Michele Riondino: angelicamente ed ostinatamente anarchico, in equilibrio tra palcoscenico e cinema

Scritto da  Sabato, 07 Gennaio 2017 

In occasione delle repliche romane del suo ultimo lavoro teatrale “Angelicamente Anarchici”, andate in scena al Teatro Vittoria, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Michele Riondino, interprete e regista indubbiamente tra i più interessanti e creativi del panorama teatrale e cinematografico italiano. Partendo dal suo personale, emozionante omaggio a due dei maestri che hanno ispirato il suo percorso artistico ed umano, Don Andrea Gallo e Fabrizio De Andrè, è stata anche l’occasione per scoprire i numerosi altri progetti che lo vedono coinvolto in questo periodo, scoprendo nel giovane attore tarantino una curiosità ed un desiderio costante di sperimentare nuove strade e di sperimentarsi, che costituiscono probabilmente il segreto della sua carriera in costante ascesa.

 

Michele RiondinoCiao Michele, è un piacere incontrarti qui al Teatro Vittoria in occasione del debutto romano di “Angelicamente Anarchici. Don Andrea Gallo e Fabrizio De Andrè”, di cui sei regista e interprete, con la drammaturgia di Marco Andreoli. Quale è stata la genesi di questo progetto?
Questo progetto nasce anzitutto dall’idea di approfittare delle dinamiche teatrali per rivolgere un ringraziamento, anzi una vera e propria dichiarazione d’affetto, d’amore, nei confronti di questi due personaggi che hanno caratterizzato in un modo o nell’altro la mia crescita. Si tratta quindi di un modo per raccontare due miei insegnanti, posso permettermi di affermare che mi reputo un allievo di Don Gallo e di Fabrizio De Andrè per quanto riguarda le tematiche che hanno affrontato, per la modalità che hanno utilizzato per esprimere un certo tipo di concetti e di idee attorno all’umanità. Questo spettacolo dunque vuole in primo luogo rappresentare una dichiarazione di questo genere. Con Andreoli ci siamo chiesti come sarebbe stato possibile “teatralizzare” una figura come Don Gallo, obiettivo niente affatto semplice, anche alla luce del fatto che lui stesso negli ultimi anni di vita ha fatto spettacoli in prima persona; comunque, anche prima di fare spettacoli a teatro, Don Gallo era sempre stato un narratore. Volevamo fermamente distanziarci dall’idea di portare in scena una rappresentazione, un’imitazione di Don Gallo che non sarebbe stata assolutamente efficace. Quindi ci siamo inventati una sorta di escamotage per poter permettere ad un personaggio di simboleggiare Don Gallo - il nostro personaggio si chiama DG - e lo abbiamo posto in un non-luogo, in un limbo, né all’Inferno né in Paradiso, ma in un limbo dove è costretto a parlarsi addosso perché non ha nessuno a cui poter raccontare delle storie. Questo è uno scherzetto che gli abbiamo voluto giocare. Le storie che si racconterà e che racconterà a questo Dio immaginario non sono altro che le parabole di vita dei personaggi descritti nelle canzoni di Fabrizio De Andrè e quindi, con l’aiuto, la mano sapiente, l’orecchio sapiente di Francesco Forni e Ilaria Graziano, accompagnati da Remigio Furlanut al contrabbasso, abbiamo dato corpo e vita a questi ottanta minuti di spettacolo-concerto.

Da un punto di vista registico qual è la cifra distintiva che hai conferito allo spettacolo?
Partiamo da un’assunzione: ho paura dei monologhi, mi terrorizzano sia da spettatore che da attore e quindi per me è stato importante non andare a creare una situazione per la quale lo spettatore potesse riconoscere una dimensione monologante. Quindi ho cercato in tutti i modi di rendere quello che in effetti è un monologo in una chiave un po’ più da teatro di prosa: mi sono inventato uno scenario, una sorta di scenografia, che però non fossero altro che immagini, facendo in modo che il monologo stesso diventasse un dialogo in quanto in questa dinamica, in questa struttura scenica in cui ci sono un video e un personaggio che si confronta con se stesso, ho avuto la possibilità di ricreare su questo schermo un’ombra con la quale il protagonista DG potesse dialogare. Pertanto alla fine per ovviare alla tendenza che si ha durante i monologhi di raccontare le cose a un pubblico, io in realtà ho alzato una quarta parete spessa due metri e ho cominciato a dialogare con un’ombra che non mi risponde.

