Nunzia Antonino: Sulle tracce di Lenor

Scritto da  Martedì, 07 Marzo 2017 

Una personalità effervescente che sceglie di "nascondersi" dietro il personaggio per lasciarlo agire. Lettrice appassionata capace di non sovrapporsi all'autore. Una vocazione, quella del palcoscenico, che l'accompagna fin da bambina al riparo dalla tentazione della regia...per ora almeno.

 

Cominciamo dallo spettacolo “Lenor” per parlare di Nunzia Antonino con qualche parola su personaggio, testo e regia e per capire gli elementi centrali di questa interpretazione. In particolare che significato ha per te questa figura? Quale l’empatia e quali le difficoltà per calarti o per restituirci questa donna?
«Ho incontrato Eleonora grazie ad una lettura pubblica “commissionata” dalla scrittrice di un racconto a lei dedicato, Enza Piccolo, che è poi diventata coautrice del nostro testo. L’incontro è stato folgorante, sia per le caratteristiche di questa donna e della sua vita, sia per delle corrispondenze che in quel particolare momento me la rendevano vicinissima. Succede forse come per i pianeti, la cui orbita segna un’ellisse che in certi frangenti ce li avvicina e noi ne sentiamo maggiormente l’influenza (proprio lei dice: credo nell’influsso delle stelle…). Portoghese d’origine, napoletana d’adozione, Eleonora nasce a Roma nel gennaio del 1752, in via di Ripetta, nel centro di Roma, (c’è una targa che la ricorda) e così, come puoi immaginare, questo approdo al Tordinona, nonostante la fatica che oggi comporta recitare a Roma, acquista un significato particolare per me. Fu poetessa, scrittrice e una delle prime donne giornaliste in Europa e quello che colpisce è la corrispondenza che seppe coltivare fra pensiero e azione, fra personale e politico. Data in sposa a un uomo violento, fu capace di divorziare in un tempo complicato. E accolta alla corte dei Borbone, scelse di opporvisi rinunciando a una vita che sarebbe stata assai comoda. Si occupò di scienza e di lingua, adottando per il suo giornale il dialetto con l’obiettivo, ahinoi fallito, di dialogare con il popolo ignorante… Insomma, Eleonora è una donna esemplare e travolgente che mi ha intrappolata. Così, la fase successiva, quella che - come dici tu - mi ha aiutato a “calarmi” nel personaggio, è stato un lungo e approfondito itinerario fra gli autori e le autrici che ne hanno scritto: Enzo Striano, Maria Antonietta Macciocchi, Benedetto Croce, Susan Sontag, Dacia Maraini, Alessandro Dumas… Direi, per essere più precisa, che il lavoro è stato un lento far affiorare dentro la tessitura dello spettacolo, la natura più intima del personaggio, tanto da evocarne - almeno nelle ambizioni - l’essenza. “Non faccio granché” sulla scena, Carlo (ndr. Carlo Bruni il regista) mi ha inchiodata davanti a una sedia, su di una pedana/patibolo di un metro per due e tutto si è dovuto generare dentro, al punto che la partitura di azioni è diventata una specie di danza interiore che trova corrispondenze marginali nel movimento esteriore di un corpo che, tuttavia, è in continua azione. Il mio, il nostro modo di lavorare si concentra molto sull’azione, nella convinzione che sia matrice del sentimento e qui l’azione, pur se contenutissima, è decisiva ed è stata decisiva per lasciare che Eleonora venisse ad abitarmi.»

Il confronto con un personaggio femminile è l’occasione per capire come lavori nell’interpretazione, sulla “giusta distanza” o secondo il metodo dell’immedesimazione?
«E’ difficile da spiegare, ma il mio, il nostro - perché assolutamente frutto di un costante dialogo con il regista - non è un lavoro d’immedesimazione ma di trasparenza. Come dice Carmelo Bene si tratta di assentarsi per lasciare spazio al personaggio ed in questo quella che chiamo partitura non a caso, acquista caratteristiche simili al linguaggio musicale che, pur non “dicendo”, evoca storie e sentimenti in maniera molto precisa.»

