Pierpaolo Palladino: la suggestione della Roma del Papa Re ne "Il Pellegrino"

Scritto da  Sabato, 25 Aprile 2015 

Dopo il successo ottenuto sul palco del Teatro Sette e al Centro Culturale Elsa Morante, torna "Il Pellegrino", il racconto teatrale di Pierpaolo Palladino attualmente in scena al Teatro Ghione. A dare volto e voce ai ventisei personaggi del testo, uno strepitoso Massimo Wertmuller. Repliche fino al 3 maggio.

 

IL PELLEGRINO
di Pierpaolo Palladino
con Massimo Wertmuller
musiche Pino Cangialosi
musicisti in scena Pino Cangialosi (fagotto e percussioni), Fabio Battistelli (clarinetto)
costumi Alessia Sambrini
disegno luci Alessia Sambrini e Patrick Vitali
regia Pierpaolo Palladino

 

Sì, sì lo so, me l’hai sempre detto: a fasse l’affari propri se campa cent’anni. Ma mo’ io me chiedo, dimme ‘n po’, gli affari propri quali so?”. In queste parole, inizio e fine del lavoro, si ritrova l’assunto centrale de "Il Pellegrino", il racconto teatrale che Pierpaolo Palladino ha scelto di ambientare negli anni venti dell’Ottocento nella Roma del Papa Re, nello specifico di Pio VII. Un gioiello di scrittura che Massimo Wertmuller ha impreziosito ulteriormente, rendendolo un capolavoro, con la sua impressionante capacità di dare corpo e voce ai ventisei personaggi che è chiamato ad interpretare. Testo e recitazione, così, riescono a trasformare il monologo in uno scambio dialogico fra persone di varia provenienza geografica, appartenenti a ceti culturali diversi, espressione di linguaggi differenti.

La pièce, in scena al Teatro Ghione dal 21 aprile al 3 maggio, racconta le vicende di Ninetto il vetturino, invitato da Monsignor Caracciolo, il prelato reazionario presso cui presta servizio, ad occuparsi di suo nipote il Conte Enrico, arrivato da Milano a Roma perché ricercato a causa delle sue idee liberali, e quindi rivoluzionarie. L’iniziale incontro-scontro fra due uomini tanto diversi per provenienza, estrazione sociale e convinzioni politiche, si tramuterà in un rapporto di amicizia speciale che porterà il popolano Ninetto ad assumere il ruolo di protettore dell’incauto conte ricercato dagli zuavi pontifici e ad acquisire la coscienza sociale che fino a quel momento aveva messo a tacere.

Anche senza l’ausilio di una specifica scenografia, lo spettacolo riesce ad evocare - nelle atmosfere, nei rumori, nei colori e finanche negli odori - una Roma sostanzialmente lontana dall’immaginario collettivo rispetto a quella odierna. A supporto di tutto, le tante accezioni del romanesco che, in qualche modo, costituiscono la traccia su cui si muove la trama de "Il Pellegrino". L’opera, poi, è arricchita dalla presenza sul palco di due eccellenti musicisti: Pino Cangialosi, in scena con fagotto e percussioni (anche autore delle musiche originali) e Fabio Battistelli al clarinetto.

Già dalla prima lettura, si capisce che il racconto presenta tanti elementi suscettibili di analisi: il linguaggio, il messaggio, i sotto-testi. A parlarne, è lo stesso autore e regista, Pierpaolo Palladino.

Pierpaolo, come nasce l’idea di ambientare la storia nell’Ottocento, in una città tanto lontana a livello cognitivo da quella che conosciamo?
«Volevo condividere la suggestione della Roma del Papa Re. La capitale ha avuto tre passaggi importanti: la Roma del Papa Re, quella umbertina e quella repubblicana. Mi sono ispirato all’ambientazione dei film di Luigi Magni: ho pensato che fosse l’occasione per vedere Roma come corpo storico, per girarla e scoprine i trivi. E poi, mi sono anche detto che sarebbe stato bello servirsi del romanesco per riproporre aspetti di una città che è centro della cristianità, che costituisce l’ambito in cui il Risorgimento ha provato a prendere piede, che è stata nucleo del turismo di un’epoca storica veramente speciale».

"Il Pellegrino" realizza un’operazione particolare sulla lingua. Il dialetto utilizzato è molto sfaccettato: è, allo stesso tempo, arcaico e moderno, nobile e popolano. La scelta di questo elemento è una parte fondamentale dello spettacolo?
«Sì, lo è. Ma vorrei anche precisare che quando uso l’espressione “romanesco colto” intendo parlare di una lingua piena di accezioni anche dal punto di vista dei contenuti. In questo testo, si parla di filosofia esistenziale, di politica, di eventi drammatici, di episodi farseschi, di avvenimenti grotteschi. Ad esempio, quando il conte Enrico improvvisa il discorso nell’osteria fa una riflessione politica con un taglio decisamente filosofico. In questo senso, mi piace usare l’espressione “romanesco colto”: la lingua offre la possibilità di esprimere la maggiore potenzialità di colori e di concetti, indipendentemente dal fatto che l’opera sia comica o drammatica. Spesso, invece, il romanesco è identificato con il suo uso nei temi di evasione o di intrattenimento più volgare».

Ma ne "Il Pellegrino" si ride anche. Di che genere di umorismo parliamo?
«Ci sono momenti in cui la risata è di pancia, che vuole creare un contrasto forte con le parti struggenti della vicenda. In altri, però, è più ironica, più raffinata».

