ricci/forte - Still Life (2013): intervista a Francesco Scolletta

Scritto da  Sabato, 08 Giugno 2013 

Terza tappa del nostro percorso di avvicinamento a "Still Life (2013)", il nuovo spettacolo con cui l'ensemble ricci/forte omaggerà il ventennale della storica rassegna del Garofano Verde, affrontando il tema della discriminazione, del mobbing psicologico identitario che determina la repressione dell’immaginazione e spinge all'auto annientamento. In questa tappa incontriamo uno degli attori più recentemente approdati nella compagnia, Francesco Scolletta, lasciandoci conquistare dal suo contagioso entusiasmo che, ben miscelato a naturale talento interpretativo e risoluta determinazione, regalerà sicuramente preziosa linfa vitale a questo attesissimo progetto.

 

Ciao Francesco e benvenuto sulle pagine di SaltinAria! Comincerei da un punto di partenza di rito... perché non ci racconti qualcosa di te e di quando hai deciso di intraprendere il percorso della recitazione?
Non sono stato io, è colpa delle suore oblate. Perché il pomeriggio dopo pranzo dovevamo restare a braccia conserte, abbassavano le tapparelle, c’era ancora odore di bastoncini Findus tra i banchi e ci facevano fare la pennichella pomeridiana. Ma io non avevo mai sonno. E avevo sempre voglia di fare qualcosa. Quando si avvicinavano, abbassavo lo sguardo. Erano come delle api operaie, piene di miele, sempre indaffarate ma anche con tanto di pungiglione. Il loro alveare si trovava subito dopo l’entrata, sulla sinistra. C’era scritto MADRE SUPERIORA. Lei era l’ape regina. Se le api erano ritornate alla base, era meglio che ti mettevi seduto e non rompevi le scatole a nessuno. Però poi c’era il giardino, i banchi color pastello, in legno, con gli angoli rotondi e a dicembre si metteva in scena la recita di Natale.
Io, con i capelli biondi, a caschetto, facevo il pastore con un gilè giallo, rivestito di pelo di pecora che mi aveva prestato nonno Ciccio, che usava d’inverno nelle cave quando lavorava le pietre. Ero sudatissimo, e mi prudeva dappertutto. Poi angelo custode, re magio, giuda, satana. Fino a imitatoredellamorte.
Da allora, non ho mai smesso di sudare.

Il primo contatto con il teatro emotivamente dirompente ed assolutamente personale di Stefano Ricci e Gianni Forte. Per un giovane attore deve rappresentare un'esperienza destinata a lasciare un segno indelebile. Puoi raccontarci com'è andata per te?
Finita l’accademia, sapevo che c’era ancora tanto da imparare, ma gli incontri che mi capitavano non accendevano in me nessuna scintilla. Troppi bla-bla fieri del loro egocentrismo sterile. Dovevo scegliere con chi continuare il mio percorso, dovevo scegliere chi aveva ancora tanto da insegnarmi. Dovevo scegliere un teatro utile a me, a chi lo guarda, ora, in questo Paese. Da spettatore ogni volta è un incubo. Ho sempre paura di addormentarmi quando vado a teatro. Con Stefano e Gianni il pericolo è stato inverso. Da spettatore torni a casa e ti porti dietro i loro pugni nello stomaco, i cortocircuiti ventricolari, il sudore, le fatiche, gli strappi dei loro performer che poi, con colori e forme diverse, sono anche i tuoi. Scena e platea sono in continua osmosi. È impossibile non sentire il loro palpito.

Francesco ScollettaHai già avuto modo di lavorare in passato con l'ensemble ricci/forte, in occasione degli ultimi due capitoli del progetto pluriennale "Wunderkammer Soap" - "L'ebreo di Malta" e "La strage di Parigi" presentati al RomaEuropa Festival 2011 - e seguendo il sentiero laboratoriale che ha condotto a "Imitationofdeath", con cui – dopo il Festival delle Colline Torinesi alle Fonderie Limone di Moncalieri - sarai in scena l'1 e 2 Agosto a Centrale Fies a Dro. Cosa hanno lasciato sulla tua pelle queste tappe formative e per-formative?
Lividi e cicatrici sulle ginocchia, sui gomiti. Durante l’ultima scena de “L’Ebreo di Malta” eravamo sdraiati per terra, rotolandoci sotto un neon accecante. Per non parlare di quanto cloro ho buttato giù durante le performance di “La strage di Parigi”. I polpastrelli erano diventati più soffici delle migliori piume d’oca che imbottiscono i nostri giubbini. Beh, ovvio, questi erano soltanto i segni visibili ad occhio nudo. Lacerazioni necessarie per giungere al midollo emotivo che ci tiene in vita. All’essenza del nostro essere in scena.