Ci sono dei personaggi che ti sono rimasti particolarmente attaccati e perché?
«Siamo uno di quei cartelloni pubblicitari dove si riconoscono gli innumerevoli strati di locandine sovrapposte. Direi che se un personaggio non ti resta attaccato vuol dire che l’hai lasciato fuori dalla porta, facendo un brutto lavoro. Naturalmente oggi Lenòr ed Else (Nunzia porta in scena una “Signorina Else” da Schnitzler, al Teatro Nuovo di Napoli l’11 e il 12 marzo) sono le due figure che frequento più assiduamente, ma incontro spesso anche Alice Weiss, la madre di don Milani e le tre signore che comporta la mia partecipazione a “L’abito nuovo”, un lavoro di Eduardo e Pirandello che faccio diretta da Michelangelo Campanale (Milano, Sala Fontana, 14/19 marzo).»

Andando a ritroso, come ti sei avvicinata alla recitazione?
«Direi che è stata una malattia presa dall’infanzia. Ci sono delle foto imbarazzanti di me, a nove anni, travestita da Madonna, che recito una poesia di Gozzano sul Natale (che ricordo ancora perfettamente) ospite di uno sgangherato palchetto. E penso che, per carattere e sensibilità, il teatro mi abbia salvato la vita…. anche se costantemente mi domando che ci faccio qui.»

Ho avuto l’occasione di conoscerti come lettrice, che ho particolarmente apprezzato, in occasione della lettura di uno dei miei testi, e credo personalmente che a volte leggere sia più difficile che recitare, più complicato riuscire ad esprimersi. Mi piacerebbe capire che posto ha la lettura nella tua attività.
«Sì, sono una discreta lettrice e mi piace anche leggere ad alta voce: una pratica che coltivo come esercizio alla trasparenza. E’ indispensabile, leggendo ad alta voce, fare attenzione a non sovrapporsi all’autore, ma offrirgli un veicolo semplice per raggiungere, attraverso l’orecchio, il cuore e anche il cervello dello spettatore. La lettura è una straordinaria macchina del tempo e dello spazio, leggere per me è un antidoto alla paura della morte che credo prenderebbe il sopravvento su questa fragilità infantile che mi accompagna. I libri sono una dispensa di emozioni, un riparo e un’occasione per moltiplicare il tempo… E sono anche una zavorra che fa delle mie borse delle vere e proprie ancore con la conseguente disperazione di chi, come Carlo, accompagnandomi, si trova gentilmente a caricarsele.»

La regia?
«Non sono attratta dalla regia, preferisco essere pienamente attrice e per questo coautrice del lavoro. Mi piace interloquire con uno sguardo e devo dire che su questo fronte il rapporto con Carlo Bruni è stato ed è prezioso e prolifico, anche se non esclusivo.»

Infine, quali sono i tuoi progetti a breve, non necessariamente legati a nuovi spettacoli?
«Il campetto è zeppo di semi che spero proprio non germoglino tutti insieme. La mia amica scrittrice Eleonora Mazzoni mi ha aiutato nella costruzione di un testo su Elsa Schiapparelli, la stilista del rosa shocking; attraverso un libro di Francesco Minervini ho incontrato la vita di Maria, collaboratrice di giustizia, ex moglie di un boss della mafia pugliese; e poi c’è Marianella Garcia Villas, collaboratrice di Romero, in Salvador e vittima di quella dittatura. Però no, non sono interessata a quello che comunemente viene definito teatro civile, preferisco piuttosto, come dice Rezza, quello incivile e queste donne mi interessano proprio per la dose di trasgressione che sono state capaci d’iniettare nel mondo. Sì, il mio carrello è affollato di figure femminili, ma chissà, certe volte è più il caso a determinare la direzione e tutti i semi piantati restano un modo per scacciare la solitudine che comporta questo lavoro.»

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni

 

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