Michele La Ginestra: un teatro ironico che stimoli alla riflessione, per non fermarsi all'apparenza

Scritto da  Mercoledì, 18 Marzo 2015 

Michele La Ginestra è attualmente impegnato al Teatro Golden con "Mi hanno rimasto solo", uno spettacolo che celebra il rapporto alchemico fra attore e teatro, attraverso l’interpretazione di una serie di personaggi diversi per genere ed impatto scenico. Repliche fino al 22 marzo.

 

MI HANNO RIMASTO SOLO
con Michele La Ginestra
scritto e diretto da Michele La Ginestra
e con Alessia Lineri, Irene Morelli, Alessandra Fineo
al pianoforte il Maestro Paolo Tagliapietra

 

Semplice o elaborato che sia, in ogni suo spettacolo un messaggio di fondo c’è sempre, ed il veicolo attraverso il quale sceglie di comunicarlo è la battuta che accende la risata sincera. Si può ben dire, allora, che questa sia l’etichetta dell’impronta artistica di Michele La Ginestra, attore generoso e cortese, che attraverso il palcoscenico dice tanto di sé e del suo pensiero, riuscendo a dare linfa ad uno specifico modo di fare teatro, unico nel suo genere.

Nel flusso della stagione 2014−2015 ci sono tanti impegni, ed ora è il momento della ripresa di "Mi hanno rimasto solo….dieci anni dopo". Il testo, di indubbio successo, è stato presentato in anteprima l’8 dicembre al Centro Culturale Elsa Morante nell’ambito del Festival "Autori per Roma", ed è poi approdato al Teatro Sette nel periodo natalizio, impacchettato ed infiocchettato a dovere grazie anche alla presenza in scena di alcuni musicisti: il maestro Paolo Tagliapietra, che si è esibito al pianoforte accompagnando le tre interpreti Alessia Lineri, Irene Morelli e Alessandra Fineo. Nella struttura di cui La Ginestra è direttore artistico, il lavoro ha registrato il tutto esaurito per l’intero periodo della programmazione, e la necessità di soddisfare la forte richiesta del pubblico ha reso necessario riproporlo. Ragion per cui ora è in scena al Golden, dove rimarrà fino al 22 marzo. Il one−man−show, grazie al lavoro di rifinitura e limatura che la professionalità del suo interprete ha realizzato, è un’affascinante maratona fra personaggi molto diversi tra loro, resi vivi dall’estro di un attore che gioca con il teatro riuscendo, sera dopo sera, ad incantare il pubblico.

Per sapere qualcosa di più di questo spettacolo, che a dieci anni di distanza dalla prima mise en scene continua ad avere tanto consenso, ci siamo rivolti a Michele La Ginestra, che è anche autore e regista del lavoro.

Prima di tutto, perché questo titolo?
«Dieci anni fa, era in programma al Teatro Sette un lavoro con i Favete Linguis. Stefano Fresi però ebbe un problema alle corde vocali ed il gruppo abbandonò tutto. A quel punto io, che avevo già scritto quattro monologhi, decisi di allestire lo spettacolo. Ecco spiegata la scelta del titolo, “Mi hanno rimasto solo”».

Come è cambiato il testo nel corso del tempo?
«Ho deciso di fare a meno delle cose poco attuali, anche se erano divertenti: per fare un esempio, ho eliminato “la tata di Berlusconi”, che oggi come oggi non ha più fascino. Chissà, forse lo spettacolo sarebbe riuscito allo stesso modo, ma mi piaceva l’idea di proporre cose nuove. E poi ho tolto dei pezzi basati sull’improvvisazione, sull’interazione con il pubblico. Ho introdotto la parte sui protagonisti delle favole che avevo scritto 25 anni fa ed ho aggiunto il personaggio di Leonardo da Vinci. L’idea di base, era quella di far vedere cose diverse fra loro, cercando di non percorrere un’unica strada. E poi in questo decennio è cambiata una cosa fondamentale: ho fatto tante esperienze ed ora mi muovo sul palcoscenico con maggiore sicurezza».

