Pietro Dattola: il teatro come invenzione, cercando quello che ancora non c’è

Scritto da  Sabato, 20 Maggio 2017 

La voglia di scoprire anche quello che è in divenire è il principio ispiratore di Inventaria, festival teatrale giunto alla sua settima edizione, con l’intento di valorizzare il lavoro dietro le quinte e la messa in opera. Fare teatro “off è un modo per denunciare la palude italiana senza gettare la spugna. Pietro Dattola, direttore artistico della rassegna, è convinto infatti che nel nostro Paese esista una grande vivacità drammaturgica, magari sotto traccia.

 

Come nasce il festival Inventaria e cosa vuole suggerire il suo nome?
«Il nome Inventaria nasce dall'idea di pluralità e freschezza che caratterizza il teatro off e che perciò ci premeva trasmettere. A seconda della parte di titolo su cui ci si vuole concentrare, Inventaria può essere un inventario del panorama off contemporaneo o una boccata d'aria fresca nella palude (teatrale o meno) in cui si vive, senza dimenticare il concetto di invenzione e, se proprio vogliamo scavare fino in fondo, la radice latina del verbo invenio, trovare, nell'accezione di trovare sempre cose nuove, fare scouting, scoprire nuove realtà per farle emergere. E infatti Inventaria è nato con una particolarità: quella di selezionare anche progetti di spettacolo ancora in divenire e di artisti emergenti, rischiando e scommettendo insieme a loro. Quest'anno, per esempio, siamo giunti a 11 prime nazionali e 10 prime romane su 24 spettacoli proposti.»

Oggi, giunto alla VII edizione, che tipo di esperienza ha maturato e che cosa ha aggiunto l'edizione 2017?
«Col passare delle edizioni il festival è andato sempre più assumendo quell'identità che ci eravamo proposti di far emergere e anche la natura è leggermente mutata: la componente competitiva è rimasta, ma negli anni ha assunto sempre maggior rilievo la sua natura di festa del teatro off: negli anni in cui cadono i bandi del Premio di drammaturgia DCQ-Giuliano Gennaio e di Scene da una fotografia, il festival si occupa non solo del momento spettacolare in sé, ma anche di ciò che viene prima (drammaturgia) e dopo (documentazione interpretativa). La grande novità dell'edizione 2017 è strutturale: la diffusione del festival in tre spazi di tre quartieri diversi e la non consecutività degli spettacoli; quello che si perde in concentrazione si guadagna in respiro e, in definitiva, ritengo che il guadagno sia maggiore.»

Tra le novità 2017 la sezione Pillole e il workshop sulla Tecnica Meisner. A che tipo di scelta rispondono queste introduzioni?
«Le Pillole - ideate in collaborazione con il Teatro Studio Uno che per primo le ha introdotte l'anno scorso - rappresentano un ulteriore passo avanti nella direzione dello scouting cui facevo riferimento prima, consentendo agli artisti di provare sul palco non già uno spettacolo, ma un'idea di spettacolo. L'inserimento di un workshop si rifà invece all'idea di festa, ossia al voler espandere i confini del festival a ciò che viene prima e dopo l'evento spettacolare in sé - in questo caso, il training attoriale.»

A seguito della sciagurata chiusura improvvisa del Teatro dell’Orologio a stagione in corso, si è rivelato necessario individuare una sede alternativa per il festival. Come è ricaduta la scelta sui teatri Argot, Studio Uno e Carrozzerie n.o.t?
«Questi tre spazi sono, ciascuno in modo diverso, simbolo di resilienza del teatro e, in particolare, del teatro off: il Teatro Argot Studio per la sua longevità ultratrentennale; Carrozzerie n.o.t per il coraggio e le sue politiche lungimiranti; il Teatro Studio Uno per il suo ruolo imprescindibile di roccaforte culturale a Torpignattara. Ci piace pensare che ciascuno di essi rappresenti una delle molteplici anime di Inventaria.»

La proposta centrale è legata alla drammaturgia contemporanea: per quale tipo di orientamento si è optato nella selezione dei testi? C'è un fil rouge tra gli spettacoli in programma?
«Il principale criterio di selezione è sempre la qualità percepita della proposta. Quest'anno, tra le oltre 350 candidature pervenute, una parte considerevole era costituita da progetti, ragion per cui abbiamo deciso di intraprendere con ancora più convinzione l'idea di privilegiare le prime (nazionali o romane). In puro spirito Inventaria, non esiste un tema comune o un fil rouge tra gli spettacoli selezionati - è anzi ciò che accuratamente evitiamo. Tuttavia a posteriori si può notare come - con linguaggi molto diversi tra loro - più di uno spettacolo, a partire dal nostro Follower, fuori concorso, intercetti il tema della solitudine in un mondo apparentemente sempre più connesso. Una condizione che riguarda tutti, ma che forse un teatrante oggi in Italia avverte ancora di più, considerato l'isolamento e la frammentazione tipici del settore.»

E qual è la tua opinione sulla stato della drammaturgia contemporanea in Italia, sia a livello di testi, sia di spettacoli come anche di fruizione?
«Io vedo una grande vivacità, specialmente una volta giunti sulla scena. Negli ultimi anni ho assistito a moltissimi spettacoli tanto piccoli eppure tanto grandi, per i quali immediatamente è scattato il pensiero: "Questo dovrebbero vederlo tutti!" Anche l'osservatorio privilegiato che abbiamo noi della compagnia DoveComeQuando, con il nostro Premio di drammaturgia DCQ-Giuliano Gennaio conferma una sempre più elevata qualità della scrittura, anche se spesso si tende a inseguire la cronaca e i temi del giorno/dell'anno senza mostrarli da un punto di vista davvero personale: spesso ci si limita a rielaborare fatti.»

Un festival non è solo un cartellone ma spesso diventa anche un gruppo di condivisione: che atmosfera si respira ad Inventaria?
«Io penso che il tutto sia pervaso da un'aria piuttosto scanzonata. I partecipanti sono invitati ad assistere agli spettacoli dei colleghi gratuitamente e pure i partecipanti delle scorse edizioni godono del 50% di sconto sul prezzo del biglietto. La competizione c'è, ma è secondaria. Anche il fatto di doversi spostare da un teatro all'altro genera, in chi decide di assistere a più spettacoli, una sorta di dinamismo interiore che non può che far bene.»

C'è l'idea di creare un gemellaggio con un'altra realtà o "esportare" questa manifestazione altrove?
«Adesso sì! Ne approfitto per lanciare subito l'idea ai direttori artistici che ci stanno leggendo: che ne dite di proporre in stagione una sorta di "Best of" di Inventaria 2017? I vostri spettatori - ne sono sicuro - vi ringrazieranno.»

Anche scrivere e parlare di teatro è in fondo un modo per alimentarlo e la rete ha in questo il suo valore aggiunto: realizzarsi come una grande piazza che i giornali tradizionali non possono raggiungere sia nei numeri sia perché non prevedono un reale dialogo con il pubblico dei lettori.

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Sul web: www.dovecomequando.net

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