Renato Mannheimer: un attore a prova di sondaggio

Scritto da  Sabato, 25 Novembre 2017 

Renato Mannheimer, ovvero la gioiosa improntitudine nell'affrontare un palcoscenico a settant'anni. Debutto (quasi) assoluto sulle tavole teatrali per lo studioso di flussi elettorali, che in questo spettacolo dal titolo “Il sondaggista. Ovvero i danni del teatro”, portato in scena al Teatro Litta dal 9 al 12 novembre, ha avuto modo di confermare pienamente quelle attitudini istrioniche già intraviste nelle partecipazioni a Porta a porta, allorché tra un grafico e l'altro dava vita a gustosi botta e risposta con la «spalla» Bruno Vespa.


Tutto è nato da una proposta di Antonio Syxty, uomo dalle intuizioni genialmente estemporanee, che a un certo momento gli fa: «Lei sarebbe perfetto per I danni del tabacco di Cechov». Dopodiché, presa coscienza che quel monologo richiedeva una preparazione attoriale maggiore rispetto a quella del pur brioso Mannheimer, si è giunti a una soluzione compromissoria: ritagliargli una storia su misura, fornendo a lui l'opportunità di raccontare con prosa vivace la propria vita, fra aneddoti legati alla sfera privata e illustrazioni di sondaggi tra i più improbabili (come ad esempio, le stime percentuali relative all'uso del dentifricio, da cui emerge che solo pochi connazionali lo spremono dal fondo, come sarebbe corretto fare).

Bisognava trovare una scrittrice salace e un regista stacanovista per mettere in piedi questa pièce, e sono stati subitaneamente individuati: Valeria Cavalli e Alberto Oliva. Ovvero due che, con antica sapienza contadina, alla fine sanno sempre come cavar le castagne dal fuoco.

Mannheimer ha risposto, con la schiettezza che lo contraddistingue, alle domande di Saltinaria. Ma prima di giungere all'intervista una considerazione, derivante anche dalla visione dello spettacolo: il professore, per caratteristiche fisiche ma soprattutto di temperamento, potrebbe forse essere un buon Falstaff. Chissà che un domani, accompagnato dai fedeli paggi Oliva e Cavalli, non lo si potrà applaudire nelle vesti del giocoso cavaliere scespiriano.

L'impressione, vedendola sul palco, è di avere di fronte un attore nato. A questo punto ci si domanda piuttosto come nasce la vocazione del sondaggista...
Io facevo già un po' l'attore da ragazzo, in maniera amatoriale, ma promettevo bene perché veniva apprezzato il mio talento comico. Poi negli anni dell'università mi sono appassionato alle problematiche sociali, laureandomi in sociologia. Un docente mi propose di fargli da assistente dopo laureato e da lì ho intrapreso una lunga carriera accademica, lasciando da parte il teatro. Forse ho sbagliato, ma devo dire che anche il mio mestiere mi ha dato grandi soddisfazioni. Magari tornando indietro avrei detto di sì al direttore di Rai 3 Angelo Guglielmi, che nei primi anni '90 mi propose di condurre un programma di intrattenimento, comunque non ho rimpianti. Certo è che non sono un attore consumato, perché ci sono alcuni aspetti come la regolazione della voce su cui si può lavorare ancora.

La sua esperienza da spettatore teatrale quando comincia?
Sono sempre stato uno spettatore appassionato, per ragioni anagrafiche ho fatto in tempo a vedere anche qualche Brecht passato agli annali. Per motivi di amicizia poi sono legato al Franco Parenti e alla sua direttrice Shammah. Proprio recentissimamente ho visto al Parenti il nuovo spettacolo di Maurizio Micheli, e ne ho colto la grandezza anche dal punto di vista tecnico. Prima che Oliva mi insegnasse gli aspetti tecnici del recitare mi sarei limitato a cogliere l'aspetto del puro intrattenimento, ma ora che anch'io mi son cimentato nella recitazione posso dire che Micheli è un vero attore, non certo io.

Il protagonista de “I danni del tabacco”, invitato dalla moglie a tenere una conferenza sull'argomento che dà il titolo all'atto unico, approfitta dell'assenza della consorte durante la conferenza per esporre, anziché i problemi del fumo, i problemi della sua vita coniugale, confessando al pubblico presente il desiderio di scappare da una vita che non sopporta più. Ci sono delle affinità tra lei e il personaggio cechoviano?
Ci accomuna la voglia di raccontare i nostri sentimenti. Per il resto, il rapporto con mia moglie va benissimo da quarant'anni, e tutte le situazioni di conflitto con la mia signora che racconto nello spettacolo sono pura finzione scenica.

Quanti sono i politici italiani che realmente amano il teatro? Proviamo a fare una stima percentuale...
Così a occhio, direi che sono una netta minoranza. Azzarderei ottimisticamente un 10%.

Fa più danni il tabacco o la cattiva informazione?
Fa molti più danni la cattiva informazione. Il tabacco è dannoso ma bene o male ci si può regolare nell'utilizzo, mentre la cattiva informazione sta diventando sempre più difficile da regolare. Tante più persone hanno come unica fonte informativa Facebook, e Facebook è un ricettacolo di fake news. Queste persone si creano una propria percezione della realtà: uno ha certe convinzioni, le trova rilanciate sul social e in questo modo si autoconvince che quelle convinzioni siano giuste. Tutto ciò ha delle ricadute, gravi, sulla società nel suo insieme.

La situazione politica in Italia, al momento, che genere teatrale le fa venire in mente?
Il genere teatrale paradossale. Gli «attori», cioè i politici, impegnati da sempre a recitare il medesimo «copione», non riescono ad avvertire le mutate reazioni del «pubblico», vale a dire degli elettori. Gli imprenditori sono più abili, rispetto ai politici, a cambiare repertorio valutando l'evoluzione dei gusti degli «spettatori». Non a caso Berlusconi, poiché viene dall'imprenditoria, risulta essere ancora oggi l'«interprete» politico che più di tutti sa variare le «battute», osservando con attenzione costante le aspettative cangianti dell'elettorato. Renzi è diverso. Perlomeno dalle ultime sue mosse sembrerebbe che faccia sempre lo stesso spettacolo, anche quando lo spettacolo non raccoglie più consensi.

In ultimo, che cosa è rimasto nel 2017 del maoista Mannheimer, che in gioventù militava convintamente nella sinistra extraparlamentare?
È rimasta la curiosità, che mi spinge ad approfondire gli aspetti che riguardano la società. E che mi ha spinto anche a intraprendere questa nuova avventura come attore.

Intervista di: Francesco Mattana

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