Renato Sarti: l’impegno diviso fra teatro civile e commedia dell’arte

Scritto da  Giovedì, 02 Aprile 2020 

Una passione per la storia, la consapevolezza del senso civile del teatro e l’impegno sul territorio, il rilancio del teatro comico e della commedia dell’arte, specchio della società e cuore del mestiere dell’attore. Abbiamo incontrato il regista triestino Renato Sarti per raccontare il suo percorso e la sua idea di teatro, ma soprattutto quel senso ‘artigianale’ del mestiere dell’attore.

 

Come e quando nasce la tua passione per il teatro?
“Fin da bambino ho ‘costeggiato’ il teatro nel senso che allora la nostra quotidianità era più teatrale e meno tecnologica, virtuale, e il teatro era intrecciato alla vita quotidiana, Con mio fratello Claudio nelle osterie triestine, dopo il Festival di Sanremo, cantavamo in piedi sulle sedie le canzoni, rispettivamente, di Claudio Villa e Renato Rascel in cambio di un gettone per il calcio balilla. Anche a scuola facevamo teatro. L’elemento che molti anni dopo però ha scatenato il mio avvicinamento al palcoscenico è stato del tutto personale. La mia fidanzata di allora, di Genova, si era iscritta alla Accademia di Trieste e quando la vidi uscire, circondata da una serie di ragazzi, decisi di iscrivermi anch’io”.

Verrebbe da dire Piccoli equivoci senza importanza, citando il racconto di Antonio Tabucchi che dà il nome alla raccolta, dove il protagonista sceglie una facoltà universitaria per lo stesso motivo. Poi cos’è successo?
“Dopo un anno l’ho lasciata, la scuola, ma io ho una lunga storia di studi non compiuti, dall’università all’Istituto Europeo di Design a Milano. Mi è rimasta attaccata l’esperienza del teatro perché è una scuola essenziale di formazione per l’io, per la coscienza di sé.”

Qual è stato il debutto teatrale?
“Con oltre settanta ragazzi dell’Accademia abbiamo fondato una compagnia, CIRT, Centro Internazionale Ricerca di Teatro, un nome forse un po’ altisonante, beneficiando dell’ospitalità del teatrino presso l’ospedale psichiatrico di Trieste. Basaglia e i suoi collaboratori avevano posto un’unica condizione, che gli ‘utenti’ del luogo avessero sempre una porta aperta per le prove e gli spettacoli. E’ stato un luogo molto importante per me, dove circolava tanta energia, a cominciare dal regista Gianni Lepre”.

Quali sono i luoghi e gli elementi più importanti della tua formazione dopo l’incubatore triestino?
“A Trieste mi sentivo stretto e sono rientrato a Milano dove già ero stata un periodo per seguire la formazione di design. Ho avuto la fortuna di abitare in via Rovello all’angolo con Via Cusani, a due passi dal Piccolo Teatro che avevo per altro già frequentato. Mi sono iscritto alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Successivamente ho frequentato la palestra dell’Elfo e quella “corrente aperta” con personaggi come Moni Ovadia, Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio, Gabriele Salvatores, Elio De Capitani, Ferdinando Bruni. La fortuna è stata che in quegli anni all’Elfo, essendo una piccola struttura, non era possibile pagare gli stipendi a molti attori così ognuno svolgeva in uno spettacolo diversi ruoli. E’ stato un periodo molto intenso tra il 1979 e il 1986 nel quale mi sono cimentato nelle sfaccettature dell’interpretazione. Ad esempio in Dracula e il vampiro ho ricoperto il ruolo del dottor Morris, di un chierichetto, di un contadino bulgaro… Qui ho avuto modo di sperimentarmi in molti ruoli, anche se la mia propensione era per il ruolo di caratterista con un lavoro specifico sulle maschere. Tra l’altro per lungo tempo nei momenti vuoti delle stagioni teatrali ho gestito due baracche di burattini dalla a alla z: scrivevo i testi, realizzavo i costumi, scolpivo le teste di legno, li muovevo e ho misurato l’importanza dell’aspetto artigianale del mestiere dell’attore.”

Come hai trovato la via della regia?
“Era cresciuta in me l’esigenza della scrittura e il primo testo, Carla Nicoletti, nel 1987, ha vinto il premio I.D.I. con un finanziamento che mi ha consentito di mettere in scena lo spettacolo al Teatro Litta di Milano”.

