisogna solo guardare con occhi puliti, onesti e sinceri e dare al pubblico qualcosa”.

Alla fine dell'intervista, un abbraccio. Al lettore o al giornalista, come allo spettatore o all'attore. Qualcosa di davvero vivo, come un'emozione.

 

Intervista di: Andrea Dispenza

Foto di: Mustafa Sabbagh, Kistudio Photography

Grazie a: Sebastiano Filocamo

Sul web: www.myspace.com/sebastianofilocamo

 

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