ricci/forte - Still Life (2013): intervista a Liliana Laera

Scritto da  Venerdì, 03 Maggio 2013 

La rassegna di teatro omosessuale del "Garofano Verde", ideata e curata da Rodolfo di Giammarco, compie vent'anni e promette un'edizione a dir poco galvanizzante. Tra gli spettacoli che saranno presentati nella suggestiva cornice del Teatro Argentina, il nuovo lavoro drammaturgico dell'ensemble ricci/forte, "Still Life (2013)". Osannati instancabilmente da un manipolo di sempre più numerosi e fedeli seguaci sia in patria che nel resto del mondo, ed al contempo bersaglio delle invettive acuminate della solita ostinata schiera di detrattori, Stefano Ricci e Gianni Forte affrontano il tema della strumentalizzazione e del mobbing psicologico identitario che tende alla repressione della fantasia e all'implacabile annientamento del diverso. Inizia sulle pagine di SaltinAria una marcia di avvicinamento a "Still Life (2013)": cinque interviste per cinque giovani e appassionati protagonisti. Iniziamo con Liliana Laera, sensibilità, talento e forza connaturati nel dna del sangue pugliese che le scorre fieramente nelle vene, coltivati con una determinazione incrollabile.

 

Ciao Liliana e benvenuta sulle pagine di SaltinAria! Partirei dalle origini, quando è scaturita la tua passione per la recitazione, come hai iniziato a coltivarla e quali sono state le tue prime esperienze?
Giugno 1998. 16 anni. Fine anno scolastico e saggio finale del corso di Teatro al liceo di Noci (Puglia). A fine spettacolo torno a casa e dico: “Non farò mai l’attrice. Finirò il liceo e mi iscriverò a Medicina: voglio fare il medico!”. Proprio in quel preciso istante credo che sia scaturita la mia passione per la recitazione. Da lì ha avuto inizio la mia semina.
Finito il liceo sono andata a Roma e ho provato ad entrare alla Silvio D’Amico. E’ stato un disastro. Mi sono iscritta all’Università, facoltà di lettere e filosofia indirizzo Dams, a Bologna.
Durante gli anni universitari andavo molto a teatro. Ogni tanto seguivo qualche laboratorio di recitazione all’interno dell’università, che dovevo frequentare per poter sostenere alcuni esami.
Un giorno passo per caso davanti alla Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone. Decido di entrare per chiedere informazioni. In bacheca c’era scritto: "Vorrei che il palcoscenico fosse sottile come la corda di un funambolo, affinché l'inetto non vi si arrischiasse". J.W. Goethe. Mi giro e Alessandra mi chiede: “Ha bisogno?” e io: “Sì, vorrei iscrivermi al corso propedeutico per attori. Si può?”
E’ cominciato tutto da lì. Finito il propedeutico ho sostenuto il provino per entrare nella scuola e nel 2006 mi sono prima laureata e poi ho cominciato tre anni tanto meravigliosi quanto duri nella scuola di Alessandra.
Terminata la scuola ho lavorato con Woody Neri come assistente alla regia, ho lavorato con Gabriele Tesauri all’Arena del Sole di Bologna e poi ho incontrato Jurij Ferrini. E’ stato un incontro importante quello con Jurji. Mi ha insegnato tanto e ha cominciato a togliermi di dosso quell’accademismo che inevitabilmente una giovane attrice si porta dietro appena uscita da scuola. Ancora oggi quello che ho imparato da Jurji mi accompagna sul palco.

 