Una tappa importante della tua carriera è rappresentata dal Teatro della Cooperativa. Com’è nata quest’avventura?
“Dalla mia passione per la storia che, nel 1995, per il cinquantesimo dalla Liberazione, mi ha portato a realizzare uno spettacolo alla Risiera di San Sabba a Trieste, con il concorso di una serie di enti e istituzioni, che ha coagulato molti artisti, tra cui Giorgio Strehler, Moni Ovadia, Bebo Storti, Omero Antonutti. Nel 2001 poi ho avuto un contatto con il Niguarda dove c’era uno spazio ricreativo non valorizzato, all’interno di una delle più grandi e consolidate cooperative abitative italiane, istituzione di impegno sociale e di lotte politiche e sindacali. Non credo che quest’incontro sia stato casuale e ritengo che se il teatro non è civile non è teatro. Questo è vero in generale e nel mio caso in modo più marcato per l’attenzione alla storia.”

Qual è il tuo legame con l’associazione Aned, legata ai sopravvissuti dello sterminio nazista?
“Fondamentale. Oggi sono uno dei consiglieri nazionali dell’associazione che ha sede nella Casa della Memoria di Milano e il mio impegno è forte perché ho conosciuto e approfondito la deportazione italiana e soprattutto quella triestina che è stata circa un terzo di quella nazionale, attraverso la conoscenza di ex deportati, che ha rappresentato un percorso essenziale umanamente prima che per il mio percorso teatrale. I suoi aderenti sono i sopravvissuti allo sterminio nazista, i familiari dei deportati e coloro che intendono studiare e divulgare, soprattutto tra i giovani, la storia del fascismo, della Resistenza e delle deportazioni nei lager nazisti.”

Quali sono gli autori ai quali sei più legato?
“Otto anni all’Elfo sono stati essenziali, con testi scritti in parte dai protagonisti che lavoravano nel teatro o rimaneggiando Shakespeare e altri autori importanti. Ho una particolare passione per autori del teatro dell’assurdo o comico-grottesco come Eugène Ionesco, Samuel Beckett, Israel Horowitz e soprattutto Thomas Bernhard, il mio autore di riferimento con i suoi sottili doppi sensi e l’autoironia dei suoi testi che in Italia sono rappresentati in modo lugubre, mentre all’estero fanno piegare dalle risate gli spettatori. Un altro punto di riferimento per me è stato il mondo del cabaret che ho avuto l’occasione di frequentare al debutto di Zelig.”

Il teatro comico comunque è per te una prospettiva dalla quale guardare il teatro in senso ampio e non solo un genere.
“Credo che il cabaret sia una palestra che mette a nudo l’attore costringendolo a un confronto diretto il pubblico che non può essere differito né mediato. La tensione della risposta sulla battuta non mente. Purtroppo in Italia il comico è declinato nella deriva televisiva dove c’è solo la battuta, il tormentone e l’ammiccamento scurrile. D’altra parte il mondo dei critici e degli intellettuali ha un atteggiamento snobistico rispetto alla comicità anche se il filosofo Benedetto Croce nell’Estetica sottolinea come il teatro moderno europeo sia nato dalla commedia dell’arte che è stata rivoluzionaria come i Rolling Stones lo sono stati per la musica rock, anche per i comportamenti degli artisti. Basti pensare che a Milano nel Seicento Carlo Borromeo vietava le rappresentazioni del genere la domenica perché la gente preferiva vedere Arlecchino che usciva fuori da sotto la gonna di Smeraldina con lo sguardo furbo piuttosto che assistere alle prediche del cardinale. C’è sempre stata una diffidenza verso la comicità da parte degli intellettuali, se non fosse stato anche nel cinema per alcuni registi controcorrente come Rossellini in Roma città aperta che scritturò Anna Magnani, allora interprete per eccellenza dell’avanspettacolo, e Aldo Fabrizi o Pier Paolo Pasolini che diede dignità a Totò, in precedenza massacrato dalla intellighentia”.

Il tuo ultimo lavoro che ancora deve andare in scena - era programmato al Teatro Filodrammatici prima della chiusura dei teatri per l’emergenza sanitaria in corso - si muove sul filo sottile che separa o forse dovremmo dire intreccia tragedia e commedia. Qual è stato il suo approccio?
La molto tragica storia di Piramo e Tisbe che muoiono per amore, liberamente tratto dal Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare, di cui ho scritto il testo e curato la regia, produzione del Teatro della Cooperativa, nasce da un lavoro precedente, finanziato dall’Assessorato alle Politiche Giovanili, che aveva riscosso un buon successo. I fondi di allora ci avevano consentito di mettere sul palcoscenico 18 attori con un patrimonio importante di interpretazioni comiche. La proposta attuale vede in scena cinque donne, tre italiane e due straniere e un uomo di colore. Le scene degli artigiani che rappresentano la tragedia di Piramo e Tisbe durante le nozze dei signori nel Sogno di una notte di mezza estate sono un appuntamento costante del teatro comico, e tanto più i maldestri interpreti cercano di essere tragici e di commuovere il pubblico, quanto più esilarante è il risultato ottenuto. La sgangherata compagnia amatoriale nella nostra riscrittura non è composta da artigiani che facevano i mestieri tipici del tempo, ma dalle dipendenti di una moderna e multietnica cooperativa di pulizie, La scopata, ci racconta un mondo di artigiani in gran parte scomparso.”

