Monica Faggiani: Questa è Monica, in scena al Teatro Libero

Scritto da  Mercoledì, 08 Luglio 2015 

Arriverà il giorno in cui, accoccolata sul divano di casa e col portatile sulle ginocchia, scriverà la propria autobiografia. Materiale con cui riempire un libro ne avrà tanto, davvero tanto, solo che bisognerà pure trovare un titolo gagliardo, per invogliare la gente a leggerlo. Propongo Monica e il desiderio, come il film di Ingmar Bergman. Ma niente di pruriginoso, come qualcuno maliziosamente potrebbe intendere. Il desiderio della Faggiani è più nobile: è voglia di sincerità nei rapporti umani, di coerenza tra etica pubblica ed etica privata, di amore inteso come condivisione e non come possesso, di arte con la A maiuscola. Questa sono io, attualmente al Teatro Libero, è il suo ultimo impegno di stagione.

 

Quanta fatica, quanta abnegazione da ottobre fino a oggi. Ma soprattutto quanta passione per il mestiere che fa: è il motivo per cui, nonostante la comprensibile stanchezza dopo tanto lavoro, non appare nel suo volto alcun segno di usura. Come il Nanni Moretti di Caro diario, Monica è una splendida quarantenne. A differenza dell'irsuto regista, non va però in giro in motorino a gridarlo ai quattro venti, perché è molto più umile.

Questa sono io è un bel “finale di partita” prima delle meritate ferie estive. Il campionato ricomincia tra un paio di mesi, e le cartucce da sparare saranno molte. Casomai avesse bisogno di rimpinguarle potrà chiedere a Laura Prete, protagonista una e trina dello spettacolo ora in scena, che di pistole se ne intende.

Laura Prete, in tutte e tre le varianti in cui si presenta al pubblico in sala, ha ben poco in comune con Monica, e sarà sufficiente leggere l'intervista per capirlo. Bisognerà un po' rivedere l'affermazione di Jack Nicholson secondo cui un attore in ogni personaggio che interpreta inserisce il 75% della propria personalità, perché proprio non si riescono a intravedere delle particolari affinità tra la sprovvedutezza della Prete e la maturità della Faggiani. Forse le accomuna la fragilità, ma quella di Monica è una fragilità solida, ossimoro solo apparente. Anche l'avvenenza, certo, ma nel caso dell'attrice salernitana il sostantivo va inteso nel senso letterale di persona proiettata nell'avvenire, nei progetti futuri.

È uno spettacolo, quello in cartellone fino al 15 luglio, che parla di una ex reginetta di bellezza ospite in uno di quegli show pomeridiani dove si fa della psicologia un tanto al chilo, con domande banali e risposte in sintonia con la frivolezza della cornice. Nonostante sia una creatura semplice, a un certo momento - dopo aver raccontato la propria storia con l'enfasi della ragazza ingenua che vede tutto rosa - forse percepisce l'insostenibile pacchianeria del tutto, e preme il grilletto contro il conduttore del talk. Consumato il delitto sotto gli occhi allibiti di qualche milione di telespettatori, Laura all'improvviso cambia tono, racconta di nuovo il suo passato ma stavolta in maniera più disincantata, non lesinando sui particolari più scabrosi. Terminato il secondo monologo, ecco che entra in pista la terza Laura, stavolta in versione genietto della matematica, che si ritrova ad essere valorizzata per le doti estetiche più che per le peculiarità intellettuali.

Federico Guerri, autore del romanzo da cui è stata tratta la pièce, ha definito il suo lavoro una “meravigliosa commedia”. Ora però viene il bello, caro Federico: se il tuo primo romanzo è una commedia meravigliosa, poiché nella vita ci si deve sempre migliorare, dal secondo ci aspettiamo come minimo una “Divina Commedia”. E il problema non è l'estro letterario, di cui la natura fortunatamente ti ha rifornito in abbondanza, ma la fatica fisica: dev'essere parecchio logorante scorrazzare tra i gironi ultraterreni senza un attimo di tregua, come a suo tempo fece il Sommo Poeta. Serviranno un paio di scarpe buone.

A parte gli scherzi, Questa sono io è un racconto appassionante, e a teatro rende parecchio: merito dell'interprete, ma anche della efficace riduzione drammaturgica di Corrado d'Elia e della regia visionaria di Alessandro Castellucci. Detto ciò, la parola passa a Monica.