Liliana LaeraQual è stato il tuo primo contatto con l'universo teatrale di ricci/forte e quali sono state le sensazioni innescate in te dalla loro drammaturgia fortemente personale e inderogabilmente onesta?
Ho incontrato Stefano e Gianni per la prima volta al Premio Hystrio. Erano in giuria, la loro prima e unica partecipazione in commissione al Premio. Era il 2010. Io non li conoscevo affatto. Avevo sentito parlare di loro da amici ma non avevo mai visto nessun lavoro di Ricci/Forte. Nei giorni del premio a Milano Gianni mi informa che ad ottobre ci sarebbe stato il primo workshop di Imitationofdeath, presso Mondaino. Decido di inviare il mio materiale per il workshop. Non vengo chiamata subito ma contattata in un secondo momento: una ragazza aveva rinunciato e, in quanto prima riserva, potevo accedere al laboratorio. Qualcosa dentro la pancia mi diceva di andare, pur non conoscendo per niente il loro lavoro.
A Mondaino, quando Stefano ci ha chiesto se qualcuno di noi non avesse mai visto un loro lavoro, io ero l’unica con la mano alzata. Avevo visto solo qualche video online ma osservare Ricci/Forte su Youtube non è la stessa cosa che viverli live.
In quella settimana a Mondaino è cambiato qualcosa per me. Una sorta di mutazione era in atto. Ogni giorno il mio corpo, la mia anima, la mia epidermide subivano trasformazioni. Non capivo bene cosa stesse succedendo, era un viaggio che non avevo mai fatto. Questa loro drammaturgia fortemente personale e inderogabilmente onesta, come dici tu, ha cominciato a invadere ogni cellula del mio corpo.
Davanti a me c’era qualcuno interessato alla mia vita, ai miei sentimenti, a quello che trasmettevo con il mio sguardo indagatorio. Avevo incontrato altre volte registi interessati al mio mondo interiore, trampolino da cui partire per costruire una drammaturgia personale appunto. Ora, per la prima volta davanti a me, c’erano due persone durante quel laboratorio, anzi tre compreso Marco Angelilli, che si prendevano cura di noi. Un incontro importante sul piano artistico e nel contempo intenso e profondo sul piano umano. Tutto il materiale personale messo a disposizione è diventato una creatura che riguarda ancora Liliana ma che attraverso il lavoro con Stefano e Gianni ha acquisito una sua vita autonoma. E’ stato sublimato.


Hai partecipato all'ambizioso ed originale progetto "Wunderkammer Soap", un violento cortocircuito tra il teatro elisabettiano di Marlowe e l'insensatezza della società moderna, ed in particolare al suo settimo capitolo "La strage di Parigi". Una performance decisamente inconsueta, di grande pathos e contraddistinta da un linguaggio espressivo di inaudita potenza e singolarità. Come hai affrontato questo spettacolo e che ricordo ne custodisci?
Entrare a far parte di questa epifania luminosa tra i protagonisti del teatro di Christopher Marlowe e la precarietà del contemporaneo è stato il mio battesimo nel mondo di Ricci/Forte. Come mi sono avvicinata a questo spettacolo?! Un’esplorazione nelle stanze delle meraviglie andava affrontata con lo stretto necessario per un viaggio prezioso: uno zaino Invicta in spalla e cuore galleggiante. E’ stato molto faticoso fisicamente lavorare tante ore in una piscina, cercare di rimanere in superficie, metafora dell’arrancare quotidiano in un mondo che permette pochi appigli.
Come performer ci si ritrova “immersi" in una ricerca assolutamente originale e unica, si esplorano parti di sé che emergono grazie a una fatica sia fisica che dell’anima e diventano, di conseguenza, espressione dei singoli mondi all’interno di una macchina impazzita.
Attraverso questo processo in "Wunderkammer Soap" ho scoperto la mia capacità di resistenza di cui non avevo coscienza a livello personale. Ho vissuto gli anni post accademici guidando un’auto con il freno a mano sempre tirato. Cercando di calibrare ogni azione e pensiero. Uno dei ricordi più vivi che custodisco tra una performance e l’altra, ripetuta per otto volte più una prova generale per i fotografi? Essere finalmente al volante di una “Gran Torino” che schizza via. Un piede sull’acceleratore che affonda sempre di più, a tavoletta, e una consapevolezza della strada davanti a me: la piena coscienza della vita quotidiana e della luce che essa stessa sprigiona.
La pesantezza dei vestiti che si gonfiano nell’acqua della piscina intrisa di cloro diventando sempre più leggeri. Forze esterne che cercano di portarti giù fino al fondo di quella piscina ma un impulso animale decide di rimanere in vita, di far sentire la propria voce, una mano alzata che dice “presente!” Mollare le armi nel tentativo di unire l’azione scenica con l’esperienza e l’esposizione della mia persona attraverso la fatica del mio corpo.
“La Strage di Parigi”, la stanza di Caterina de' Medici, 11 performer chiamati ad agire il ruolo del popolo. Nuotavamo come tonni ammaestrati dal potere seduttivo della sovrana, campionessa olimpionica di Francia, che sacrifica il suo popolo sull’altare di un orgoglio che non conosce pietà. L’ispirazione della performance partiva da un fatto storico ma quanta attualità c’è nella ferocia di un potere che senza scrupoli manda a morte uomini, donne incapaci di una vera ribellione? Una Margaret Thatcher ante litteram e cittadini silenti, ammaestrati, non così distanti da quel popolo che ben conosciamo incapace di formare un governo sensato e cieco agli errori, ai soprusi e alle menzogne della classe politica dirigente.

