"Peli": un cortocircuito di legami affettivi, al di là delle convenzioni borghesi e dei generi

Scritto da  Lunedì, 09 Febbraio 2015 

Dal 10 al 22 febbraio per la stagione dei trent’anni di attività dell’associazione Argotstudio, va in scena al Teatro Argot Studio di Trastevere "Peli", scritto da Carlotta Corradi e diretto da Veronica Cruciani. Lo spettacolo racconta di due amiche, Melania e Rossella - interpretate in scena da Alex Cendron e Alessandro Riceci - che durante una partita di Burraco a due, innescano, a colpi di battute, un inaspettato cortocircuito che le porterà entrambe alla totale distruzione di quelle borghesi buone maniere nelle quali le sembrano essersi nascoste da anni. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l'autrice e i due protagonisti per scoprire la genesi di questo inconsueto progetto, che ritorna a Roma dopo i successi delle ultime due stagioni al Teatro Palladium nell'ambito della rassegna Nuove Drammaturgie e al Teatro Valle Occupato.

PELI
di Carlotta Corradi
regia Veronica Cruciani
con Alex Cendron e Alessandro Riceci
scene e costumi Barbara Bessi
musiche Paolo Coletta
luci Gianni Staropoli
traduzione italiano / inglese Edward Fortes
assistente alla regia Tullia Raspini
distribuzione Francesca Montanino
prodotto da Quattroquinte
in collaborazione con OffRome


CARLOTTA CORRADI

Ciao Carlotta, è un piacere avere l'opportunità di incontrarti in occasione del ritorno a Roma per la terza volta di "Peli", una produzione Quattroquinte, di cui firmi la drammaturgia e della cui regia si è occupata Veronica Cruciani. Il testo nacque in occasione della rassegna “Nuove Drammaturgie in Scena” al Teatro Palladium, in collaborazione con Romaeuropa Fondazione e Atcl Lazio. Puoi raccontarcene la genesi e come si è sviluppata questa esperienza?
Tutto è nato con un’immagine, più precisamente una scena che ho immaginato: quattro signore vestite di tutto punto che giocano a Burraco tra sorrisi e gesti calibrati, poi con i primi nervosismi alimentati dalle carte si scompongono gradualmente fino alla rottura di ogni formalità. Man mano che le educate signore cambiano linguaggio e modo di fare, si mettono più comode e scomposte sulle sedie e si tolgono le giacche mostrando braccia pelose. Sono uomini.
Indagando quest’immagine ho scritto il testo; l’arco è rimasto lo stesso, gli uomini sono diventati una metafora e i personaggi restano femminili. Rodolfo di Giammarco si è appassionato all’idea e ha inserito il testo nella rassegna proponendolo a Veronica Cruciani, la quale mi ha fatto penare all’inizio (lo dico col sorriso perché ho un ricordo bellissimo) ma poi ha sposato il testo con la passione e l’irruenza che la contraddistinguono.

Il tuo teatro privilegia l'universo femminile, scandagliato con grande lucidità, originalità e capacità di introspezione psicologica. Ne sono testimonianza tuoi lavori di grande successo, di pubblico e critica, come "The Women" e "Lipstick". Si tratta di una cifra distintiva del tuo teatro? E come si declina questa attitudine in "Peli"?
Evidentemente sì: la donna è il mio punto di partenza per scoprire l’animo umano e le relazioni. Quello che mi interessa sempre sono i sentimenti, le emozioni e tutti i meccanismi che li celano o li trasfigurano. A una prima lettura, “Peli” racconta l’amicizia tra due donne. Un testo femminile quindi, ma per me parla di legami e in questo senso prescinde dal genere. Poi ognuno di volta in volta trova il centro in altro; Carlo Gabardini, sceneggiatore e comico, lo ha definito lo spettacolo più bello che ha visto contro l’omofobia…

Come si è incontrata in "Peli" la tua drammaturgia con la regia di Veronica Cruciani? Qual è la veste registica che caratterizza la messa in scena?
È stata una lotta che ha portato stimoli e idee. Veronica ha voluto che seguissi tutte le prove, come nella tradizione anglosassone - un lavoro che ogni drammaturgo dovrebbe avere la possibilità di fare. Così ogni giorno lei mi ha chiesto se fossi proprio sicura che dovessero essere due uomini e ogni giorno le ho spiegato che ne ero convinta e il perché. E questo contrasto ha portato a due cose. La prima è che Veronica ha costruito una regia che sovrappone alla metafora del testo una metafora teatrale; lei lavora come se i due personaggi fossero due uomini, nello specifico i due attori che passano dall’auto-rappresentazione alla verità, dal personaggio alla persona. La seconda è che io ho imparato a rispondere sempre più precisamente a quella domanda! E ho conosciuto sempre più a fondo il mio testo.

