Sbirciando nel teatro di fantascienza. Con Katiuscia Magliarisi per capire come nasce uno spettacolo che guarda al domani

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 07 Aprile 2013 

Una nuova conversazione con Katiuscia Magliarisi, artista performer, nonché giornalista con una formazione nella arti figurative, per dare un’occhiata ad un fenomeno di nicchia, certamente, ma con un pubblico potenziale di spessore che aspetta solo di essere alfabetizzato. La fantascienza non è solo quella stereotipata che siamo abituati a considerare, dagli effetti speciali a livello cinematografico e per una lettura di evasione, secondo questa attrice, quanto un terreno di gioco e sperimentazione per capire meglio la realtà, andando verso il domani. Un viaggio che talora ci mette a dura prova e che nel secolo scorso è stato il cammino nell’inconscio e nel surreale. Qui siamo di fronte ad un’altra possibilità che spesso sovverte l’ordine del reale senza poter prescindere dalla realtà e cammina nel tempo. Quello che interessa a Katiuscia è l’aspetto sociologico e psicologico della fantascienza non semplicemente l’esercizio parascientifico della fantasia e per questo sostiene che la fantascienza sia più reale della fiction.

 

 

Al Teatro Valle Occupato ha lanciato uno spettacolo che speriamo sia presto in scena, “E-Doll, il fabbricante di sorrisi”, tratto dall’omonimo romanzo di Francesco Verso, vincitore del premio Urania Mondadori, scritto tra il 2004 e il 2007. 

 

 

Come nasce lo spettacolo?
Da un incontro casuale a casa di un’amica comune dove mi sono imbattuta nel titolo di un libro dell’autore con il quale mi sono poi trovata in squadra. “E-Doll” è stato il mio primo approccio alle pagine di Francesco Verso. Vero è che gli incontri avvengono quando siamo pronti a riceverli e io stavo cercando un autore contemporaneo di fantascienza – mia grande passione – per realizzare uno spettacolo, dall’origine alla fine. Così è andata. Nel giro di pochi mesi ho messo in scena due suoi racconti e poi abbiamo lavorato a quattro mani per l’adattamento del suo romanzo, una scommessa non facile. La collaborazione che ne è nata è stata però decisamente gratificante.
Cosa ti ha colpito di questo autore?
Mi sono innamorata dell’aspetto di futur fiction perché la narrazione cerca di ancorarsi al futuro che non necessariamente dev’essere incardinato su aspetti scientifici quanto su aspetti sociologici, sentimentali o noir come nel caso dello spettacolo. Mi spiego: la fantascienza nell’ottica di questo autore rappresenta un’ipotesi di evoluzione della realtà, non una sua mera proiezioni fantastica come nella science fiction.
Cosa ci racconti della storia?
La storia si ambienta a Mosca in un futuro imprecisato e il contesto sociale è per un verso - rispetto alla situazione odierna - evoluto, per un altro decadente. Al cuore della vicenda la scoperta che dando la possibilità alle persone di soddisfarsi sessualmente anche con il libero sfogo degli istinti più bassi, fino alla soppressione dell’altro, con la fornitura di replicanti, la società ne guadagna: diminuiscono in generale l’aggressività, la violenza e comportamenti disturbati socialmente. Il problema è che la macchina non si ferma alla funzione ma va oltre, solo che non vorrei svelare il finale allo spettatore…. In sintesi si può dire che l’androide ci pone interrogativi sull’esistenza umana, bisogni, desideri ed effetti e in generale svela la nostra fragilità. Questo rende il mio personaggio, Angel, credibile perché troppo umano.
Che tipo di sfida rappresenta per un artista?
Una possibilità di indagine molto forte nel senso che non mi interessa tanto il confronto e la scommessa prestazionale in termini gotici quanto di vissuto e di restituzione delle emozioni al pubblico. La mia vera sfida è perdermi, insieme al pubblico, all’interno di una realtà che mette in discussione l’esistenza stessa.
In che termini il teatro può rappresentare la fantascienza?
Non semplicemente riproducendola – forse per questo è più adatto il cinema – ma vivendola. Questo è possibile però soprattutto con una tipologia di testi letterari che sono i meno noti al pubblico e i meno rappresentati. Il teatro ha il vantaggio di non essere in questo caso – e non potrebbe essere diversamente – una mera rappresentazione ma un laboratorio creativo in diretta. Non è un caso che lo spettacolo è pensato in modalità interattiva con il pubblico. In questo caso la fantascienza è il teatro del domani.
Sembra un paradosso definire la fantascienza credibile: in che senso lo è?
Nella misura in cui apre delle possibilità a partire dalla realtà perché se non partisse dal reale non la si potrebbe definire fantascienza. In questa prospettiva è più credibile e autentica della fiction che è una riproduzione stereotipata e spesso becera della realtà. E’ in certo senso l’inconscio del futuro: come potremmo escludere che domani ci sia un Angel tra di noi? Tante cose non erano neppure immaginabili solo pochi anni fa e oggi sono di uso comune.
Perché ti definisce performer più che attrice?
Con una battuta posso rispondere che quando non si sa come definire uno spettacolo o in genere un’azione, una manifestazione artistica la si definisce performance. Il performer dal mio punto di vista ingloba la totalità dei ruoli e fa propria l’istanza stessa della narrazione scelta, individuando un ambito d’indagine. Almeno questo accade a me. L’attore invece è un esecutore per quanto magistrale interprete che mette un proprio timbro nella recitazione. Probabilmente è qualcosa che attiene più al sentire di chi interpreta che al vedere di chi guarda, ovvero all’interprete rispetto al pubblico. Probabilmente questa opzione è anche motivata dal mio percorso di giornalista ed artista figurativo.
Come definiresti il teatro di fantascienza e il suo spazio sulla scena italiana?
E’ un filone di genere del quale manca ancora una definizione vera e propria probabilmente perché da un lato spaventa. Sembra destinato ad una nicchia e la fonte di ispirazione non viene iscritta nella letteratura alta. In Finlandia ad esempio, invece, lo scrittore per eccellenza è chi racconta di fantascienza. C’è anche un’altra ragione: la fantascienza non è conosciuta per quello che vale e sarebbe necessaria un’alfabetizzazione del pubblico. La potenzialità è grande solo che forse manca una domanda perché non si può desiderare quello che non si conosce. C’è l’aspetto di impegno sociologico della fantascienza che ha un forte legame con il reale e con l’attualità e che è stato predittivo quando già negli anni Sessanta-Settanta del ‘900 si parlava di diversità e quindi della paura dello straniero sotto forma di alieno. In tal senso mi piace citare un altro testo di Francesco Verso che uscirà a maggio ed è stato presentato al Festival di Fantascienza di Fiuggi recentemente, “Livido” dove il tema dell’immondizia è centrale”.

 

Aspettiamo dunque un nuovo adattamento teatrale e di vedere in scena “E-Doll”!

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Katiuscia Magliarisi

 

 

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