Questo Quinto Vangelo di Don Gallo, che rintraccia nella canzoni di De Andrè l’essenza del messaggio evangelico, naturalmente conserva una grande attualità. Quale messaggio vorresti provare a veicolare al pubblico attraverso questo spettacolo?
In realtà non c’è un vero e proprio tentativo di veicolare qualche messaggio, perché in definitiva DG costituisce la rappresentazione di un uomo, di un personaggio, che davvero ha lanciato una serie di messaggi. Affrontare determinate tematiche inevitabilmente è un modo per riaprire certi argomenti; gli argomenti che noi apriamo sono tutti quelli che hanno caratterizzato l’esperienza di Don Gallo partigiano, di Don Gallo uomo, e quindi si riaprono discorsi attorno agli ultimi, alla tolleranza, alla misericordia, alla comunione, alla condivisione. Primo su tutti, si riapre un argomento che mi sta particolarmente a cuore che è quello dell’utopia, che ha caratterizzato il percorso esistenziale di Don Gallo, così come di chiunque si reputi un partigiano. Io non reputo Don Gallo un partigiano solo perché ha fatto la guerra, Don Gallo è stato partigiano fino all’ultimo, perché partigiano è colui che mette la faccia e si espone per le proprie idee, affinché queste possano non prendere forma o corpo, ma per lo meno possano essere condivise ed argomentate in comunità. Ecco, questo se vogliamo è l’unico tentativo che ho fatto durante lo spettacolo: aprire degli argomenti.

Michele RiondinoLa musica costituisce certamente un elemento di grande rilevanza in questo spettacolo; ti accompagnano in particolare i brani musicali interpretati da Francesco Forni e Ilaria Graziano. Come si incontrano musica e parole in questa messa in scena?
Innanzitutto sono un fan della prima ora di Francesco e Ilaria, li ho seguiti come ascoltatore, li ho poi inseguiti come organizzatore del concerto del Primo Maggio a Taranto ed infine li ho voluti fortemente in questo spettacolo, perché hanno la qualità, la capacità ed il timbro vocale che potevano consentire di riarrangiare De Andrè. Infatti loro propongono una dozzina di brani musicali di De Andrè, ma sono tutti rivisitati in chiave decisamente personale. Quindi ho avuto la fortuna di affidare a loro il lavoro, anche perché Francesco è uomo di teatro, ha composto musiche già in passato per altri spettacoli, dunque conosce le dinamiche teatrali ed è stato tutto estremamente naturale. E’ uno spettacolo in cui la musica è fondamentale: lì dove la musica cede il passo alla parola, la parola narrata, non va via, comunque resta sotto traccia, è un basso continuo; comunque oltre alle coinvolgenti interpretazioni e rivisitazioni sonore di Francesco e Ilaria, in generale le atmosfere musicali riconducono all’immaginario di De Andrè, i personaggi delle sue canzoni prendono corpo e vengono narrati anche se non sono sorretti da una struttura musicale. Questo trasforma lo spettacolo in un vero e proprio concerto per voce monologante.

La scorsa estate sei stato Marco Antonio nel “Giulio Cesare” in scena a Verona e Venezia, con l’adattamento e regia di Alex Rigola. Che ricordo custodisci di questo lavoro? Avete in programma di portarlo nuovamente in scena nel prossimo futuro?
In realtà riprenderemo la tournée a febbraio; al termine delle repliche di “Angelicamente Anarchici” riprenderò a fare il Marco Antonio nel “Giulio Cesare”. E’ un’esperienza bellissima perché il “Giulio Cesare” è a dir poco uno dei testi più rappresentativi della produzione shakespeariana, è un testo perfetto per il teatro, Shakespeare ha messo in bocca delle parole bellissime a dei personaggi che sono e restano attuali anche oggi. Per me è stato molto piacevole lavorare con Alex, regista che ho imparato a conoscere negli anni ma che ho incontrato per la prima volta quando ancora ero in Accademia con uno spettacolo che portò in scena dieci-undici anni fa all’Argentina, “Santa Giovanna dei Macelli”, e che mi piacque davvero da morire. Lavorare con un regista che hai scoperto e così tanto apprezzato dieci anni prima è stata per me una grande soddisfazione, in più ho a che fare con un personaggio che io amo e ho adorato; avere la possibilità di pronunciare le parole declamate da Marco Antonio nell’orazione funebre costituisce veramente un lusso per un attore. Poi con una regia così sapiente come quella di Alex, molto europea, molto contemporanea, non vedo l’ora di riprenderlo, ecco.

Passerete anche da Roma con questo spettacolo?
Purtroppo no, purtroppo non in questa stagione. E’ stato chiuso tutto lasciando fuori per il momento le piazze più importanti italiane, perché invece per esempio andremo anche a Siviglia, in Spagna. Invece a Milano e Roma non sono ancora previste repliche; partiamo però da Napoli, al Teatro Mercadante, a febbraio.