Il mondo della televisione è pieno di ragazze simili a Laura Prete. Ne gira qualcuna anche nel teatro italiano?
Non negli ambienti che frequento io però sì, in generale ne girano eccome. Tra le ragazze che fanno televisione il teatro è visto come un modo di ripulirsi l’immagine. Sono convinte di poter salire sul palcoscenico anche senza preparazione, ignorano l’importanza dello studio per formarsi come professioniste. Per intenderci si è cimentata una come Manuela Arcuri, che onestamente è negata, ma anche chi come Vittoria Puccini ha dimostrato un discreto talento nelle fiction, quando poi si è trovata a recitare a teatro La gatta sul tetto che scotta il risultato è stato imbarazzante. Come puoi pretendere di calarti in un personaggio complesso come Maggie senza avere alle spalle una robusta formazione da attrice teatrale? Era una performance imbarazzante per il pubblico ma soprattutto per lei, si percepiva il suo imbarazzo nel rivestire un ruolo per il quale si sentiva inadeguata.

Che sentimenti provi nei confronti di Laura Prete? Prevale il raccapriccio per i compromessi a cui ha ceduto oppure l'umana comprensione perché in fin dei conti si è ritrovata in un gioco più grande di lei?
L’umana comprensione, totalmente. Mi colpisce e mi commuove il fatto che non abbia scelta, che sia costretta a vivere in un mondo dal quale poi non riesce a uscire. Per due motivi: 1. Il gioco diventa più grande di lei, estremamente pericoloso; 2. Una bella ragazza di 15-16 anni cede naturalmente al compromesso della ricchezza e della popolarità messe su un piatto d’argento, e una volta che sta dentro quel meccanismo infernale diventa un punto di non ritorno.

Senza voler urtare la suscettibilità di nessuno, possiamo dire quale è stato, in questa tua lunga e laboriosa stagione, lo spettacolo che ti ha gratificato maggiormente come attrice?
Sicuramente Hedda Gabler, che è stato un nodo nella mia carriera di interprete. Con Hedda sono andata a fondo di alcune dinamiche, personali e teatrali, che d’ora in avanti mi porterò dietro. “Frequentare” Hedda ha significato per me scoprire un senso di vuoto esistenziale, di marcio - nel senso di marcire dentro una vita non desiderata - che non mi appartiene, perché caratterialmente io sono una donna solare. Quell’aspetto lì non lo avevo mai toccato, e toccandolo mi si è aperto un canale. Adesso come adesso potrei interpretare Lady Macbeth, mentre prima di Hedda avevo sempre detto no.

Salerno è la città in cui sei nata e cresciuta fino ai nove anni. Al di là dei problemi che riguardano tutto il Meridione d'Italia, culturalmente come sta messa?
Non sono informatissima al riguardo, perché ci torno solo d’estate dove c’è la casa dei miei nonni. Per quanto ne so è abbastanza attiva, ad esempio leggo di tantissime iniziative estive, anche nella zona di via dei Mercanti dove c’è il Duomo. Mi sembra che sia una cittadina piuttosto animata.

Sei laureata in psicologia. Che psicologa sarebbe stata Monica Faggiani? C'è un orientamento psicologico, tra quelli studiati a suo tempo, che ti piace di più?
Ho fatto tre anni di specializzazione sulla psicologia clinica. La mia tesi era su Bion, allievo di Melanie Klein. Se avessi cominciato vent’anni fa avrei scelto un orientamento di tipo post-freudiano, post-kleiniano, quindi attento all’importanza della parola. Da un anno e mezzo sono allieva di un corso di Teatro Counseling, quindi sto studiando anche tutta quella parte relativa al corpo che la psicoterapia classica non prende in considerazione. Dovessi cominciare ora la professione, unirei i due insegnamenti che ho ricevuto sulla parola e sul corpo.

Non hai mai esercitato il mestiere di psicoterapeuta, mentre da alcuni anni sei docente alla Scuola Teatri Possibili. L'insegnante Monica sa essere severa con gli allievi? Ogni tanto dà, in senso metaforico, qualche bacchettata sulle mani?
Sì, perché alle volte succede che gli allievi non abbiano il rigore necessario nell’approccio al teatro. Quando il rigore richiesto non viene accettato io mi arrabbio molto, e divento proprio severa - taglio le battute se non le hanno studiate, faccio fare esercizi fisici estenuanti se arrivano in ritardo. Do una serie di regole, e dico “sta a voi rispettarle, se fate di testa vostra avrete delle conseguenze”.

Il ricordo del tuo primo giorno di scuola ai Filodrammatici. C'era più paura o più entusiasmo?
C’era una felicità incredibile, perché era davvero il sogno che coltivavo fin da bambina. Ricordo benissimo il primo giorno e anche come ero vestita - gonna lunga e grigiastra, maglietta nera, poi avevo i capelli corti e a caschetto, tutti mossi. E ricordo perfettamente l’improvvisazione che ci fecero fare. Avevo paura, sì, ma prevaleva nettamente l’entusiasmo.

