Salvatore Insana: la necessità di una visione espansa del fare arte

Scritto da  Domenica, 15 Gennaio 2012 
A Pezzi

“Praticare l'inutile, slegando l'arte da una serie di funzioni di cui era investita in modo eterodiretto: comunicare in primis, trasmettere un messaggio, farsi comprendere, servire. I suoni, così come le immagini, così come i corpi, non risultano più impiegati alle dipendenze di un'idea”. Abbiamo incontrato Salvatore Insana, autore dell’affascinante progetto di videoproiezione e performance dal vivo “A Pezzi”.

 

 

Ciao Salvatore, prima di tutto grazie per aver accettato la proposta di realizzare questa intervista; il nostro incontro è stato casuale in quanto tu non avevi inviato alcun comunicato stampa a Saltinaria ma io ho trovato una cartolina del tuo spettacolo in un bar e l’immagine mi ha molto impressionato e incuriosito. E gli incontri casuali sono spesso piacevoli e offrono la possibilità della creazione di nuove reti di scambi e relazioni artistiche. Partiamo dall’inizio, raccontami di te, della tua formazione culturale e artistica.

Ho studiato cinema e altre arti al Dams di Roma Tre, prima raggiungendo la laurea triennale con tesi su Buster Keaton (un vero e proprio alter ego...) e poi concludendo il percorso magistrale con un elaborato finale provocatorio e liberatorio sul concetto di Inutile nell'arte, (e nella vita). Un cammino che mi è servito come ricognizione sullo stato delle cose passate e presenti, come base teorica e storico-critica, fonte dalla quale far germinare idee più che indicazioni pratiche.

La tua tesi mi sembra fondata su una tematica molto interessante, anche per conoscere te e la tua poetica. Dimmi qualcosa in più. Quali punti in comune ci sono con la tua arte; o non ha alcun collegamento?

La tesi sul concetto di inutile è un'indagine multidisciplinare, provocatoriamente “senza capo (an-anarchica) né coda (a-teleologica), un'esplorazione teoretica che tenta di travalicare i luoghi comuni, confutando e riscattando la definizione di Inutile del dizionario, procedendo dall'estetica – musicale e non solo – e percorrendo le vie possibili d'un fare e pensare arte a prescindere o ben oltre la logica mercantile dell'Utile. Fuori dalla logica del profitto, da quella del servire, da quelle del pre-fissarsi un obiettivo, etc., scovando quegli esempi di chi ha agito o ha pensato “senza fine” (Kant, Derrida), senza senso (Carmelo Bene), senza meta (i flaneur, Leopardi, Baudelaire, Guy Debord), senza ruolo, fuori e oltre il formato (Roberto Nanni), senza posto (Rezza&Mastrella), senza uso (Munari, Duchamp), senza misura, e infine concentrandomi su John Cage, il baluardo d'una pratica vitale anti-autoritaria ed espansa.

Quindi il legame più forte tra la mia tesi e quello che ne è seguito è il metodo di lavoro-ricerca che ho acquisito “occupandomi” di tante figure esemplari e spiriti guida, e che ora tento di mandare avanti. Un procedere senza barriere e piuttosto incline alla liberatoria scoperta che esiste pari dignità tra i suoni e tra le azioni, che è solo decisione pregiudiziale che parte dall'alto quella del deliberare su cosa sia utile o inutile.

“Liberarsi dall'economia come unico criterio valutativo, fallace dato di natura dal quale decondizionarsi: risalire verso il dispendio sociale improduttivo, verso il dono senza speranza di profitto, verso lo spreco “invernale” (il sacrificio, la guerra, il dono di sé) o l'esplosione primaverile (il riso, la comunicazione sessuale, la gioia estatica), pensare l'essere come fuoriuscita dai limiti dell'utilità, fuori dalla compostezza e dalla ragionevolezza”.

Assistendo al tuo spettacolo, la prima sensazione che ho avuto è stata il percepire una ricerca del senso di fusione e commistione delle arti ed una certa sottile lotta e contestazione sullo stato attuale dell’arte…sbaglio? quando e come tutto ciò ha avuto origine?

Ho iniziato a confrontarmi con la parola scritta e con una certa radicalità, attraverso il blog che ho creato (workinregress), e collaborando (ancora adesso) con TaxiDrivers, con MarteMagazine, con Zero, cercando di disperdere e disseminare il mio interesse tra cinema, teatro, una certa musica, fotografia e altri linguaggi di indagine artistica, nell'entusiasmo ostinato e intermittente che può garantire lo stato malandato dell'arte (della sua considerazione, della sua mercificazione) in questi tempi.