 

E' poi stata la volta di "IMITATIONOFDEATH", deflagrante punto di incontro tra le atmosfere lisergiche dei romanzi di Chuck Palahniuk ed il vissuto di un manipolo di giovani interpreti che hanno aderito al progetto con totalizzante convinzione e passione. Da un percorso laboratoriale articolato e complesso, è scaturita un'opera d'ensemble di grande energia e fascino, alla quale oltre che come interprete hai partecipato anche in veste di assistente alla regia. Quali sono state le principali difficoltà che hai dovuto affrontare ed il tipo di lavoro attoriale ed introspettivo che hai dovuto compiere su te stessa?
Respirare. Non credevo fosse così difficile. Viviamo spesso in apnea. Lentamente finiamo l’ossigeno a nostra disposizione e cerchiamo di rubarne da altri.
Ho bisogno del mio sacchetto per respirare: un massaggio cardiaco che mi permette di sputare via i detriti in eccesso e mettermi in piedi. IMITATIONOFDEATH è un lavoro che ha avuto origine per me a Mondaino nel 2010, per poi passare alla presentazione dello studio nel 2011 al Festival Centrale Fies di Dro, fino ad approdare al Romaeuropa Festival nel 2012. Una gravidanza di due anni. Un feto che cresce nella pancia, protetto dalla placenta intorno, si sviluppa dentro e senti i piedini che si muovono. Ad un tratto si rompono le acque e iniziano le contrazioni. E le contrazioni sono dolorose.
E’ stata un’esperienza dura, per niente facile e per niente un gioco. Ho dovuto girare mille mandate per aprire la porta della cantina, superare molte delle mie resistenze, della mia distanza, freddezza, provare a restare in vita e darmi la possibilità di fare silenzio e ascoltare la voce di quella bimba uscita già da tempo dall’utero della mamma. Una ragazzina che aveva voglia di crescere e diventare grande.
Le mie prime difficoltà sono state legate a un lavoro fisico/emotivo che Stefano e Gianni ci richiedevano costantemente. IMITATIONOFDEATH è uno spettacolo che privilegia l’impatto fisico, il movimento, che gradualmente lascia spazio a incursioni verbali, improvvisazioni personali che attingono al vissuto di ognuno di noi.
Non dimenticherò mai le quantità di Arnica e Voltaren sul mio corpo. Dopo la doccia non usavo più la crema alle mandorle ma grandi quantità di pomate antidolorifiche. Ero affollata di lividi, escoriazioni. Sembrava quasi che il mio corpo volesse eliminare strati di pelle intossicati da anni per lasciare spazio a un nuovo rivestimento. Una sorta di tuta da super eroe.
Spesso ci ritrovavamo a provare per ore l’elevazione, la prima parte dello spettacolo. Credevo di non riuscire. C’erano momenti in cui volevo alzarmi e dire: “No, io non ce la faccio!”. Poi c’era qualcosa che mi faceva restare ancorata al suolo, a quel frammento di palco bagnato dal mio sudore, dal sudore di altri 15 super eroi intorno. Superata quella soglia sembrava che le forze fisiche si rigenerassero, sembrava che qualcuno avesse ricaricato le batterie, e allora ero nuovamente pronta ad aggrapparmi alla vita e morderla. Un respiro affannoso dopo l’altro che mi garantisse l’ossigeno vitale.
Ogni giorno ci veniva richiesto qualcosa in più. Una sfida continua. Superato un ostacolo, se ne prospettava subito un altro all’orizzonte. E’ difficile stare in piedi, decidere di alzarsi dal letto ogni mattina, indossare i trampoli da circo ed esistere.
IMITATIONOFDEATH mi ha messo davanti a tutto questo.
Il lavoro attoriale e introspettivo che ho dovuto compiere su me stessa lo paragono ad un post terremoto. E’ come ritrovarsi davanti ad un cumulo di macerie. Ogni mattone è un pezzo di te che devi rimettere in piedi. Tendiamo a seppellire la nostra carne, le nostre emozioni, i nostri desideri più profondi. Come attrice ho cercato di trasformare le cose che vivevo, e vivo tutt’ora, in creazione artistica. La ricerca personale a cui Stefano e Gianni mi hanno portato non era volta a raccontare un mio privato facendone psicodramma. C’è sempre stata una piena lucidità e coscienza, un continuo ascolto di sé e degli altri che fanno parte di questo viaggio. E’ in questo modo che ho partecipato, anche in veste di assistente. Un lavoro fatto in team con Barbara Caridi, Claudia Salvatore e Ramona Genna.
Siamo 4 amazzoni. Ci aiutiamo molto e c’è una collaborazione impeccabile. Ognuna di noi sa di cosa occuparsi e se all’inizio dovevamo dirci le cose e dividerci i compiti, pian piano tutto è diventato automatico. Lavorare come assistente non è sempre facile perché devi interfacciarti con problemi pratici, logistici, umorali ma devo dire che mi piacciono le sfide e mi piace fare più cose insieme. Ho sempre avuto una grande inclinazione per l’organizzazione. Essere pratica, organizzare e semplificare la vita lavorativa mi ha sempre affascinato.