Come si inseriscono i musicisti nello spettacolo?
«La loro esibizione intramezza i cambi di costume. Per questo lavoro ho scelto una musica leggera, splendidamente arrangiata dal maestro Paolo Tagliapietra ed interpretata da tre cantanti liriche. Rispetto alla prima versione del testo la musica ha un ruolo più importante, ha uno spazio maggiore».

Ad un certo punto fai una bellissima dedica al tuo papà, che non c’è più: è un momento molto toccante, il pubblico ammutolisce. Non ti mette in difficoltà parlare di un argomento tanto intimo?
«No, perché in quel pezzo cerco di comunicare un messaggio di speranza: sarebbe bello se raggiungesse tutti quelli che si disperano per la scomparsa di una persona casa. Per chi ha fede è un percorso da sostenere, ma può essere utile anche a chi non crede: ci si può alimentare con l’idea che il sorriso passa dall’uno all’altro, con la sensazione di continuità fra ciò che veniva fatto da chi se ne è andato e chi rimane. Ieri c’è stata una serata per un’associazione che si chiama “Lorenzo ChiAma il Congo”: Lorenzo è un ragazzo morto prematuramente e la mamma, per ricordarlo, si occupa del prossimo. Io credo che sia una cosa bellissima…se uno poi pensa che in questo modo di fare ci si può rendere eterni…»

«Mi hanno rimasto solo» è andato benissimo al Teatro Sette. Ve lo aspettavate?
«Pensavamo di fare il tutto esaurito, ma non di scatenare questa isteria: la gente si metteva in fila per avere i biglietti. Il Teatro Sette ha 146 poltrone e ci siamo ritrovati ad aggiungere posti per soddisfare le richieste, fino ad arrivare ad avere in sala 150-156 persone. È stato sempre pieno. Adesso qui al Golden, neanche abbiamo iniziato che abbiamo già il tutto esaurito».

Allora, alla fin fine, il pubblico non “ti ha rimasto solo”.
«No, direi di proprio no! Avremmo voluto proporre lo spettacolo per quattro settimane, ma per una serie di ragioni ci siamo dovuti fermare a due».

C’era in programma un lavoro con Elda Alvigini dal titolo «Ricominciamo?». È saltato?
«Sì, per un insieme di impegni non compatibili. Al momento sto girando una fiction con Nancy Brilli e Massimo Ghini, per la regia di Laura Moscati. E a breve, poi, riprenderà anche l’esperienza di “Cuochi e Fiamme”».

La caratteristica dei tuoi spettacoli è la capacità di mandare messaggi stimolando il sorriso, quando non proprio la risata. Ci sono comici, anche molto amati, che bacchettano dal palco. Tu cosa pensi in proposito?
«Per quanto mi riguarda, posso dire che mi piace l’idea di poter stimolare una riflessione: non sono certo un maestro di vita che crede di poter insegnare qualcosa a qualcuno. Ho dei principi, dei valori, e ritengo che valga la pena comunicarli da un palco, nel modo più soft possibile, cercando di stimolare le persone alla ricerca, tentando di suggerire loro di non fermarsi all’apparenza. Parlando proprio del pezzo dedicato a mio padre, all’interno del monologo c’è un invito alla speranza, al sorriso. In fondo, questo è il mio approccio, ossia un ottimismo di fondo come parte della soluzione dei problemi. Lo stesso discorso si può applicare all’esempio che si offre nel rapporto a due: c’è chi si allontana dal partner perché non ha voglia di risolvere i problemi stupidi, e allora è bello dare l’esempio con una coppia che funziona, e che trova il modo di risolvere situazioni difficili».

È qualcosa che dici nella parte dello spettacolo in cui diventi don Michele?
«Beh sì, rientra in tale ambito. Tanti si sposano senza sapere dove stanno andando. Il matrimonio è una scelta impegnativa per tutti, credenti e non».