In particolare, per quanto riguarda l'ultimo lavoro drammaturgico "Imitationofdeath" ispirato ai romanzi di Chuck Palahniuk, cosa significa per te entrare finalmente nel cast, dopo che lo spettacolo ha percorso i suoi primi passi dal debutto romano di ottobre ad oggi?
Per un attore, ricevere la convocazione ufficiale è sempre un’epifania. Se poi a chiamarti sono ricci/forte, e i compagni di viaggio sono 15, e le destinazioni sono Torino, Dro, il Théâtre MC93 di Bobigny (Parigi)... l’entusiasmo è così tanto che continuavo a ripetermi non ci posso credere!
Sul linoleum delle Fonderie Limone a Torino sono stato accolto da abbracci fraterni. Le indicazioni registiche di Stefano, il supporto e la maestria di Giuseppe Sartori e la generosa collaborazione di ogni singolo performer. È un viaggio diverso ogni sera, una formazione in continua evoluzione. Una sfida che si rinnova ogni volta che, indossati gli zoccoli da fauno, cerchiamo di elevarci da terra mostrando il nostro scheletro lucente.

Venendo al presente, si avvicina una nuova entusiasmante avventura: il 25 giugno al Teatro Argentina di Roma andrà in scena "Still Life (2013)", l'atteso progetto con cui il teatro di ricci/forte omaggerà il ventennale della storica rassegna del Garofano Verde. Come ti stai preparando a questo appuntamento impegnativo e prestigioso? Puoi svelarci qualche anticipazione riguardo allo spettacolo?

Le anticipazioni rovinano le sorprese e poi il lavoro in prova è un’eterna metamorfosi. Un’avventura a occhi bendati che scopre sentieri inattesi. Ho solo la certezza di far parte di una squadra d’eccezione. È un regalo bellissimo per me, credo il migliore che abbia ricevuto in questi ventotto anni. E spero di ricambiarlo al meglio.

"Still Life (2013)", partendo dai drammatici episodi di giovani adolescenti arrivati sino a privarsi della vita che hanno costellato la recente cronaca, accende con decisione i riflettori sulla quotidiana e scientifica repressione della fantasia e della diversità, volta ad annientare qualsiasi voce discordante dalla massa indottrinata a dovere. Quali sono secondo te la valenza e le potenzialità dell'arte nell'affrontare queste tematiche di atroce attualità?
Atroce attualità, hai detto bene. E l’arte, a mio parere, è fondamentale quando riesce ad essere altrettanto atroce, diretta, spiazzante, intensa nel condannare tale repressione. I Tg ormai parlano dei fidanzamenti delle soubrette e dei menù da seguire se sei intollerante al lattosio. Le intolleranze di cui dovrebbero fare reportage sono altre invece. Milena Gabanelli docet. E anche lo stesso succede nel teatro.

Francesco ScollettaCrisi economica, una società famelica insensibile ai bisogni del singolo, arte e cultura sempre più neglette. Un ragazzo giovane come te, a cui certo non difettano talento ed intraprendenza, come si pone di fronte a questa situazione? La fuga verso Paesi più ricettivi ed evoluti diviene una scelta obbligata o c'è ancora margine per continuare a lottare in questa martoriata Italia?
Sinceramente ero già pronto a partire, a Londra. Avevo un biglietto solo andata, il giorno prima del mio debutto con Imitationofdeath a Torino. Avrei frequentato un corso di physical theatre. Poi la chiamata di Stefano, il caffè a Torre Argentina, americano per me ed espresso per lui. Mi piacerebbe continuare a lavorare con te, pensaci mi disse. Gli risposi, quando si comincia? Sono corso subito in farmacia a fare incetta di ogni sorta di integratore, ce l’avrei messa tutta, certo che mi ero imbarcato su un Boeing che avrebbe volato ad alta quota, portandomi lontano da un’Italietta provinciale e letargica in cui siamo parcheggiati.