Lo spettacolo contiene un messaggio principale, che è la critica all’ignavia, ma poi si può leggere anche una serie di sottotesti: l’elogio dell’amicizia, il rispetto del bene della collettività, l’amore romantico. Hai voluto dire tante cose con questa storia?
«Sì, è proprio così. E poi, c’è un altro tema ancora: il rispetto del diverso, l’accettazione del nuovo, che in qualche modo è sempre destabilizzante. Se trasponiamo il racconto ad oggi, possiamo chiaramente vedere che il migrante viene sempre visto come una persona che può far cadere l’equilibrio creato fino a quel momento. La vita del Papa Re nell’Ottocento era cristallizzata, in qualche modo era votata alla salvaguardia di se stessa, fino a quando non si è scontrata con un muro che è venuto giù, quello di Porta Pia. Dunque, in questo lavoro ho potuto sperimentare e sviluppare un testo stratificato, con molti piani di lettura. Ed in tale tentativo, l’uso della lingua mi ha molto aiutato: l’istanza dialettale ha sempre il vantaggio di creare un rapporto diretto con il pubblico, rendendo il messaggio sotteso di immediata comprensione»

Altri temi?
«Quello della decadenza del vecchio mondo, della paura sempre in riferimento all’emergere del nuovo. E poi volevo scrivere una storia sui temi del Romanticismo, sull’incontro fra l’amore come motivo di disperazione e di morte: Eros e Thanatos»

Il fatto che nello spettacolo la componente dialettale abbia un ruolo così importante non fa correre il rischio di confinare «Il Pellegrino» entro le mura di Roma?
«No, affatto. Abbiamo avuto molto successo a Bergamo, per esempio, con un pubblico che ha vissuto la fascinazione del contrasto fra romano e milanese, fra due persone amiche-nemiche. Il direttore artistico del Teatro Donizetti ha ospitato lo spettacolo sapendo che sarebbe stata una scommessa, poi vinta senza ombra di dubbio: lui ha capito che, in questo lavoro, il romanesco avrebbe potuto comunicare molto. Sperimentazione e teatro popolare: è questo il connubio inscindibile de “Il Pellegrino”».

Perché hai scelto questo titolo? Chi è il pellegrino?
«Il pellegrino è colui che arriva e poi va via, che viene ospitato, che visita la città e successivamente torna a casa…a Roma poi, con la Chiesa, c’è sempre qualche pellegrino….».

Appunto. Il termine “pellegrino” ha un’accezione religiosa.
«Sì, è vero. In questo caso, però, il senso è più ampio. Il conte Enrico, pur essendo laico, non è ateo: lui non viene a trovare il Papa, ma è pur sempre lo straniero, il diverso, che con i suoi ideali si contrappone al potere precostituito».

Perché hai pensato a Massimo Wertmuller per questo spettacolo?
«Quando ho scritto il testo non avevo pensato a nessun attore in particolare. Massimo, però, aveva già interpretato assieme ad Ennio Coltorti un altro mio lavoro, “Il Cappello del Papa”, spettacolo ambientato nella notte del 20 settembre 1870, quando i bersaglieri entrano a porta Pia. Pensai che sarebbe stata una buona idea riprendere con lui il discorso incentrato sul linguaggio. In un primo momento, Massimo si era mostrato un po’ restio perché non voleva fare un monologo. In realtà ne “Il Pellegrino” ci sono tanti personaggi: non è un vero e proprio monologo, pur essendoci un solo attore in scena, quanto piuttosto un racconto teatrale».

E in effetti, si ha la sensazione di assistere ad uno spettacolo corale, grazie alla bravura di Massimo Wertmuller capace di entrare ed uscire con disinvoltura dai tanti personaggi che sono contemporaneamente in scena.
«Lo spettacolo è molto dialogato e, in questo, il piano evocativo ha un ruolo prioritario. In scena non c’è quasi nulla, eppure il pubblico dice di aver immaginato delle ambientazioni, di aver percepito i passi del cavallo sui sampietrini. È una cosa davvero singolare».

È un testo che ha una forza evocativa impressionante.
«È una sensazione solo il teatro può dare. Il cinema, sia per abitudine che per scelta storica, considera prioritaria la scenografia. Per questo spettacolo, non c’è alcuna scena possibile, bisognerebbe cambiarla in continuazione. Anni fa, al Teatro della Cometa ci chiesero di ricreare un’ambientazione. Decidemmo di mettere su un bel terrazzo, ma ci rendemmo conto che era del tutto inutile. È il linguaggio che ricrea le situazioni, che le evoca, bisogna solo andargli dietro».

In questo Massimo Wertmuller è straordinario.
«Sì, indubbiamente. E la formula adottata lo supporta molto».

Il Pellegrino» è un vero e proprio capolavoro di scrittura. Ora è anche un libro.
«Assieme a “Er naso”, un altro mio lavoro, è parte della Collana Scena Muta - Edizioni Progetto Cultura. Si tratta di un piano molto coraggioso perché vuole dare risalto ad una squadra di autori teatrali: è un modo per dare maggiore dignità a questo genere di letteratura».


Teatro Ghione - via delle Fornaci 37, 00165 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/6372294, 06/39670340, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17, lunedì riposo
Biglietti: platea intero 28 euro; galleria 23 euro; platea over 65 22 euro; galleria over 65 18 euro; Cral, gruppi e studenti 18 euro; bambini (sotto i 14 anni) posto unico 12 euro

Articolo di: Simona Rubeis
Grazie a: Morena Sangermano, ufficio stampa Teatro Ghione
Sul web: www.teatroghione.it

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