Qual è l’esperienza teatrale a cui ti senti maggiormente legato?
«Sono tre, per motivi diversi: «Rugantino», perché mi ha permesso di realizzare il sogno che avevo fin da quando ero bambino; «Radice di due» perché è lo spettacolo che mi ha reso autonomo dal punto di vista della produzione e mi ha consentito di dire tante cose di cui sono convinto; «Secondo me» perché è il lavoro in cui ho messo nero su bianco il mio pensiero su vari argomenti».

«Secondo me» è un lavoro molto particolare.
«Sì, infatti è stato anche contrastato: mi schieravo chiaramente, facevo scelte forti. Mi sono detto, “tutti dicono la loro, anche io voglio dire la mia”. Forse il mio pensiero non seguiva la moda, ma è così. Alla fine lo spettacolo ha colpito parecchio».

C’è molto di tuo in questo testo da tanti punti di vista, basti pensare alla scelta lavorativa del protagonista, che un po’ ti appartiene.
«Sì, il mio personaggio era un falegname, un lavoro che avrei voluto fare: mi piace l’odore del legno, attraverso il quale si hanno mille possibilità di ricordare. Quando portai il testo a Sergio Fiorentini, che era agnostico, disse di non essere d’accordo su alcuni punti, che su tante cose si sarebbe comportato in modo diverso. Poi, però, finita la lettura, mi disse: “quando iniziamo le prove?”. Quindi, forse anche lui aveva bisogno di un po’ di conforto. E ora che non c’è più lo ricordo con tanto piacere».

Qual è il lavoro che ti ha dato maggiore notorietà?
«Paradossalmente, la pubblicità della pasta. Ad ogni modo, Rugantino è uno spettacolo che mi ha dato grande visibilità. Con il Sistina ho frequentano il grande teatro, ma è il lavoro accurato e di cesellatura fatto al Sette che mi ha premiato tantissimo».

E qual è la più grande soddisfazione avuta come direttore artistico?
«Lo sviluppo seguito dal Teatro Sette: è nato come una piccola realtà ed è diventato negli anni un punto di riferimento per molti; ha un laboratorio con più di trecento iscritti; ha dato spazio a tanti artisti. Lì sono passati attori come Riccardo Rossi, Paola Cortellesi, Massimiliano Bruno, il gruppo che realizza spettacoli per bambini. Ma la di là di questo, proprio umanamente, mi dà soddisfazione il fatto che al Teatro Sette ci siano tante persone che trovano il modo per manifestare la propria arte».

Come direttore artistico deve essere stata una bella soddisfazione essere riuscito a coinvolgere nella programmazione anche un attore come Massimo Wertmuller.
«Il suo spettacolo “Il Pellegrino” è bellissimo, l’ho amato molto. Ora sto lavorando al cartellone del prossimo anno, già bello e ricco. Tra gli altri ci saranno Nicola Pistoia, Ugo Dighero, Roberto Ciufoli e Tiziana Foschi, le ragazze di Parzialmente Stremate. E poi ci sarò anche io».

Qual è lo spettacolo che vorresti fare e ancora non hai fatto?
«Forse “Aggiungi un posto a tavola”. Ma più per ripicca»

Spiega meglio.
«Garinei mi aveva scelto, ma Trovajoli disse di no».

Un altro sogno?
«Mi piacerebbe mettere in scena qualcosa di mio in un grande teatro. Chissà…forse a breve accadrà»

 

Teatro Golden - via Taranto 36, Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06/70493826, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17, lunedì e mercoledì riposo
Biglietti: intero € 25 (+ 2 diritto di prevendita), ridotto € 20 (+ € 2 diritto di prevendita)

Intervista di: Simona Rubeis
Grazie a: Daria Delfino, Ufficio stampa Teatro Golden
Sul web: www.teatrogolden.it

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