 

Liliana LaeraSi è trattato di un lavoro concepito in ensemble e portato in scena da un gruppo almeno in apparenza fortemente coeso ed euforico. Quanto è stato prezioso il costruire una squadra ben amalgamata, collaborativa e animata da fiducia reciproca per il successo di questo lavoro drammaturgico, con ben sedici protagonisti in scena? La collaborazione tra attori ormai da anni in compagnia e giovani performer con minore esperienza ma straripanti entusiasmo ha comportato iniziali difficoltà?
Pochi minuti prima che inizi lo spettacolo ci facciamo gli auspici di rito, poi Stefano sale su in regia, Gianni ci ascolta dai camerini e noi ci stendiamo per terra. Sedici corpi esanimi in biancheria con un sacchetto sulla bocca che si urlano “Buon viaggio!”. Da quel momento diventiamo una cosa sola, un corpo unico, un singolo polmone con cui respirare, un unico cuore con cui accogliere il pubblico davanti a noi. Sembrerò romantica, sono pugliese e quindi lo sono, ma questa squadra è fondamentale in un lavoro come questo. Sedici interpreti profondamente diversi per formazione, background professionale e attitudine recitativa ma accomunati da un desiderio comune: mettersi in gioco personalmente per creare una sintesi in cui non vengano fuori protagonisti né tanto meno ruoli predefiniti. Ognuno di noi ha preso coscienza delle proprie verità, abbiamo consciamente scelto delle strade, non smettiamo mai di ascoltarci, fidarci l’uno dell’altro, e ogni volta che ci ritroviamo sul palco ci guardiamo negli occhi e senza bisogno di dire niente partiamo. Non potrei fare a meno dei miei compagni. Ognuno a suo modo mi regala una parte di sé che mi porto dietro in quei giorni in cui sono a casa a Roma nel silenzio della mia stanza. In scena incontrare i loro sguardi, sentire i loro respiri, ridere con loro, emozionarmi e condividere le mie viscere, mi fa sentire viva e in quel momento vorrei solo essere lì.
E’ ovvio che come in tutti i gruppi ci sono momenti di tensione e giorni in cui vorresti non vedere nessuno, soprattutto quando ci capita di stare fuori per più giorni, ma siamo riusciti a conoscerci così a fondo che ognuno rispetta l’altro in modo quasi inconsapevole. Spesso mi sembra di vivere delle dinamiche familiari in cui mi sento a mio agio e in cui mi sento a casa. Siamo così diversi l’uno dall’altro ma questa è la nostra forza ed è ciò che rende prezioso ed unico questo lavoro.
Lavorare insieme ad attori presenti nell’ensemble da anni è stato per me molto importante e mi ha aiutato ad affrontare un lavoro duro e impegnativo emotivamente come IMITATIONOFDEATH in un altro modo.
Osservare il rigore e la serietà di Giuseppe Sartori e farlo proprio, incrociare lo sguardo di Andrea Pizzalis che ti sostiene, rubare la forza e l’energia di Fabio Gomiero è stato per me fondamentale.
Mi sono ritrovata tre attori storici dell’ensemble Ricci/Forte che straripavano di entusiasmo come noi. Non si sono mai elevati a super uomini e non hanno mai mostrato una superiorità attoriale. La loro umiltà, la collaborazione tra noi e loro è stata spiazzante. Durante le prove era come avere tre fratelli maggiori che si prendevano cura di noi giocando insieme.
Non mi dimenticherò mai la loro cura nei miei confronti quando mi sono ferita all’occhio proco prima del debutto a Roma. Non volevo andare in ospedale per mettermi i punti, non volevo disinfettare la palpebra, avevo quasi paura a guardarmela. Loro hanno saputo rassicurarmi con la loro esperienza.

