Melania Fiore: il mio Teatro, un teatro d'impegno civile

Scritto da  Lunedì, 05 Marzo 2012 
Melania Fiore

Il mio Teatro, un teatro d'impegno civile, nasce da un'urgenza, anzi da un'emergenza di rendere migliore la realtà attraverso alcune storie che, per parafrasare le scritte di alcuni film di Francesco Rosi, sono di fantasia, ma assolutamente autentica è la realtà che esse rappresentano.

 

 

Ogni spettacolo che si va a vedere, ogni artista che si incontra è un mondo fatto a strati, unico ed irripetibile, che come il quadro di Munch, l’Urlo, ha la necessità di produrre un suono; un suono che si propaghi oltre le pareti del teatro, oltre la piazza, oltre i confini…un messaggio che superi lo spazio e il tempo della fugacità. Ogni artista è diverso dall’altro e così ogni intervista prende una propria forma: quella con Melania è un flusso di parole, un racconto fiume che ha inizio nell’infanzia e continua ogni giorno ad aggiungere particolari, colori, suoni, odori.

Ciao Melania, eccoci qui per la nostra intervista, o meglio per un approfondimento che spero riesca a scendere in profondità, perché è sempre bello ed interessante andare a “scovare” cosa spinge un ragazzo, una ragazza a “calcare” le tavole del palcoscenico. E, soprattutto cosa spinge un’attrice a fare teatro civile. Partiamo dall’inizio, come è iniziata la tua passione per il teatro? È qualcosa che è cresciuta con te o si è manifestata negli anni?

La mia prima grande passione è stata la scrittura.

Io ho sempre amato scrivere. Fin da piccola. Volevo scrivere le storie che mi raccontavano, le favole, ero affamata di libri e non appena ne conoscevo qualcuna che mi piaceva di più ardevo dal desiderio di raccontarla ancora, con le parole, con la scrittura, a modo mio.

Forse sembrerà stupido ma io avevo talmente tanta voglia di imparare a scrivere per comunicare il mio mondo interiore che man mano che leggevo s'arricchiva sempre di più, che a neppure cinque anni andai a chiedere se potevo iniziare ad andare a scuola. Avevo bisogno di poter scrivere. Avevo fretta. Avevo fame. Riesco a ricordare come una gioia enorme il giorno che sono riuscita a scrivere la prima poesia.

Dalla fame per la scrittura come sei arrivata al teatro? E cosa c’entra Mario Scaccia con la tua storia artistica? Chi sono le persone che ti hanno accompagnato in questo viaggio? Raccontami le tappe più importanti tra passato e presente della tua carriera artistica.

Ecco, quella fame non mi è ancora passata, quella fame di leggere, ascoltare, scrivere storie, nonostante le mille delusioni, le porte sbattute in faccia, i dolori che ti fanno chiudere e pensare che sia tutto finito. Perchè ho dentro qualcosa che non è passione, non è amore. Una cosa del genere, che resiste da quasi trent'anni, alla faccia di ogni normalizzazione, ogni stereotipo impostoci da una società sempre più becera, sempre più veloce, alle grinfie dei continui Lucignoli che ho incontrato sulla mia strada, alle gelosie, alle invidie, credo si chiami solo vocazione. Te lo dico col cuore, senza alcun intento autoelogiatorio. E ringraziando Dio, ho avuto e ho la fortuna di avere una rete fitta  di persone che mi sostengono, prima di tutto la mia famiglia, e che credono in me. Le più importanti sotto ogni aspetto sono state prima di tutto mia madre, poi Mario Scaccia.