Lo spettacolo ha debuttato a Roma al Teatro Palladium, per poi approdare al Teatro Valle Occupato. Due luoghi divenuti simbolo del malessere culturale che ha investito il teatro romano negli ultimi anni. Qual è la tua posizione sull'attuale panorama artistico a Roma e in generale in Italia?
È un discorso talmente lungo che non posso dire tutto quello che penso o facciamo notte. Sono confusa, questo sì. Farò una sintesi striminzita. Quel che è certo è che il problema sta alla base: non si investe nella cultura, nella competenza e nella qualità. Dovrebbe essere questo il dovere dello Stato, per (ri)educare un pubblico che invece di inseguire la bellezza insegue la fama. Per cui il privato ne è fortemente condizionato. Fortunatamente a volte, quando lo Stato è manchevole (l’Italia investe nella cultura cinque volte in meno della Francia, per fare un esempio) la risposta al malessere viene dal cosiddetto basso, da artisti e lavoratori dello spettacolo. Da qui la meravigliosa esperienza del Teatro Valle occupato, con tutte le sue contraddizioni (senza la quali, si sa, l’arte non esiste).

Hai già in cantiere altri progetti per il prossimo futuro?
Sto lavorando al soggetto cinematografico di “Peli”. Una produttrice se ne è innamorata e vuole farne un film. E questa è la novità più grande. Poi Quattroquinte sta lavorando alla produzione di “Aritmia”, una mia commedia a cinque personaggi (di cui ben tre maschi!) con la regia di Andrea Collavino. Io e Maria Teresa Berardelli invece abbiamo appena terminato la scrittura a quattro mani di “Banger”, un testo ambientato in un’azienda del futuro. Infine, devo trovare il tempo di finire il mio ultimo testo, una commedia musicale sulle baby squillo dei Parioli che, come “Aritmia”, ho iniziato a scrivere durante Crisi - il laboratorio di scrittura condotto da Fausto Paravidino. Crisi è un’occasione incredibile per un autore di scrivere e sentire il proprio testo (o una parte) interpretato dagli attori per poi discuterne con Fausto, gli altri del gruppo e il pubblico di uditori. Scrivere da soli davanti a un computer non è certo la stessa cosa... Ma spero che la Fondazione Teatro Valle Bene Comune riesca a riprendere presto il progetto.

 

ALEX CENDRON

Ciao Alex, raccontaci il tuo personaggio in "Peli". Come hai affrontato questo inconsueto ruolo en travesti?
Con grande entusiasmo e paura: non avevo mai indossato panni femminili, nemmeno sulla scena, e temevo moltissimo di cadere nella macchietta, nel cliché. Sentivo forte il bisogno di una aderenza emotiva al personaggio e in questo il testo mi ha rapita... ops rapito, fin dalla prima lettura; il lavoro è partito da lì, arricchendosi anche di una caratterizzazione esteriore che però cerco sempre di nutrire da dentro. Veronica ci ha guidati e aiutati in questo percorso, anche se la mia paura è stata fugata dopo la visione di “Gran bollito”, un film drammatico del 1977 diretto da Mauro Bolognini, con Shelley Winters sulle vicende di Leonarda Cianciulli, la "saponificatrice di Correggio". Vedendo le tre vittime (donne) interpretate da tre uomini (su tutti Max von Sydow) ho capito che era possibile per un attore riuscire a rendere credibile un ruolo femminile, anche in un codice “drammatico”.

Qual è stata la reazione del pubblico allo spettacolo e quali ritieni esserne le carte vincenti?
Direi davvero molto positiva sopratutto da parte femminile: credo che per un uomo possa essere abbastanza duro da “gestire”, sopratutto se non ha fatto bene i conti con la propria parte femminile. In genere il pubblico si aspetta una cosa differente (forse l'idea dell'en travesti è collegata a forme di spettacolo leggere e buffe) e restano colpiti, nel profondo, positivamente: "Peli" è uno spettacolo difficile da paragonare ad altri, ha molti piani diversi che convivono, si intrecciano e a volte collassano tra loro; i personaggi sono molto complessi ed emotivamente “in carne viva”, anche se non manchiamo mai di scucire qualche sana risata.

Fai parte della compagnia Giovio15 con cui ti abbiamo visto in scena ad esempio nella "Trilogia Midia" formata dagli spettacoli "PRiMIDIA", "MiDIA" e "RiMIDIA". Come è nato e come prosegue questo percorso artistico?
La mia felice collaborazione con la compagnia Giovio15 (in realtà collaboro dall'esterno) è nata proprio da MiDIA, il primo spettacolo della trilogia, ma ci conoscevamo fin dai tempi dell'Accademia: Francesca Sangalli era una mia compagna anche se ora si occupa solo di scrittura. Il percorso artistico prosegue su più fronti: stiamo riallestendo PRiMIDIA che, come tutta la trilogia è ancora in distribuzione; abbiamo girato e messo online alcune puntate pilota di una web-serie comica “COMPARSE - la serie” e infine sarò in scena diretto da Renato Sarti con un monologo comico “GUIDA ESTREMA DI PUERICULTURA ovvero sfasciare il bambino non vuol dire farlo a pezzi”, scritto a quattro mani da Angela Demattè e Francesca Sangalli, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 6 al 16 maggio.