 

Tra i passaggi dello spettacolo a mio parere maggiormente incisivi, una sorta di cerimonia sacrificale in cui un attore scava nella propria interiorità alla ricerca di risposte agli interrogativi più dolorosi che affollano la sua psiche, mentre i suoi compagni forniscono la loro, talvolta inclemente, versione dei fatti e dipingono sul suo corpo le impronte indelebili delle sue ossa. Sei stata protagonista di questo rito in occasione del debutto romano, dando vita ad un momento realmente emozionante. Come ti sei preparata ad affrontare sul palcoscenico i tuoi più inquietanti fantasmi, mantenendo solidità recitativa e senza cedere all'emotività?
Non credo che ci si possa preparare ad affrontare i propri mostri, anzi i propri nani nello stomaco come li chiamo io, in modo razionale. I nostri più profondi “perché” arrivano come improvvisi bruciori all’esofago nel bel mezzo della notte e non ti fanno prendere sonno. Sono interrogativi cosmici a cui non sappiamo trovare risposta. Durante le prove ognuno di noi ha sviscerato i propri ricevendo improvvisati moti di conforto dal resto del gruppo. E’ un momento dello spettacolo che scaturisce da uno stato d’animo spontaneo. Una mezz’ora prima del debutto romano mi sono confrontata con Gianni rispetto ai miei “Perché” più significativi. Il resto del gruppo non era a conoscenza di quelli che sarebbero stati i quesiti che avrebbero preso forma. E’ un momento di profonda verità, di commozione autentica che prende vita nel qui ed ora.
Davanti a quel microfono, davanti ad un pubblico che ti osserva e si domanda cosa stia succedendo in quella no man’s land così rumorosamente silente, sostenuta dai miei compagni e dal loro respiro profondo mi sono ritrovata nuda e disarmata ad aprire la mia anima condividendo le mie inquietudini.
Una domanda dopo l’altra, le parole improvvisate della schiera, che plasmano e trasformano quello che ti passa dentro. Sono carezze, schiaffi, sono vocali che non risolvono alcun dubbio e che ti fanno incazzare. Quel pennarello che incide sull’involucro le ossa del mio scheletro: impronta indelebile di un’ esistenza che mi appartiene. Una carcassa che riporta in superficie i fantasmi che quotidianamente cerchiamo di nascondere nei nostri armadi ridipinti.
Mantenere in tutto ciò una solidità recitativa senza cedere e cadere nell’emotività adolescenziale credo che faccia parte di un percorso attoriale. Imparare a gestire il proprio stato interiore in scena credo sia fondamentale per non rischiare di presentare al pubblico uno psicodramma elementare, con il rischio di sviluppare un personale mondo privato che rimane appiccato a te senza scagliarsi verso la platea come una tempesta di meteoriti.
Per far arrivare al pubblico tutto quello che provo durante il momento dello scheletro, per me, è molto importante sentire i miei compagni, alimentarmi delle loro risposte, dei loro sorrisi, delle loro lacrime, che insieme alle mie creano momenti di condivisione esistenziale.
In occasione del debutto romano e’ stata fondamentale un’indicazione che Gianni Forte mi ha regalato poco prima di entrare in scena: “Pensa ad Anna Gualdo e alla sua verità durante il monologo di Guidonia in Macadamia Nut Brittle!” Mi si è aperto un mondo.
Quando le mie labbra hanno toccato quel microfono e il mio affanno ha preso corpo è stato come montare a cavallo e cominciare a trottare. Era necessario avere il controllo delle redini e sentire perfettamente la carne e il battito cardiaco che diventavano una cosa unica con quell’animale su cui ero seduta: disarcionare sarebbe stato un attimo.

 

Veniamo al presente, sei tra i cinque protagonisti di "Still Life (2013)", il nuovo progetto drammaturgico di ricci/forte che verrà presentato a giugno a Roma in occasione del ventennale della rassegna di teatro omosessuale "Garofano Verde". In passato hai avuto modo di seguire spettacoli di questa rassegna? Quali ti hanno colpito maggiormente?
Purtroppo non ho mai avuto modo di seguire la rassegna.