In una continua oscillazione tra l'”occuparmi” degli altri (in campo critico-giornalistico) e l'elaborare un discorso personale, la mia ricerca parte con la scrittura, poi trapassa nell'indagine visiva (foto-cine grafica) e al momento giunge tra i meandri del teatro, dove è ancora consentito un minimo (sperato) orizzonte di sperimentazione e di indipendenza.

Sono generosamente convinto della necessità di una visione espansa del fare arte - ricerca più che creazione, indagine sul presente più che ricerca della meraviglia. Non solo specializzazione ma apertura a quel che preme ai lati dell'ufficialità, nel diritto-dovere di non fermarsi all'intrattenimento e al consolatorio, di cercare piuttosto uno scarto, un'alterazione del presente, per dirla con Artaud, “un tentativo nel quale le menti di alcuni giocano tutto per tutto”.

A pezzi..uno spettacolo che io ho apprezzato moltissimo per la pulizia e per la tecnica…raccontami di questo progetto e del modo in cui si è svolto il lavoro.

“A pezzi” è nato da una vetrina, un attrazione fatale per quelle teste di bambola fracassate ed esposte al pubblico di un laboratorio di restauro a pochi passi dall'Accademia di Belle Arti di Roma, beffando qualsiasi logica di marketing.

“A pezzi” è nato da uno stato dell'essere, smarrito in parte dal ritrovarsi oltre la propria fase di studio (il mio percorso accademico) e proprio riflettendo a partire da quella Critique de la separation di Guy Debord e quel contesto universitario e poi lavorativo che ti costringe a settorializzare le proprie competenze, diventare esperto in qualcosa con il rischio di non saperne quasi niente di tutto il resto che ci circonda.

Poi è arrivato l'incontro provvidenziale con Elisa Turco Liveri, la nascita e lo sviluppo di un progetto multidisciplinare che tentasse di indagare con strumenti e linguaggi diversi questo nostro stato in cui “è la testa a rompersi sempre per prima” (come quella delle bambole di porcellana), ritrovando la forza di ritornare a rimaneggiare le nostre parti (del corpo, dello spirito), riconquistandone la consistenza, la materialità, la possibilità di costruire o decostruire tanto azioni sceniche quanto meccanismi di attivazione dei sensi e del pensiero. Tentando di unire in modo critico le forze è nata la compagnia Dehors/Audela un laboratorio di idee e di pratiche in cerca inesausta di espansione.

Come hai avuto modo di vedere, il progetto di performance video-teatrale che è emerso con “A pezzi” fa ricorso a tracce di realtà (l'intervista all'artigiano), a un dettagliato studio sul linguaggio (medico e non solo), ad un equilibrio tra forme diverse, tanto convergenti quanto centrifughe.

La pulizia di cui tu parli è il frutto d'una sottrazione di elementi, di innesti e di tagli, di operazioni chirurgiche in seno a quel dialogo-scontro tra arti di cui ci è sembrato aver bisogno per elevarne l'intensità. Così il mio lavoro sul testo e sul video si è integrato con il corpo in scena di Elisa, le cui azioni sono il frutto di una coreografia essenziale, palpitante, sensuale e mistica al contempo. Facendo proliferare queste due spinte creative con la voce stessa di Elisa, con la rielaborazione dei suoni, l'irruzione di oggetti scenici, e soprattutto con il preciso e fondamentale disegno luci creato da Giovanna Bellini, pensiamo di essere arrivati a qualcosa di felicemente complesso e indefinibile, poiché non facilmente etichettabile dentro un recinto di genere.

Prossimi progetti? cosa c’è in cantiere?

Stiamo iniziando a pensare “Nelle pieghe”, un tentativo di indagine sull'ossessione della perfezione, anche in tal caso mescolando il piano documentario (le pieghe degli abiti, quelle della pelle, quelle delle formazioni rocciose, etc.) e il ricorso ai linguaggi in tutte le loro potenzialità combinatorie, sulla duplice via della fascinazione estetica e della via metaforica d'accesso alla lettura del presente.

 

Intervista di: Laura Sales

Grazie a: Salvatore Insana

Sul web: http://workinregress-sam.blogspot.com

 

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