Sei tra gli ultimi performer ad essere entrato stabilmente nell'ensemble ricci/forte. Quali sono le tue impressioni personali sulle dinamiche che contraddistinguono il lavoro in questa compagnia?
È un lavoro difficilissimo, una fatica colossale. Ogni volta che comincia un nuovo progetto sono terrorizzato ma non vedo l’ora di cominciare a lavorarci. È una compagnia di grandi professionisti, di persone sensibili e attente e intransigenti. Ogni gesto, respiro, ogni battito di ciglia, ogni affondo intimo verticale appartengono ad una visione precisa che viene analizzata e condivisa con noi. In qualunque momento delle prove o della presentazione al pubblico ti senti parte integrante di un sistema etico e culturale che, insieme alla ormai conosciuta qualità artistica del gruppo, ti fanno percepire protagonista di un mestiere fantastico e necessario. Un’illusione quaggiù ai margini dell’Europa. Sono fiero di muovere i primi passi professionali con loro.

Qualche curiosità per permettere ai nostri lettori di conoscerti meglio...cosa ti piace fare nel tempo libero? Quali sono i tuoi gusti teatrali da spettatore?
Faccio sempre una perlustrazione a Porta Portese o nei negozi vintage di via del Governo Vecchio. Papillon, cravatte, camicie colorate. Non riesco a farne a meno, mi restituiscono il buon umore. E poi il cinema, quelli silenziosi però, dove di solito si è in quattro gatti. Vado spesso all’Intrastevere, è lì che ho guardato Amour di Haneke. Ho pianto per un’ora e mezza di fila e sono tornato a casa senza cenare. Mi era successa la stessa cosa dopo aver visto “Some Disordered Christmas Interior Geometries” di ricci/forte. A teatro, ho visto due spettacoli meravigliosi quest’anno nella capitale. Here/After di Constanza Macras e poi Disgrace di Kornel Mandruczo.

Nelle tue vene scorre sangue pugliese, come ti trovi a vivere nella caotica Roma?
Nelle mie vene non scorre soltanto sangue pugliese, ma anche olio, vino, taralli. Ogni volta che torno a casa litigo con mamma e papà perché mi riempiono le valigie fino a farle scoppiare. Roma è tante cose messe insieme, se ti concentri solo su alcune ti viene la voglia di prendere tutto e scappare via. Vedi il traffico, i musei e i cinema che costano ancora tanto, la mentalità gretta e cafona di tanti che la abitano. Non si può morire a quindici anni per omofobia in un liceo nel centro di Roma. E la colpa è nostra. Perché come diamine si può applaudire e ridere a chi afferma che è “meglio essere appassionati delle belle ragazze che gay”? A sedici anni, nonostante il NO di mio padre, sono partito per un anno in Belgio. Ho frequentato lì il terzo anno di liceo, andavo a lezione di biologia ed educazione sessuale e il professore ci insegnava la differenza tra sesso biologico e orientamento sessuale. Avevamo un dildo sulla cattedra per imparare a srotolare un preservativo. E ognuno di noi doveva farlo con le sue mani. Nelle stesse ore, in un liceo italiano, qualcuno non aveva portato la tuta ed era rimasto sulle scale d’emergenza a fumarsi una sigaretta e a parlare di tv.

Quali sono i prossimi progetti artistici che hai in cantiere?
Sto facendo le prove con la mia vita. Voglio che sia lei il mio prossimo, entusiasmante, progetto artistico.

Prima di concludere vuoi aggiungere qualcosa oppure rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?
Vi aspetto tutti il 25 Giugno al Teatro Argentina a Roma. Pronti a nuove scosse dell’anima, senza ovviamente cintura di sicurezza. Per assaporare il gusto del sentirsi sopravvissuti e non “nature morte”. 

 

Intervista di: Andrea Cova
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Sul web: www.ricciforte.com 

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