Tre omonime: Monica Vitti, Monica Bellucci e Monica Guerritore. Sono donne che ammiri?
Di Monica Bellucci so pochissimo, ma per quel poco che so mi sembra una donna tosta. Monica Vitti la considero un monumento, e ho amato moltissimo i suoi film con Antonioni. Monica Guerritore mi piace molto, credo sia una donna che attraverso il teatro racconta un mondo interiore che le appartiene. Apprezzo anche che non abbia mai ceduto alla chirurgia estetica. È molto vera, e questa cosa l’ho notata pure nella conferenza stampa che seguì alla separazione da Lavia. Mentre per Lavia quella era un’altra occasione per mettersi in mostra, lei aveva mostrato una sofferenza vera senza colpo ferire, senza dire, fare e brigare. In quell’occasione si avvertiva benissimo la differenza umana tra le due persone.

Poniamo il caso che Woody Allen, Pedro Almodóvar e Cristina Comencini - due autori e un'autrice che hanno sempre saputo disegnare bei ritratti femminili - ti telefonino lo stesso giorno per proporti un ruolo da protagonista, da girare negli stessi giorni. Solo che uno gira a New York, uno a Madrid e l'altra a Roma, quindi per forza dovrai dire un solo sì. Chi scegli?
Credo che a istinto sceglierei Almodóvar, perché sono legata ad alcuni suoi film visceralmente. Innanzitutto a La legge del desiderio, che quando vidi da ragazzina mi sconvolse, non riuscivo a credere che un regista potesse arrivare così in profondità. Poi a Tutto su mia madre, che ha segnato il mio percorso umano, tanto che ho fatto un lungo laboratorio su quel film. Tutto su mia madre poi come sai è legato a Un tram chiamato desiderio, che è una delle mie opere preferite e uno dei miei sogni come attrice. Quindi scelgo Almodóvar, anche se i suoi ultimi film non mi sono piaciuti.

Tra i grandi registi ormai defunti, te ne viene in mente uno col quale avresti vissuto volentieri una intensa storia d'amore?
Strehler. Ho avuto la fortuna di seguire le prove del suo ultimo spettacolo Elvira, o la passione teatrale. Emanava una luce tutta particolare, che mi colpì tanto. Con tutto che poi la sua condotta personale non fu mai delle migliori, però il carisma era davvero inarrivabile.

Io comunque pensavo ai registi di cinema nel formularti la domanda.
Forse Bergman. Da ragazza ho passato notti intere a vedere i suoi film l’uno via l’altro, presa dal fuoco della passione per come e per quello che lui raccontava. Poi questo fatto che negli ultimi anni si fosse ritirato in un semi-eremitaggio ha accresciuto quel senso di ieraticità che promanava dalla sua persona.

Visto che si è parlato di Strehler, parliamo anche di Luca Ronconi che ci ha lasciato pochi mesi fa. Lo stile ronconiano ti piaceva incondizionatamente oppure avevi qualche riserva?
Quando ero molto giovane mi piaceva incondizionatamente. A vent’anni andai a vedere Besucher a Roma, e mi colpì moltissimo. Strano interludio lo vidi al Lirico e mi appassionò: dopo sette ore e mezzo di spettacolo in platea eravamo rimasti in tredici. Poi a mio personale avviso c’è stata una degenerazione, da un lato perché è ricorso a un formalismo eccessivo fin troppo gelido - che ha portato ad allontanare la gente mentre il teatro per me deve emozionare e coinvolgere - dall’altro perché tra i suoi attori, a fronte degli ottimi Popolizio e Pierobon, ce ne sono degli altri la cui recitazione infastidiva e annoiava. Io non vado mai via dal teatro finché non è finito lo spettacolo, ma giuro che per alcuni degli ultimi di Ronconi la tentazione di mollare a metà strada era forte. Ad ogni modo, ribadisco, nella sua carriera ha fatto dei capolavori, e io mi inchino di fronte ai capolavori.

Sei una persona che non coltiva il sentimento dell'invidia. Esiste però anche l'invidia buona che è un sentimento positivo, orientato verso quelle doti che non riconosciamo in noi ma che apprezziamo negli altri. Prendiamo alcune attrici con le quali hai diviso la scena in tempi recenti, vediamo se c'è una caratteristica che ammiri in loro e vorresti fosse tua. Cominciamo con Paola Giacometti.
Paola ha una capacità di andare a fondo, di dire a se stessa “devo capire il personaggio in tutti i passaggi”. Io sono più naif in questo senso. Di recente abbiamo fatto insieme Sorelle per sempre: lei ogni giorno trovava un tassello nuovo e lo sommava ai precedenti, mentre io ne trovavo uno poi ne perdevo tre poi ne riprendevo quattro, ero più disorganica insomma. Ho ammirato la sua linearità, pazienza e caparbietà nel costruire passo dopo passo il ruolo che era stata chiamata a ricoprire.