 

Questo nuovo lavoro, partendo dai sempre più frequenti - spesso con epiloghi tragici - episodi di bullismo ai danni di giovani ragazzi gay, allarga il raggio d'azione sino a sviscerare il tema della strumentalizzazione e del mobbing psicologico identitario che tende alla repressione della fantasia e all'auto annientamento sistematico di tutti coloro che si discostino anche minimamente dai canoni di una società graniticamente precostituita. Quale ritieni possa essere la valenza del teatro nello scardinare sordidi luoghi comuni e nel dar voce alle vittime di questo efferato gioco al massacro?
Il teatro da sempre è strettamente connesso con la società. Se nell’antichità coincideva compiutamente con un rito in cui la comunità si specchiava, anche oggi pur essendoci il cinema e la televisione, il teatro rimane un contesto all’interno del quale le persone si ritrovano fisicamente insieme e apprezzano storie che le riguardano.
In questo senso il teatro è un mezzo potentissimo attraverso cui esaltare il potenziale che c’è nelle differenze tra esseri umani e un forte strumento con cui comunicare nuovi modi di osservare la realtà che ci circonda e di integrarla all’interno della società civile, nel rispetto delle scelte e delle nature delle singole creature. In fondo è un modo per fare politica, da intendersi come la responsabilità che i cittadini hanno all’interno della polis.
Prendersi tale responsabilità diventa un atto di grande coraggio che pochi riescono ad avere. Non sono rari i casi in cui si preferisce fare teatro semplicemente per intrattenere, prendendo le distanze dalla realtà che ci circonda. Preferiamo non vedere, evitare di affrontare tematiche che ci costringerebbero ad una riflessione.
Preferiamo omologarci, appunto, ai canoni di una società precostituita. Probabilmente questa è già l’anticamera alla repressione della fantasia e all’auto annientamento.
Perché è così difficile rintracciare nelle stagioni teatrali spettacoli che parlano di noi, del nostro tempo, dei disagi giovanili e conseguentemente delle loro azioni tragiche preferendo, ad esempio, un Goldoni che ha fatto ormai il suo tempo?

 

Liliana LaeraA proposito di strumentalizzazione, Stefano Ricci e Gianni Forte sono stati recentemente accusati di strumentalizzare e cannibalizzare i loro performer pur di assicurarsi facili consensi e successo commerciale. Come risponderesti a queste accuse, avendo potuto sperimentare in prima persona la loro metodologia di lavoro?
Quando ho conosciuto Stefano e Gianni a Mondaino devo dire che ero abbastanza terrorizzata. Non li conoscevo per niente e il primo impatto è stato piuttosto destabilizzante.
Davanti a me c’era Stefano Ricci con uno sguardo di ghiaccio e Gianni Forte che ci scrutava, fotografava, riprendeva: mi sembrava di essere sotto osservazione continua.
Solo Marco Angelilli, personal trainer dell’ensemble, cercava di instaurare un rapporto di confidenza diventando uno di noi. Mi sentivo molto protetta da Marco. C’è stato sin da subito un bel feeling e ricordo ancora, come se fosse ieri, che nei momenti di panico cercavo il suo sguardo per tranquillizzarmi.
Nonostante questo accadeva una cosa in me. C’era una grande disponibilità in tutto quello che Stefano mi proponeva, gli esercizi che mi chiedeva, le improvvisazioni in cui finivo. Mi fidavo.
Non li conoscevo eppure istintivamente mi affidavo a loro. Percepivo un grande rispetto. Noi attori, performer, eravamo al centro. In loro era chiara la volontà di stabilire immediatamente un terreno confortevole per farci sentire a nostro agio; prima di tutto con noi stessi e poi con il resto del gruppo.
Probabilmente è più una fama che li precede. Si pensa solo all’aspetto più violento ed estetico, ma è subito chiaro per una testa pensante che dietro lo sguardo ricci/forte c’è un lavoro nel quale non si finisce mai di scavare. E’ un continuo andare oltre, entrare fin dentro nel midollo e non essere tavole di legno da apparecchiare come troppo spesso accade nel nostro mestiere.
In passato avevo già incontrato registi che attingevano alla mia storia, ai miei fantasmi più profondi, ma è stata un’esperienza devastante. Mi sono ritrovata a vomitare e buttare fuori tutto quello che avevo dentro per poi essere gettata in mezzo alla strada come un sacco di indifferenziata.
Stefano e Gianni ti portano nel loro mondo, ti fanno entrare nelle loro visioni. È molto difficile all’inizio. Pensavo che non ce l’avrei mai fatta, ma poi è come fare parapendio. Riapri dei cassetti che pensavi di aver chiuso per sempre e li riapri sapendo perfettamente che niente di quello che dirai verrà strumentalizzato. Come performer ti assumi la responsabilità rispetto a quello che fai e dici perché non sei uno sterile esecutore; responsabilità che scaturisce dalla presa di coscienza che davanti a te ci sono due persone che si assumono il compito di prendersi cura di te.

