Michele Di Giacomo: porto in scena le vicende della mia terra, una tensione a cui ora so dare un nome. Cosa mi fa paura? La mancanza di rispetto nel lavoro.

Scritto da  Giovedì, 25 Maggio 2017 

A teatro per scoprire una delle vicende di cronaca nera più tristi che il nostro Paese abbia mai conosciuto. Sono i fatti della Banda della Uno Bianca, che hanno sconvolto l’Emilia Romagna e l’Italia intera, in scena al Teatro Libero di Milano fino al 28 maggio: l’organizzazione criminale che dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta, a bordo di una comunissima Uno Bianca, si macchiò di una serie di delitti efferati. La banda collezionò decine di rapine, uccise 24 persone, ne ferì un centinaio, diede vita alla cronologia di un incubo che si concluse con l’arresto di questi fabbricanti di terrore.

 

Trent’anni dopo il primo colpo, Michele Di Giacomo interpreta e cura la regia de “Le buone maniere - I fatti della Uno Bianca”, vestendo i panni di uno dei membri di questo mucchio di criminali, Fabio Savi (uno dei tre fratelli protagonisti dei fatti), affidandosi al testo di Michele Di Vito. Un monologo dalla cella del carcere ai ricordi - o alla scoperta - dello spettatore, tramite il flusso di coscienza di un uomo comune con l’anima macchiata di sangue. Una scelta coraggiosa, affrontata con intelligenza.

 

LE BUONE MANIERE - I FATTI DELLA UNO BIANCA
di Michele Di Vito
regia Michele Di Giacomo
con Michele Di Giacomo
consulenza drammaturgica Magdalena Barile
scene e costumi Roberta Cocchi e Riccardo Canali
suono Fulvio Vanacore
produzione Alchemico Tre

 

Michele, perché il tuo interesse è stato attratto proprio da questa vicenda? Hai dei ricordi?
Perché sono vicende della mia terra, io sono di Cesena. Ho solo ricordi di bambino: ricordo che la Fiat Uno di colore bianco era associata al terrore, che i grandi ne parlavano e che c'erano stati dei morti, tanti, anche a Cesena. Una volta mia zia parcheggiò la sua Uno Bianca, era una macchina molto diffusa, davanti al Comune e ci fecero scendere per controllarla, lei mi strinse la mano. A quella tensione ora ho dato un nome e un contesto.

Portare a teatro i fatti della Uno Bianca, come fai da tempo, poco conosciuti soprattutto dai più giovani, è una scelta curiosa e interessante. In questo caso è il teatro che porta a conoscere i fatti di cronaca che hanno segnato il nostro Paese oppure è una vicenda significativa come questa, quello che ci vuole per portare la gente a teatro?
Credo che il teatro possa avere un ruolo importante, oltre che divertire, unire e intrattenere: è quello della memoria. Memoria per me significa guardare a un futuro possibile e saper evitare o riconoscere cosa ci porta lontano dal senso di umanità.

Mi sono chiesto spesso una cosa: chissà se il vero Savi è a conoscenza del fatto che c’è uno spettacolo a teatro che riporta alla luce quei fatti. Chissà se, dalla prigione, ha saputo che c’è un giovane attore che ha scelto di interpretarlo. Chissà come si è preparato Michele per interpretarlo, se lo vorrebbe incontrare, se lo ha incontrato, anche solo nei suoi pensieri. Puoi dare una risposta a tutti questi miei chissà?
In parte posso e in parte no. La parte a cui non posso dare risposta riguarda Savi: non so se sappia dello spettacolo e non me lo chiedo. Noi facciamo teatro, raccontiamo una storia che ci spinge a ricordare quelle vicende e a riflettere sulla violenza di quei sette anni, dove sete di denaro, senso di onnipotenza e razzismo si sono mischiati. Io interpreto il Savi che il drammaturgo Michele Di Vito ha disegnato quindi, paradossalmente, ne prendo le distanze, lui è un simbolo di una vicenda terribile. Per farlo ho studiato molto: interviste, immagini, racconti, mi sono guardato attorno raccogliendo ogni dettaglio.

Cosa resta a chi è seduto in sala dopo aver visto lo spettacolo? E cosa è rimasto a te, dopo averlo messo in piedi?
A me tanto, cose anche piccole e private. Una di queste è la consapevolezza della potenza che può avere il teatro nella comunità. Ciò che resta al pubblico non lo so, sento che ognuno elabora sue riflessioni, che le persone ne escono colpite e coinvolte. Spesso mi raccontano le loro storie legate a quella vicenda, come se ricordo svegliasse ricordo.

<<C’è qualcosa che, adesso, le fa paura?>> è una domanda rivolta qualche anno fa a Savi, dal carcere, durante una video intervista. La sua risposta è stata <<Il futuro>>. C’è qualcosa che a te, invece, fa paura? Da attore, da uomo, da italiano, insomma, risposta libera.
Cerco di combattere la paura perché non mi blocchi eccessivamente. Ora mi fa paura l'intolleranza, l'assenza di compassione, la mancanza di rispetto nel lavoro, soprattutto nel nostro campo dove la generosità e le fragilità individuali vengono spesso sfruttate con poco rispetto.

Supponiamo che tu voglia ripetere l’esperienza di far conoscere con il teatro le vi-cende di cronaca del nostro Paese. Se I fatti della Uno bianca sono già andati in sce-na, quale altro fatto di cronaca nera ti piacerebbe interpretare?
Mi piace lavorare sulla memoria. Ho scritto testi sulla prima guerra mondiale dalle lettere dei soldati. Ho raccontato la storia del teatro della mia città tramite i pezzi giornalistici dell'epoca, poi la Uno Bianca. Sul prossimo lavoro vorrei concentrarmi sulla famiglia ma non ho un fatto di cronaca specifico. Credo che le storie ci cerchino, basta saperle ascoltare.

Intervista di: Andrea Dispenza
Grazie a: Simona Griggio, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

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