Melania FioreMa andiamo per ordine. Ho iniziato a scrivere racconti e romanzi a dieci anni. Uno dei quali ha vinto il Premio Seghetti Giovani, consegnatomi dall'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Era un concorso nazionale. Era il 1991. Ho continuato a scrivere romanzi e poesie. A quindici anni ne avevo scritte più di un centinaio. A seconda delle mie letture variava il tema dei romanzi che scrivevo. Uno, di cappa e spada, intitolato "Il ritorno di Wilkie", un altro, una storia d'amore e d'amicizia ambientata negli anni '70, "Anna e Al". Li feci vedere alla mia adorata professoressa d'italiano, che a sua volta li fece leggere ad un suo amico giornalista, che li giudicò davvero promettenti. Ma da lì in poi, iniziai ad esplorare un'altra arte a cui m'appassionai profondamente: la musica. Iniziai a suonare il pianoforte con Lamberto Desideri, del Conservatorio di Santa Cecilia e non riuscivo a fare tutto, perchè il pianoforte e la scuola mi assorbivano completamente. Lasciai tutto nei cassetti ad impolverarsi, continuando a scrivere nel tempo libero, dappertutto, dove potevo, anche sui quaderni di scuola. Scoprii nella musica  un altro straordinario mezzo di espressione e integrazione della scrittura…Mi esibii in alcuni concerti e saggi a Roma: era la prima volta che stavo davanti al pubblico! Ricordo che le mani mi tremavano…Da lì cominciai a pensare che tutto quello che scrivevo era un peccato non poterlo vivere, condividere con qualcuno. Per questo ho iniziato a pensare di fare teatro. Già amavo molto il cinema, avevo cominciato a guardare film di Hitchcock, Woody Allen, film anni '30 e '40 fin da quando avevo quattordici anni. Per questo io non capisco come sia possibile che in un Paese come il nostro, patria della cultura e dell'arte, si possano ancora distinguere i campi e tenerli rigidamente separati. Per me un vero attore è un artista completo, o quantomeno che tenta di esserlo. Un artista per me deve conoscere la musica, la poesia, l'arte, la filosofia, l'economia, la scienza. Deve interessarsi di tutto, non può chiudersi in un mondo di cartapesta a contemplare narcisisticamente la sua immagine. Iniziai a frequentare un Corso di teatro di un anno presso la Cooperativa Tuscolana Arte e Cultura con Laura Teodori, diplomata alla Scuola Internazionale dell'attore "Il Circo a Vapore". Con lei studiai le Maschere, la Commedia dell'Arte, e iniziai ad amare la figura del clown bianco.

Subito dopo il diploma mi iscrissi a Lettere con Indirizzo Spettacolo, sognando di  fare l'Accademia Silvio D'amico. I miei però mi dissero che prima, secondo loro, avrei dovuto laurearmi, anche perchè l'Accademia, il cui titolo è equipollente ad una laurea, ha frequenza obbligatoria tutto il giorno tutti i giorni. Mi è sempre piaciuto studiare e mi trovavo molto bene nel mio Corso di Laurea, dunque decisi nel frattempo di cercare una scuola di teatro che potessi frequentare contemporaneamente all'Università. Trovai con due miei carissimi amici, un corso diretto da Cathy Marchand, "Teorie e tecniche del Living Theatre", presso il Teatro Ateneo della Sapienza. Fu un corso meraviglioso, emozionante. E' lì che è iniziato tutto. Molte strade sono cominciate da lì. Portammo in scena l'Antigone, di Bertold Brecht. Era un gruppo davvero splendido, ragazzi e ragazze con gli occhi vivi, intelligenti, freschi, desiderosi d'imparare. E fu lì che ritrovai la passione politica, che mia madre, calabrese trapiantata a Roma, psicologa e femminista, e mio padre mi avevano passato nel DNA e che ritornava più forte e consapevole di prima grazie a Brecht, ad Artaud e a quel tipo di teatro totalmente fisico e viscerale. Quello fu il mio primo, forte e talvolta doloroso, sostanzialmente magico, impatto con il teatro.