 

"Still Life (2013)" vuole rappresentare un grido contro l'ignoranza ottundente e l'involuzione culturale di un Paese ormai ridotto allo stremo, che ha smarrito le proprie radici e l'inestimabile valore della fantasia. Forse è invece proprio la fantasia, priva di freni e confini, l'unico strumento per incrinare le "solide" certezze dei benpensanti e rivitalizzare un panorama teatrale italiano ormai asfittico e ostinatamente ancorato alla tradizione?
“C’era una volta un paese a forma di scarpa. Ora non c’è più.” (cit. Grimmless)
Credo che ancora una volta la drammaturgia ricci/forte vada a colpire dritta al centro.
Essere giovani oggi nel nostro paese è una disgrazia. Quando ero bambina sognavo di diventare grande, avere una vita indipendente, vivere la mia maturità in modo sano. Se apro la finestra c’è solo smog.
Vivo in un paese che come dici tu è ormai ridotto allo stremo. L’ignoranza e l’involuzione culturale portano la gente a non credere più a niente. Sembra che la strada più semplice sia andare via, farla finita con una sensibilità scomoda, tagliare il filo sopra le nostre teste.
“Still life (2013)” a voce alta vorrebbe aiutare un paese alla deriva a cercare le proprie radici, a ritrovare nella fantasia un alleato per sconfiggere tutto questo vecchiume.
“Still life (2013)” è una sorta di antitarme.
Mi ritrovo immersa in un panorama teatrale che non riesce a staccarsi dalle tende di velluto rosso. Non ci si rende conto che quei drappi sono pieni di polvere. Si continua ad “impellicciarsi” nonostante le temperature tropicali. Non abbiamo il coraggio di vivere il nostro tempo, ma basterebbe così poco. E forse ci divertiremmo anche.
Mi immagino la gente con in mano spade luminescenti chiamate “Fantasia” che vanno da sé e combattono contro quelle “solide” certezze di cui parli tu, Andrea, e che in un solo colpo oltre a incrinarle, le polverizzano. Mi immagino, dopo questa polverizzazione, una nebulizzazione di aria fresca che restituisca vita al nostro Paese, alla nostra cultura e quindi al panorama teatrale. Mi immagino che la tradizione possa togliersi la parrucca e farsi un taglio di capelli più vicino al tempo presente.

 

Come sarà strutturato questo nuovo progetto? Si tratterà di un intreccio polifonico delle voci dei cinque performer che torneranno ad affondare nel loro vissuto personale con una rilevante componente di improvvisazione, oppure il testo drammaturgico sarà più rigidamente strutturato e codificato a priori?

Non so ancora come si svilupperà il viaggio ma, come nelle esperienze precedenti, mi predispongo con assoluta disponibilità verso l’ignoto.
Tre settimane fa davanti ad un caffè Stefano mi ha detto: “Mi piacerebbe averti nel cast del nuovo progetto che verrà presentato a Roma in occasione della rassegna del “Garofano Verde”. Non c’è stato bisogno di dire niente. Il mio sorriso, la luce nel mio sguardo e un abbraccio corrispondevano al mio “Si, ci sono!”
Immediatamente ho sentito molto forte e vicina la tematica del nuovo spettacolo e ho subito sentito che ancora una volta ci sarebbe stato qualcosa che avrebbe invaso la platea non lasciandola indifferente. Anche stavolta sono convinta che abbattendo la quarta parete si darà allo spettatore una visione a 360 gradi facendolo viaggiare insieme al performer.
Quello che mi interessa del lavoro di Ricci/Forte è che non si capisce più qual è lo spettatore e quale il perfomer, c’è un continuo flusso. Tutto il pubblico, tutte le generazioni, riconoscono nei loro spettacoli un fattore emotivo che permette di raccontare qualcosa che non è scontato.
Portare mia madre Palma, una donna di oltre 60 anni, casalinga, che vive in Puglia, a vedere Macadamia e osservarla emozionarsi è stato per me un segnale molto importante. Mia madre non era mai andata a teatro e non conosce la differenza tra teatro di ricerca, teatro di prosa, etc etc, non si è seduta con pregiudizi o riserve, ha solo deciso di ascoltare con umiltà e rispetto qualcuno che la guardava negli occhi e la invitava a giocare con loro. Lei al gioco ci è stata fino alla fine.