Valeria Perdonò?
Valeria intanto la trovo bellissima, ha una voce che amo molto. Quello che lei ha e io non ho è la pazienza con cui sta al servizio del regista anche quando il regista non ha le idee chiare su quello che bisogna fare. Lei esegue senza battere ciglio, io invece mi spazientisco, non sopporto di dover provare cento strade diverse. Lei le prova tutte e cento, tutte bene e tutte con entusiasmo. Ogni tanto la guardavo e dicevo tra me e me “magari avessi anch’io questa adattabilità”.

Cinzia Spanò?
Cinzia è senza dubbio un’attrice che ha una marcia in più. Bravissima da tutti i punti di vista, ma non è solo questo: possiede un qualcosa di più della verve. Ne La donna che legge la sua recitazione aveva una tale pregnanza che alla fine dello spettacolo uno dice “datemi ancora un po’ di Cinzia Spanò, fatemela sentire ancora”. Ogni volta che vedo Cinzia in scena mi inchino e dico “brava”, col cuore in mano.

Parliamo della tua passione per il poeta Franco Arminio. Come mai i suoi versi hanno toccato così tanto le corde del tuo cuore?
Durante le prove di Hedda Gabler vivevo un momento di grande stress, anche per questioni personali, e mi sono concessa un viaggio a Livorno con degli amici. Mi è stato detto che in una libreria vicino al mare, gestita come la gestivano i librai di un tempo, era ospite un certo Franco Arminio, di professione paesologo, che fino a quel momento non sapevo neanche cosa volesse dire. Sono rimasta molto colpita soprattutto dal modo pacato e appassionato - che sembra una contraddizione, ma in lui non lo è - con cui raccontava il suo modo di attraversare i paesi - soprattutto quelli del Sud - ma anche la vita. Mi sono incuriosita e ho cominciato a leggere i suoi versi. Quando li leggo mi commuovo, mi ci ritrovo, mi appassiono, ha proprio risvegliato in me il senso poetico, tanto che ho cominciato a cimentarmi anch’io nella composizione di pensieri lirici. Vorrei invitarlo per un reading al Libero perché credo che abbia tanto da insegnarci.

Tuo figlio Francesco ha otto anni. Sarà una bella società quella in cui si muoverà da adulto?
Non credo. Nel popolo Italia non ho più fiducia, credo ci sia una mancanza di volontà da parte nostra, abbiamo troppa paura. Lo vedo anche nell’ambiente teatrale, in questo coltivarsi ciascuno il proprio orticello. La parola che uso più spesso con mio figlio è “condividi”, cerco di spiegargli che con la condivisione la mia cosa diventa anche dell’altro, mentre se la tengo per me è soltanto mia, e c’è meno gusto. Non so se in futuro ci sarà il cambiamento, e credo che siamo molto indietro rispetto ad altri Paesi europei. Nel mio piccolo cerco di costruire la microsocietà migliore del mondo, dove ci sia il valore della relazione - anche la relazione conflittuale, dove però l’importante è guardarsi negli occhi. Anche molte madri sbagliano nel loro approccio educativo. Dire “mio figlio non si può toccare” è un errore, bisogna lasciare invece che si relazionino tra loro, che si “contaminino” a vicenda.

Parlavamo prima di Bergman. Qual è il tuo posto delle fragole?
La casa di Salerno di mia nonna, dove sono nata. Alla fine di un lunghissimo corridoio c’erano le stanze da letto. Quella casa risveglia in me anche ricordi di scoperta. La prima volta che ho trovato il coraggio di percorrere al buio il corridoio e arrivare alla cucina da sola per me era stata una grandissima conquista, perché da piccola avevo paura del buio. Ogni camera poi aveva i campanelli per chiamare le altre camere: mi sembrava che in quell’edificio ai miei occhi enorme si creassero relazioni simbiotiche armoniose. Di recente da quella casa ho portato via un peluche, un orsacchiotto che stringevo a me da bambina.

Siamo alla conclusione. Questa intervista ha confermato il tuo carattere volitivo, la tua indipendenza di giudizio nelle scelte importanti della vita. Anni fa interpretasti "Così è (se vi pare)". Possiamo dire che la frase “così è Monica, se vi pare” riassuma, in estrema sintesi, la tua indole?
Sì ma non è stato facile arrivare a questo, perché per natura cerco sempre di compiacere, di aiutare. Penso che la cosa più importante sia poter dire quello che si pensa, poter dire a testa alta “io sono questa e non è detto che ti debba piacere, io non devo cambiare per piacerti”. C’è stato invece un lungo periodo della mia vita in cui volevo andare sempre incontro alle esigenze altrui, ed era faticoso perché poi il tuo mondo interiore prendeva altre strade. In questo periodo della mia esistenza effettivamente dico “così è, se vi pare”. E se non vi pare, tanti cari saluti.

Intervista di:Francesco Mattana
Sul web: www.teatrolibero.it

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