Dopo quell'esperienza però volevo esplorare anche altri generi e mi si presentò un'occasione: il grande attore Mario Scaccia aveva preso in gestione un teatro, il Molière, (ora San Genesio) e aveva aperto la sua scuola, una scuola che prevedeva due anni di frequentazione, vari saggi ed esame finale di diploma, più la possibilità, qualora gli allievi fossero meritevoli, di essere inseriti nella sua Compagnia, con la quale faceva spettacoli nel suo teatro per poi portarli in giro nei Teatri Stabili. Entrai nella scuola quello stesso anno e per me l'incontro con il Maestro Mario Scaccia fu uno degli incontri più belli della mia vita. Fu lui ad insegnarmi cosa significava il Teatro. Feci tutti i tipi di lavori e lavoretti per pagarmi quella scuola. Era un tipo di lavoro totalmente diverso da quello fatto precedentemente, quasi tutto basato sull'espressione del corpo: con Mario Scaccia imparai a "cesellare" un testo teatrale innamorandomi della Parola della Voce. La base fu lo studio delle poesie, di tutti i generi e di tutti i tipi. Scaccia diceva sempre: "Non puoi fare l'attore se non conosci a memoria almeno una poesia". Nella poesia c'è dentro tutto quello che un attore dovrebbe saper fare: la sintetizzazione dell'emozione, la cesura delle frasi, l'intonazione, la musicalità delle frasi. Secondo lui le battute di una commedia o di un dramma dovevano essere come le battute di uno spartito musicale: tutti gli attori, recitando insieme dovevano trovare la vera armonia, usando con parsimonia e intelligenza anche lo strumento vocale e il corpo. Per lui per trovare un personaggio bastava trovare il suo respiro e da lì si poteva capire come parlava, come si muoveva… Era un Maestro come ce ne sono pochi ormai, così geniale, generoso, acuto, che considero l'essergli stata al fianco per così tanto tempo un grande privilegio. Mi diplomai col massimo dei voti; mi aveva preso molto a benvolere e così rimasi a lavorare accanto a lui. Il mio apprendistato fu soprattutto vederlo recitare quasi tutte le sere insieme ad altri bravi attori: ero riuscita a realizzare il mio sogno. Guardavo nascere le storie davanti a me. E le vivevo con loro. Nel frattempo mi laureai con lode con una tesi su "Eleonora Duse nelle lettere ad Arrigo Boito" dove analizzavo come la sua scrittura riflettesse il carattere e i personaggi della grandissima attrice e continuai comunque a seguire corsi di perfezionamento. Fui scritturata nel frattempo da varie compagnie. Ma la notizia più bella arrivò circa un anno dopo la laurea: il Maestro mi aveva preso nel suo spettacolo, l'Alcyone, che univa danza, musica e poesia. Eravamo io, lui e i due etoilès del Teatro dell'Opera di Roma, Laura Comi e Mario Marozzi. Lo spettacolo, prodotto da Gino Caudai, avrebbe debuttato al Parco dei Cappuccini di Monterotondo per poi partire in una tournèe estiva tra la Campania, la Puglia e la Calabria. Era la prima volta che avevo l'opportunità di essere diretta dal Maestro in uno spettacolo, e mi sembrava un sogno. Lui mi aveva sempre, più volte, ribadito la sua stima e mi diceva di non mollare mai perchè non potevo fare nient'altro nella vita che questo. Ricordo quella tournèe accanto a quei grandi professionisti come una delle più belle esperienze della mia carriera. Tuttavia la mia inesausta voglia di sperimentarmi, che non mi ha mai abbandonata, mi spinse a cercare altre strade, perchè sapevo che per dare forza alle proprie interpretazioni bisognava conoscere la vita, quella vera, reale. Mi ritornò prepotentemente il desiderio di scrivere qualcosa che fosse totalmente mio. Melania FioreAvevo sempre amato Pasolini, e mi ritrovai quasi per caso, a rileggere le sue Pagine Corsare. Da lì mi venne una specie di febbre e cominciai a rileggermi Una vita violenta, Ragazzi di Vita… E, un giorno quasi per caso, capitai sulla terrazza di una borgata di Roma, dov'erano appesi dei lenzuoli molto grandi, come facevano le donne nella Roma degli anni 50'. Era il 25 febbraio. Scrissi la mia prima pièce, "La Terrazza", in tre giorni. I personaggi di Angela, Matteo, Francesca erano diventati talmente vivi dentro di me, la loro forza, il loro desiderio di riscatto sociale, che non distinguevo più la realtà dalla fantasia…La feci leggere a Scaccia che mi telefonò il giorno dopo dicendomi soltanto: "Mi hai fatto piangere". Decisi di metterla subito in piedi, senza aspettare. Feci tutto da sola, trovai gli attori, misi in piedi la commedia, trovai il teatro, pensai alla pubblicità e alle pratiche Siae. Nonostante tutte le difficoltà, quella prima esperienza fu  un enorme successo, sia di critica che di pubblico. Avevo parlato di cose reali, cose che conoscevo. La mancata integrazione degli stranieri. Le polemiche su cosa rappresenta la scuola. Il desiderio di realizzare un sogno. L'amore tra due ragazzi. Lo scontro tra classi sociali e differenti mondi. L'importanza della cultura come riscatto sociale. Cosa che mi aveva insegnato mia madre e prima di lei mia nonna, che aveva fatto studiare tutte le sue figlie perchè lei non aveva potuto farlo. Mondi che s'alternavano su quella Terrazza attraverso personaggi forti e vitali.

Dopo "La Terrazza" venne "Il Provino", la storia di tre attrici che attendono di fare un incontro con un grande regista e nel frattempo si mettono a nudo, parlano delle loro vite, si riscoprono. Con la partecipazione straordinaria "in voce" di Mario Scaccia.