 

Di recente hai recitato anche in altri lavori teatrali. In questi giorni sei in scena con "GabbiaNo ovvero Dell' Amar per Noia", una riscrittura del testo di Anton Cechov curata da Woody Neri; una manciata di giorni fa invece sei stata tra le protagoniste di "Strappi", un lavoro tutto al femminile con la drammaturgia e la regia di Carlotta Piraino. Cosa puoi raccontarci di queste esperienze?
“GabbiaNo” è un’esperienza che nasce innanzitutto da un incontro, con Woody, avvenuto negli anni dell’accademia a Bologna. Il testo è una riscrittura del Gabbiano di Cechov fatta da Woody che cura anche la regia ed è in scena insieme noi.
Sono omessi nomi di persone e luoghi per decontestualizzare l’azione in un tempo/luogo astratto. Tuttavia il plot del testo cechoviano è mantenuto intatto, così come è mantenuta la dinamica relazionale tra i personaggi che tale plot subiscono.
Si amplifica la claustrofobia del testo originale: l’impianto scenico ruota intorno ad una piscina gonfiabile, reminiscenza di fanciullesche vacanze da cortile, a simboleggiare un lago. Un luogo che tutti descrivono come incantevole, ma che appare più come uno scantinato industriale, un rifugio antiatomico, una prigione (una Gabbia, appunto), dove i detenuti/personaggi trascorrono la loro personale ora d’aria, la loro vacanza, girando in tondo, a vuoto, nell’impossibilità mentale e fisica di evadere.
In questo spettacolo interpreto Masha che si è trasformata nella Figlia della Governante. Woody ha fatto un lavoro di riscrittura dei personaggi adattandoli a noi attori. Ha cercato di cogliere le nostre peculiarità per poi trasportarle artisticamente in personaggi che diventano tridimensionali e finalmente vivono. E’ partito da Cechov per poi camminare con le sue parole, parole di un trentenne che vive in una società ormai distante dalla Russia evocata da Anton, ma che con essa ha in comune la difficoltà della comunicazione all’interno dei rapporti interpersonali intrisi di pose e ritualità distanti dal sentimento e viziati da una coazione a ripetere che impedisce ai personaggi di trovare una via di fuga dalla gabbia in cui si sono auto-costretti. Ciò che rimane in queste relazioni è la noia e l’impasse.
“Strappi” è un lavoro che voleva parlare di aborto, ma che di aborto non si riesce a dire niente, perchè troppo difficile, perchè resta una pratica oscura, contraddittoria, inenarrabile. Qualcosa su cui si devono chiudere gli occhi. Anche se si sa che c'è. “L'aborto è come la prostituzione, non ci dovrebbe essere, ma è incancellabile”.
Sole donne in scena. Che giocano a fare gli uomini. Che immaginano come sarebbe se ci fossero “loro”. Ma l'uomo è assente. Inevitabilmente.
Carlotta Piraino è partita da un'intervista fatta ad una ginecologa che fa aborti da 30 anni e va in analisi da 10. Era l'unica cosa che, nella sua contraddittorietà, la convincesse.
Questo conflitto tra difesa del diritto e malessere diventa il cuore del problema, visto che, a eseguire aborti, sono paradossalmente proprio le donne.


Prima di concludere vuoi aggiungere qualcosa oppure rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?
Credo di aver detto già abbastanza. Non ho altro da aggiungere se non salutare con affetto tutti i lettori di SaltinAria e ringraziare te, Andrea, per questa piacevole conversazione. Adesso mi allaccio la cintura di sicurezza, metto in moto, ingrano la marcia e parto per questo nuovo viaggio con Anna Gualdo, Giuseppe Sartori, Fabio Gomiero e Francesco Scolletta. Direzione? “Still life (2013) ”, of course!

 

 

Intervista di: Andrea Cova
Foto di: Andrea Pizzalis, Yara Bonanni, Giuseppe Distefano
Sul web: www.ricciforte.com

 

 

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