Sara Galli: Alle prese con una variopinta milonga

Scritto da  Francesco Mattana Martedì, 26 Marzo 2013 

Se è vero, come è vero, che la musica è un linguaggio universale per unire i popoli, è altrettanto vero che solo i bravi ambasciatori sanno adempiere al compito di divulgare il bel canto italiano. Sara Galli appartiene alla categoria, non numerosissima, degli ‘italiani da esportazione’. Con la benedizione di Katia Ricciarelli e di altri Maestri, nell'ultimo decennio la sua ugola ha allietato tutte le latitudini del mondo. Ma non basta una bellissima voce per raccogliere gli applausi del pubblico americano, tedesco, israeliano e via navigando. È quell’oggetto misterioso, indefinibile che chiamano carisma a fare la differenza. E siamo appena all’inizio: nessuno sa quanti conigli tirerà ancora fuori dal cappello. Da un po’ di tempo si è avvicinata al tango. Il tango, come diceva Anibal Troilo, “è il suono del mio cuore”. Tutti quelli che hanno un cuore grande dunque, inevitabilmente, ne rimangono avvinti.

 

  

 

 

 

Soprano nei palchi più prestigiosi del mondo, ora l’incontro con le atmosfere sensuali del tango. La musica vissuta a 360 gradi?
Da sempre. Non mi sono mai preclusa nessuna strada in ambito musicale. La lirica è il mio mestiere, ma quando c’è l’opportunità percorro anche i sentieri del jazz, del pop. Il tango poi sta prendendo molto piede in Italia. Del resto l’abbiamo inventato noi, sebbene in molti ne rivendichino la paternità.
Sei nata e cresciuta a Milano. Questa città è uomo o donna?
È una domanda interessante ma difficile. Su Parigi non avrei alcun dubbio, Parigi è femmina. Milano forse sarei più propensa a identificarla come un maschio.
Quale personaggio maschile della lirica potrebbe rappresentare lo spirito di Milano?
D’acchito mi verrebbe Simon Boccanegra, un corsaro diventato poi politico importante. Credo che Milano sia molto in evoluzione, sempre (e non solo la Veneranda fabbrica del Duomo). Magari non sempre nella giusta direzione, eppur si muove.
E se Milano fosse un personaggio femminile?
Vorrei che Milano fosse una donna vincente, e non è facile trovare degli esempi perché nella lirica alla fine moriamo sempre. Spero che Milano somigli sempre più ad Adina dell’Elisir d’amore: simbolo di modernità ed emancipazione da un lato; popolaresca, legata alla tradizione dall’altro. Quest’ultimo elemento mi sembra significativo: desidero una Milano che sa conservare il gusto delle proprie radici, delle botteghe in cui si parla il dialetto. Aida viceversa è una figura affascinante ma perdente, prigioniera della sua indecisione. Temo che Aida sia la realtà, Adina solo la speranza.
L’ascolto della lirica per te è sempre stato naturale?
Sono cresciuta in una famiglia dove si ascoltava lirica. Non è stata quindi, come per la maggior parte, una scoperta negli anni della formazione.
Perché i giovani sentono generalmente una distanza dal canto lirico?
Credo sia un problema soprattutto italiano. Tristemente è ancora una musica di nicchia e questo contrasta con le radici popolari del canto lirico, era una musica di tutti. Sono perfettamente consapevole che in periodi di crisi sono necessari i tagli, ma ci vuole anche una politica di un certo tipo, un progetto strutturale per migliorare le cose. A parte l’aspetto pedagogico, che è fondamentale, è scandaloso non tener conto che tanta gente lavora nella lirica. Queste persone meritano rispetto.
Dal tuo osservatorio speciale, ti sei accorta che si sta perdendo il senso della bellezza?
La bellezza per fortuna ha molte facce,  segue le evoluzioni del costume. Tutti sono disposti a riconoscere che la lirica è una forma di bellezza, ma in troppi sono interessati a trasformarla in un innocuo pezzo da museo. Invece voglio una lirica viva, vivissima. Voglio che il patrimonio della lirica venga salvaguardato, protetto, incentivato. E lo dice una persona che coltiva un approccio molto liberale alla cultura: ho amato molto Sister act, Priscilla, mihanno divertita tantissimo. Il punto è che noi siamo il nostro passato, dobbiamo averne cura.
Tra i personaggi che hai portato in scena, quello che somiglia di più a Sara Galli?
Direi tutti nel senso che quando affronti un ruolo lo affronti da quella prospettiva che ti è più familiare, per essere più credibile. Non posso dire che un personaggio mi equivalga in tutto e per tutto. In Violetta come in Tosca, nella Lucrezia che sto recitando in questi giorni, c’è sempre qualcosa che mi avvicina.
Ognuno di noi, pur riconoscendo la grandezza di tante opere, ha la sua preferita. Nel tuo caso?
Sai ci sono cose talmente belle che è davvero difficile fare una selezione definitiva. Posso dire che Traviata, Carmen, Boheme, Flauto magico sono opere pressoché perfette. Si rimane letteralmente rapiti a ogni ascolto, c’era un influsso benefico che guidava questi compositori.
Hai girato il mondo con la musica. Qual è il Paese in cui la musica è maggiormente rispettata?
In America hanno un rispetto profondissimo per la musica, quasi un’adorazione. In Israele ho fatto Boheme e ho incontrato una delle più straordinarie orchestre, di livello altissimo. Poi penso ai balli in russia. Forse, quando i popoli vivono in una situazione di disagio, riescono a dare il meglio di sé.
L’esperienza di lavoro più divertente?
Aida a Tirana credo sia stata, oltre che la più divertente, anche l’esperienza che mi ha lasciato un segno più profondo.  Il regime aveva impedito la rappresentazione di opere straniere, quindi era la prima volta che un teatro ospitava Aida. Sono stata la prima Aida in Albania: un onore, e allo stesso tempo la sensazione scioccante di toccare con mano gli effetti della censura. Una parentesi magica, che conserverò sempre nel cuore.
Il personaggio più seducente che hai interpretato?
La Carmen. Carmen è una bestia, è uno spirito animale. In quei panni mi sono sentita seducente, delicata e affascinante. Carmen è una donna vera, del popolo e sa quello che vuole. Se non ti ama non la tocchi, non devi neanche azzardarti.
Il più tormentato invece?
Sicuramente Aida ma anche la Duchessa Elena dei Vespri Siciliani, combattuta tra i sentimenti patriottici e l’amore. Poi è impenetrabile, fino alla fine non si capisce se è realmente innamorata.
Di quale compositore ti saresti innamorata?
Se parliamo di amor platonico Verdi. A livello carnale senz’altro avrei perduto la testa per la follia di Mozart. Forse mi sarei innamorata di Britten, peccato però che avesse altri gusti.
Che sfida stai affrontando in questo momento?
Il ratto di Lucrezia, a Trieste. Ebbene sì, ho abbandonato un po’ il tango per andare a farmi violentare in scena (ride).Scherzi a parte, mi identifico nella scelta del regista di mettere in scena una Lucrezia forte, reattiva, che si impegna a trovare un suo riscatto.
Il soprano capriccioso, che fa le bizze fuori dalla scena, è un luogo comune?
Effettivamente sono capitati episodi stravaganti. Ma questo succede anche tra i cantanti pop. Sai è talmente una vita difficile, di lotta che a volte capisco si possa inacidire il carattere.  Capisco ma non giustifico: facciamo un lavoro di una bellezza infinita, come dovrebbe reagire allora chi fa l’operaio?

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Foto di: Fredi Marcarini
Sul web: www.saragalli.altervista.org

 

 

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