Di recente hai anche preso parte ad un altro progetto ambizioso e ricercato, il "John Gabriel Borkman" diretto da Piero Maccarinelli, con Massimo Popolizio, Lucrezia Lante Della Rovere e Manuela Mandracchia. Che ricordo ne custodisci?
È stata una esperienza davvero significativa per me: recitare e replicare per due anni al fianco di attori di cotanto calibro non può passare inosservato. Anche sul piano umano è stato ricco di incontri davvero profondi e il personaggio di Erhart mi ha regalato una bella visibilità. Massimo poi è una punta di diamante di un teatro che non avevo mai toccato con mano e che, sebbene in qualche modo non sia esattamente il mio, mi ha insegnato davvero tanto. Avere una splendida mamma come Lucrezia Lante della Rovere che mi si contende con una zia dello spessore di Manuela Mandracchia non capita tutti i giorni.

 

ALESSANDRO RICECI

Ciao Alessandro, nel tuo passato gli studi alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, oltre a numerosi workshop con artisti del calibro di Mamadou Dioume, Nicolaj Karpov, Eimuntas Nekrosius e Doris Hicks. Quali incontri ed esperienze hanno segnato maggiormente il tuo cammino di attore?
Le esperienze che hai nominato sono state tutte importanti e a volte frutto di scelte sofferte, come lasciare la scuola del Piccolo di Milano. Altre volte invece sono state occasioni per rimettere in discussione le mie certezze. Forse l’esperienza dell’Ecole des Maitres, quell’anno diretta da Nekrosius, è stata la più importante. Il Gabbiano di Nekrosius andava alla biennale di Venezia, poi al festival di teatro dei paesi baltici a San Pietroburgo, per poi fare una tournèe in Italia di 90 date in 4 mesi. Avevo 26 anni ed era una grande responsabilità; Nekrosius era visto come un mostro sacro e quello era il primo spettacolo con un cast italiano, tutto giovane. È un tipo di esperienza rara se ti guardi intorno. È stato un momento molto fertile, uno di quelli in cui ti senti fortunato per quello che fai. Eppure dovrebbe essere così sempre, perché è quello di cui abbiamo bisogno.

Sei stato tra i primi aderenti al progetto del Teatro Valle Occupato. Il tuo punto di vista su questi tre anni certamente costellati da difficoltà ma anche da coraggiose ed inedite sinergie e sperimentazioni?
Mi ci vorrebbe veramente molto tempo, non solo per dare qui una risposta, ma per metterla in relazione con tutti quei sentimenti e quel senso di saturazione che ha dato vita, ancor prima che all’occupazione del Valle, alla lotta dei lavoratori dello spettacolo. Di certo posso dire che i motivi per cui è stato occupato il Valle sono ancora validi, oggi più di allora. La sperimentazione artistica e culturale nata con la collaborazione di artisti e cittadini è stato uno dei segni politici più alti di questi ultimi tempi, ma c’è molto altro da dire e soprattutto da fare…

Venendo al presente, cosa ti ha colpito particolarmente di "Peli", inducendoti a indossare i panni borghesi di una delle due protagoniste?
Il testo senza dubbio. Veronica, per i provini, mi ha fatto leggere una prima stesura. Nascoste sotto le battute di queste due signore sentivo scorrere forti emozioni. E il tema lo sentivo molto vicino. Leggendolo, le domande che mi nascevano erano molto vicine alle riflessioni che io stesso stavo facendo in quel momento; cosa comporta il legame tra due persone? Cosa lo rende forte e cosa ne minaccia la solidità? E poi sentivo forte nel testo il tema della ricerca della felicità e del senso di rinuncia. Se a questo aggiungi la sfida di far vivere un personaggio femminile, puoi immaginare come tutto fosse molto affascinante.

Come hai affrontato questo ruolo e come Veronica Cruciani ha diretto te e Alex in questo coinvolgente crescendo meta-teatrale?
Intanto ero molto felice di lavorare con Veronica; è una mia cara amica ma non avevo mai lavorato con lei. E per quanto sia stato difficile essere scelto per questo ruolo - Veronica e Carlotta mi hanno fatto 6 provini, non ci potevo credere! - lavorare alla costruzione di questo spettacolo e al personaggio di Rossella è stato molto divertente. Ho da subito avuto una grande sintonia con Alex, grande rispetto per il suo stare in scena e una totale fiducia nel modo di lavorare di Veronica, in costante dialogo con Carlotta sul come dare corpo alle parole e ai personaggi. Se poi mi chiedi da dove sono partito a costruire il personaggio… da alcune foto che Veronica ci ha mostrato. Foto di donne degli anni ’50. Da lì in poi è stato un continuo rispondere alle sollecitazioni di Veronica e metterle in relazione con i sentimenti che il testo mi aveva smosso alla prima lettura.

 

Teatro Argot Studio - via Natale del Grande 27, 00153 Roma (Trastevere)
Per informazioni e prenotazioni: telefono | fax 06/5898111, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00, domenica ore 17.30
Biglietti: 12 euro intero, 10 euro ridotto + tessera associativa annuale (3 euro)
Durata spettacolo: 50 minuti

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Giulia Taglienti, Ufficio Stampa Teatro Argot Studio
Sul web: www.teatroargotstudio.com

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