Nei tuoi spettacoli la presenza femminile è molto marcata, anche in chiave comica, una declinazione non affatto scontata al femminile.
“Ho avuto l’onore di lavorare con attrici di calibro - quali Valeria Morriconi, Franca Rame, Giulia Lazzarini, Maddalena Crippa, Marisa Fabbri, Laura Curino, Arianna Scommegna. Nel mio teatro ho ospitato la immensa Franca Valeri, Serra Yilmaz, Maria Paiato - e credo che la presenza femminile nel mondo del teatro comico debba essere rilanciata in Italia. E quando si parla di comicità, spesso ci si dimentica del contributo fondamentale - per intelligenza e ironia - apportato da attrici del calibro delle stesse Valeri e Rame, Ave Ninchi e Tina Pica, che una delle attrici dello spettacolo in qualche modo rievoca in Piramo e Tisbe”.

Non è il tempo migliore per fare progetti ma è vero che nei momenti difficili la creatività si espande. Sta immaginando qualcosa?
“E’ prematuro parlarne. Purtroppo proprio nel momento di lancio per la nuova stagione si è congelato tutto. La mia idea era di proporre due spettacoli comici e uno tragico ma non posso ancora parlare di progetti perché la fattibilità al momento è sospesa”.

 

Chi è Renato Sarti
Dopo l'esordio al Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste con la grande regista Margherita Wallmann, si forma con Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano e al Teatro dell'Elfo dove, tra l'altro, nel 1985, fa parte della compagnia che porta in scena Comedians, per la regia di Gabriele Salvatores, con Claudio Bisio, Antonio Catania, Silvio Orlando, Bebo Storti, Paolo Rossi, Gigio Alberti e Gianni Palladino.
Dal 1987 consegue diversi premi come drammaturgo: I.D.I., Vallecorsi, Produzione Riccione, Gassman, Anima. Nel 1991 Giorgio Strehler mette in scena Libero e nel 1992 Massimo Castri è il regista di Ravensbrück con Valeria Moriconi.
Nel 1995, all’interno della Risiera di San Sabba a Trieste, è ideatore e regista de La memoria dell’offesa, lettura scenica con Giorgio Strehler, Paolo Rossi, Moni Ovadia, Omero Antonutti, Bebo Storti, Marisa Fabbri, Barbara Valmorin...
Nel 2001 fonda il Teatro della Cooperativa a Milano dove ha messo in scena numerosi suoi testi (Mai Morti, Nome di battaglia Lia, La nave fantasma, Io santo, tu beato, È vietato digiunare in spiaggia, Chicago Boys, Muri e Otello spritz, Matilde e il tram per San Vittore, Il rumore del silenzio) e ha prodotto altri spettacoli fra i quali Ritter Dene e Voss di Thomas Bernhard, e in prima mondiale la riduzione di Nudi e crudi di Alan Bennet.
Queste produzioni hanno girato l’Italia e sono stati ospitati da teatri come Il Piccolo, l'Elfo e il Franco Parenti a Milano, l'India, l'Eliseo e il Valle a Roma, il Teatro Greco Antico di Siracusa, e festival come Mittelfest, Santarcangelo, Asti.
In questi anni Sarti ha collaborato, e diretto, con personalità del mondo del teatro quali Giulia Lazzarini, Elio De Capitani, Dario Fo e Franca Rame, Maddalena Crippa, Bebo Storti, Paolo Bonacelli, Moni Ovadia, Omero Antonutti, Alessandra Faiella, Laura Curino, Franco Però e altri.
Come regista e autore di teatro comico ha collaborato con Ale&Franz, Flavio Oreglio, Max Pisu, Zelig, Debora Villa, Che tempo che fa. Nel 2009 è regista e coautore del monologo Sulla strada ancora con Paolo Rossi.
Per la sua attività ha ricevuto l'Ambrogino d'Oro e il Premio Isimbardi da parte del Comune e della Provincia di Milano, i Premi Henriquez e Hystrio, attestati importanti da parte dell'Associazione Nazionale Ex Deportati (di cui è diventato consigliere nazionale), dell'Associazione Nazionale Partigiani e una medaglia commemorativa da parte del Presidente della Repubblica per lo spettacolo Nome di battaglia Lia.

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Giulia Tatulli
Sul web: www.teatrodellacooperativa.it

TOP