Tre aspetti di uno stesso mondo, tra lacrime, gioie, vittorie, sconfitte, ambizione, amicizia. Lo feci al Cometa Off, e poi al Teatro Tordinona. Scrissi poi un corto teatrale, "Ti richiamo tra dieci minuti", che presentai al Festival della Drammaturgia Italiana Schegge D'autore 2009, in cui si raccontavano le tragicomiche avventure di una brillante ma insicura neolaureata (un po' balbuziente!) alle prese con la precarietà del lavoro e degli affetti.

Fui segnalata dalla giuria per l'interpretazione. E fu il mio primo riconoscimento".

Il primo ma non l’ultimo, se non sbaglio? E poi la tua strada si è sempre più direzionata verso il sociale? Verso la necessità di utilizzare l’arte per far arrivare un messaggio chiaro; per far riflettere.

In seguito le tematiche sociali mi appassionarono sempre di più. Mi ero resa conto che le storie più erano reali  più erano straordinarie. E finalmente trovai il modo di portare avanti quella lotta per una società più giusta e meno incentrata sull'immagine, sulla banalità e sulla violenza che da sempre volevo intraprendere. Il mio modo. Nel mio piccolo. Raccontare storie. Storie vere. Attraverso la musica, le poesie, i classici, i miei pezzi…Non aveva importanza come. Era importante COSA. E perché. Trovai il mio modo di continuare ad essere rivoluzionaria. Senza sbandierare inutili ideologismi ormai privi di significato. Per me questo è fare l'attrice. Non pretendo assolutamente che il mio sia il modo migliore. Ma è il mio modo.

Come definiresti il tuo percorso, la strada su cui stai camminando da tempo?

La mia strada è stata aspra, tortuosa, piena di delusioni e rimpianti: ho conosciuto ogni sorta di figura del "Bestiario" dello spettacolo, una tragicomica carrellata di personaggi - ringraziando Dio non molti - che mi hanno fatto amare  il vero teatro e i veri attori come Mario Scaccia ancora di più. Ora non c'è più, e infatti mi manca tanto, ma è come se in un certo senso, me lo portassi sempre dentro.

Quindi si può dire che il mio Teatro, un teatro d'impegno civile, nasce da un'urgenza, anzi da un'emergenza di rendere migliore la realtà attraverso alcune storie, che, per parafrasare le scritte di alcuni film di Francesco Rosi, sono di fantasia, ma assolutamente autentica è la realtà che esse rappresentano. Cerco di parlare all'anima degli spettatori, di avere un dialogo diretto con loro. La decisione definitiva di prendere questa strada è stato un altro incontro, quello con Ulderico Pesce al Festival della Ginestra D'argento in Calabria, dove lui presentava il suo film e lo spettacolo su Passannante, e io il mio. Rimasi davvero stregata dalla naturalezza, la semplicità con cui raccontava la  storia. Eppure aveva una potenza che mi ha colpito come un proiettile, dritto al cuore. Nel vedere i suoi spettacoli ho pianto, riso, mi sono emozionata e ho capito ancora di più quanto fosse importare SAPERE. I miei spettacoli nascono, oltre che da un arduo lavoro d'interpretazione e scrittura, da un rigidissimo lavoro di documentazione e studio sui fatti.

Così ho scritto "L'amore in guerra", nella sua seconda edizione, dedicato a Mario Scaccia; "L'atto unico della felicità", vincitore del Premio Speciale della giuria al Festival Schegge D'autore e Premio Artista dell'Anno al Festival di Calcata; “Protect and Survive”, insieme al mio grande amico e collaboratore Aldo Emanuele Castellani, fondatore insieme a me della Compagnia Libere Onde; “Tutto il mio amore”, Premio Miglior Attrice al Festival della Drammaturgia Italiana, presentato in numerosi Festival, in scena quest'anno tra poco al Teatro Stanze Segrete, al Teatro dell'Orologio e al Festival di Teatro di Ulderico Pesce. Tema di questo spettacolo, la lotta contro la mafia.

E adesso? Progetti prossimi?

Ho una gran quantità di progetti in pentola: "Assolo contro l'ndrangheta", di Enrico Bernard, per la regia di Virginia Barret, in cui interpreto la protagonista femminile Rosa, che dopo aver debuttato al Teatro dell'Orologio di Roma, farà tappa in Germania, a Duisburg, e in America. "Tutto il mio amore", al Teatro Stanze Segrete e poi al Festival di Teatro Civile di Ulderico Pesce; "Il signore e la signora Macbeth", adattamento della grande opera shakespeariana, in cui interpeterò Lady Macbeth, per la regia di Salvatore Santucci.

 

Intervista di: Laura Sales

Grazie a: Melania Fiore

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