Michele RiondinoAltro lavoro molto interessante che ti ha visto di recente protagonista è stato “Euridice e Orfeo” di Valeria Parrella con Federica Fracassi. Che esperienza è stata? Ne è prevista una circuitazione?
Si tratta di un progetto per il momento chiuso, molto interessante perché ha sperimentato un nuovo linguaggio, non era prosa, non era monologo, non era concerto, si trattava quasi di una struttura performativa, installativa, era un’installazione vera e propria lo spettacolo di Davide Iodice. Con il testo della Parrella, che ha mantenuto l’ aspetto lirico del mito di Orfeo ed Euridice, è venuta fuori quella che io amo definire una messa, perché alla fine si rifà anche ai miti orfici, ma se mi chiedesse di definire quello spettacolo, lo descriverei come una messa cantata dove i passi sono sempre gli stessi, le tonalità e i toni di voce sono sempre gli stessi e si ripete esattamente lo stesso andamento in una sorta di carillon, con una liturgia del gesto e della qualità della recitazione. E’ stato molto interessante e al contempo anche molto faticoso, perché poi alla fine non penso di aver avuto altre esperienze simili, per quanto riguarda anche la recitazione in versi, dal momento che il testo della Parrella era veramente una poesia, tutto in versi, assolutamente particolare.

Parallelamente al teatro continui a lavorare anche in ambito cinematografico e televisivo. E’ appena approdato al cinema il tuo nuovo film “La ragazza del mondo” con la regia di Marco Danieli. Cosa ti ha colpito di questa sceneggiatura e come hai plasmato il personaggio di Libero?
Questo film lo amo molto, ci sono molto affezionato, perché è un film secondo me estremamente delicato ed intelligente. Se si pensa a un film e ad un regista che si addentrino nelle tematiche legate ai Testimoni di Geova, è fin troppo facile immaginare il tentativo di realizzare una pellicola polemica. Marco Danieli invece è stato particolarmente acuto nel tirar fuori una storia assieme ad Antonio Manca, lo sceneggiatore, che non fosse ideologica, non fosse polemica, ma che fosse quanto più possibile reale e aderente a un’ipotesi. Quella che si racconta nel film è infatti una delle tante ipotesi che si possono creare quando due personaggi così diversi tra loro si incontrano, in questa circostanza appunto un testimone di Geova ed un laico, e quindi l’intelligenza del film risiede proprio nell’affrontare l’ aspetto umano di questi due personaggi. La sceneggiatura cresce e con il progressivo avvio della narrazione i personaggi si trasformano radicalmente: lei, Giulia, ha una metamorfosi profonda, riscopre anzi scopre se stessa, impara a conoscersi ed amarsi; il personaggio di Libero, che paradossalmente poteva apparire quello più semplice, è stato interessante affrontarlo sotto due chiavi di lettura diverse. All’inizio mi prefiggevo di restituire allo spettatore lo stereotipo del ragazzo di borgata come siamo abituati a conoscerlo nel cinema italiano, dunque arrogante, prepotente e spocchioso. Libero ha però una malinconia, una delicatezza, una gentilezza e una nostalgia che mi hanno colpito particolarmente e ho tentato di far crescere progressivamente con il prendere corpo della storia e col suo scoprirsi innamorato di questa ragazza. E’ stato divertente perché con Marco, il regista, che mi ha dato abbastanza libertà in questo, abbiamo sviluppato i dialoghi e le scene anche in corso d’opera, mettendole spesso in discussione, tant’è che l’ultima scena del film l’abbiamo discussa e sviscerata a lungo, l’abbiamo provata in mille chiavi e quella che alla fine è presente nel film era una proposta fatta estemporaneamente, in quel momento, sul set.

Quali altri progetti hai in cantiere per il prossimo futuro, oltre alla ripresa del “Giulio Cesare” a febbraio?
Adesso a marzo uscirà un film con la regia di Toni D’Angelo, si chiamerà “Falchi” ed è la storia di due poliziotti - i “Falchi” sono appunto questo corpo speciale di polizia presente in diverse città italiane, come Roma, Napoli, Taranto e Catania, costituito da agenti in borghese che girano in moto e si confondono molto con la criminalità, un corpo di polizia quasi ai margini della legalità; chi è figlio degli anni Novanta e proviene dai quei territori può comprendere quello che dico. Sarà appunto la storia di questi due poliziotti un po’ borderline, che si troveranno a confrontarsi con dei traumi personali oltre che con tutte le complessità del loro rischioso lavoro.

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Alice Fadda, Ufficio stampa Artinconnessione
Sul web: www.teatrovittoria.it

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP