Mauro Astolfi: la danza come meditazione energetica, svuotamento completo della mente e annullamento dei processi mentali razionali

Scritto da  Lunedì, 30 Luglio 2012 
Mauro Astolfi

Mauro Astolfi e la sua compagnia, la Spellbound Contemporary Ballet, saranno protagonisti martedì 31 luglio di una serata esclusiva nell’ambito della rassegna “Invito alla Danza”; nella cornice suggestiva del parco romano di Villa Pamphilj verranno proposte le due coreografie “Lost for words” e “Bachiana”. Abbiamo colto l’occasione di questo appuntamento per conoscere meglio l’universo artistico di Astolfi tra progetti in cantiere per l’imminente futuro, passione per l’insegnamento e prestigiosi riconoscimenti internazionali.

 

 

Buongiorno Mauro, è un piacere avere l’opportunità di accoglierti sulle pagine di SaltinAria e presentare ai nostri lettori i progetti che hai attualmente in cantiere con la tua compagnia, la Spellbound Contemporary Ballet. Per iniziare mi piacerebbe conoscere dove affondano le radici della tua passione per la danza. Quando hai iniziato a coltivarla e qual è stata la tua formazione?

La passione per la danza è arrivata molto presto grazie a un padre che era un insegnante di educazione fisica che mi ha educato fin da giovanissimo al movimento e mi ha fatto conoscere tutte le possibilità che il corpo poteva avere. E’ da lì ho trovato rapidamente nella danza la migliore sintesi per esprimere questo interesse forte, viscerale per il movimento, insomma per quello che il corpo riusciva a fare. Ho cominciato a farlo seriamente a quindici anni, tardi rispetto alla media. Ma a 17 anni mi sono trasferito negli Stati Uniti e lì ho cominciato una serie di conoscenze fortuite e fortunate che mi hanno permesso di lavorare con coreografi molto importanti. Subito dopo sono tornato in Europa (Francia, Inghilterra): sono sempre stato fortemente attratto dai coreografi più creativi che accademici. Ero sempre alla ricerca di qualcuno che avesse una sua formula originale e una creatività prorompente che favorissero in me la possibilità di ampliare il desiderio che avevo di conoscere tutte le potenzialità del movimento umano.

Spellbound Contemporary Ballet

La tua crescita artistica è maturata in un contesto decisamente internazionale, tra l’Europa e gli Stati Uniti. Quanto questa eterogeneità di orizzonti culturali ha influenzato il tuo stile di danzatore e coreografo e quali ritieni che attualmente siano le più significative differenze tra il panorama italiano, europeo ed americano?

Sicuramente l’eterogeneità degli orizzonti culturali ha influenzato parecchio sia la mia carriera di danzatore che di coreografo, anche perché negli Stati Uniti ogni tanto arrivavano dei coreografi europei, per me sconosciuti, che portavano già quel germe che sarebbe diventato poi l’esplosione della danza europea rispetto a quella americana. Quasi un sovvertimento della leadership incontrastata che hanno avuto gli Stati Uniti per tanti anni, e negli ultimi quindici anni il fenomeno si è quasi completamente invertito tanto che la maggiore concentrazione di talento coreografico e di ricerca si è stabilizzato in Europa. La maggiore differenza tra il panorama europeo/americano e quello italiano è che in quest’ultimo c’è una palese mancanza di interesse nei confronti della danza come professione, come strumento culturale e di conoscenza di sé, come strumento educativo. La danza viene relegata alle scuole di danza che spesso, per le famiglie, sono un’alternativa chic alle palestre. Oppure si tratta di quei pochi enti lirici. Noi stessi abbiamo dovuto rompere muri, scavare tunnel per arrivare poi a questi risultati internazionali molto importanti. La differenza è che, se all’estero un prodotto funziona, gli ostacoli per far conoscere il proprio lavoro sono di gran lunga minori.

Il tuo stile coreografico coniuga in maniera armonica tecnica rigorosa, energia trascinante e una raffinata analisi dell’evoluzione del movimento. Come potresti descrivere lo stile ed il linguaggio espressivo che connotano la tua arte?

Definire uno stile coreografico è difficile, quasi impossibile. Io amo parlare di meditazione energetica, svuotamento completo della mente e annullamento di processi mentali razionali. Questi ultimi possono poi essere quelli che io stesso verifico per una coreografia, e credo che la stessa cosa valga anche per i danzatori che, per entrare in questo tipo di lavoro, lo devono fare come in una meditazione che svuota la mente. Definire uno stile di danza è difficile anche perché si attinge dalla vita, sia dalle cose che colpiscono che da quelle che apparentemente sembrano passare inosservate e invece vengono inconsciamente registrate e ritornano sotto forma di codici particolari attraverso il movimento.

La Spellbound Dance Company nasce nel 1994 e lo scorso anno modifica il suo nome storico in Spellbound Contemporary Ballet. Quali sono state le tappe più importanti della genesi della compagnia, gli spettacoli che ne hanno segnato in maniera indelebile la storia?

La genesi della compagnia può farsi coincidere con uno spettacolo di molti anni che si chiamava “Quattro” (da non confondere con il più recente “Quattro stagioni”) e che è stata la prima produzione ad aver avuto un riscontro davvero importante sia di pubblico che di critica, infatti ci siamo cominciati a imporre soprattutto a un certo tipo di critica che non ci considerava molto precedentemente. Poi c’è stata una commissione da parte del Circuito Campano: “Carmina Burana”, uno spettacolo che non avrei mai voluto fare ma che paradossalmente è diventato un cavallo di battaglia, uno spettacolo che ha poi trainato le sorti della compagnia per molto tempo. È una produzione di sei anni fa ancora molto richiesta. E infine l’ultimo lavoro, “Lost for words”, che negli States ha avuto un successo incredibile tanto da conquistarsi il grande riconoscimento internazionale NDP subsidy. “Lost for words” è stata un’altra pietra miliare che ha invertito il percorso della compagnia e ci ha imposti definitivamente in ambito internazionale. È lì tutto il nostro concetto, progetto, pensiero rispetto al movimento. Senza dimenticare l’ultima creazione “Le relazioni pericolose” che ha debuttato la scorsa primavera a Pisa ed è un altro lavoro che ha raggiunto per tutti noi un’intensità tale da segnare profondamente quella che sarà la futura produzione della compagnia.

Le tue coreografie sono state apprezzate nei maggiori teatri e festival internazionali (Serbia, Germania, Francia, Croazia, Thailandia, Svizzera, Spagna, Austria, Bielorussia, Stati Uniti e Russia) e, come ricordavi poc’anzi, è recente la notizia che la Spellbound è stata l’unica compagnia europea vincitrice di un NDP subsidy per un tour nella stagione 2012/2013 negli Stati Uniti. Come viene recepito il vostro lavoro sui palcoscenici internazionali e come vi state preparando per questo tour di cinque settimane nelle principali città degli States?

I nostri lavori sui palcoscenici internazionali stanno suscitando tanto entusiasmo e stupore fortissimo perché in molti pensano che non siamo una compagnia italiana. Questo è tristissimo perché conferma come la danza italiana non sia così considerata all’estero. Ci prepariamo adesso a un faticoso periodo di grande preparazione per il tour di cinque settimane negli Stati Uniti, preparazione che non differisce molto dal lavoro che la compagnia fa solitamente durante l’anno. Mantenere determinati standard qualitativi presuppone un impegno giornaliero costante. Non c’è differenza se si balla a Milano o Bologna o negli Stati Uniti.

Spellbound Contemporary Ballet

Quali requisiti tecnici e caratteriali devono possedere i danzatori affinché possano interpretare appieno lo spirito delle tue coreografie?

I requisiti che devono possedere i danzatori che scelgo sono sempre un insieme di elementi, dall’ attenzione alla motivazione al coraggio ma fondamentalmente poi credo che sia su tutti l’interesse di utilizzare il movimento come strumento di conoscenza di sé. La danza è per sua natura una grande fatica del corpo. Chi ricerca il movimento, la danza e la sceglie come lavoro difficilmente pensa solo allo stipendio. Ovviamente parlo solo di teatro, escludendo la televisione da questa visione. Quindi il requisito fondamentale è di avere una impellente necessità di esprimere se stesso attraverso il movimento, la danza.

Martedì 31 luglio, nella suggestiva cornice di Villa Pamphilj a Roma, parteciperete alla rassegna Invito alla Danza 2012 con una “Serata Spellbound”. Come sarà strutturato lo spettacolo?

La serata del 31 luglio è composta da tre quadri: “Lost for words I”, “Lost for words II” e “Bachiana”.  Ma i primi due possono essere considerati un unico quadro dato che sono separati da una pausa di pochi secondi. “Lost for words II” ha debuttato lo scorso luglio al festival di “Civitanova danza”. Si tratta comunque dei nostri lavori più rappresentativi, quelli che ci hanno permesso di aprirci, come dicevo prima, al mercato internazionale. E infine “Bachiana”, quadro tributo a Bach, è una suggestione pura sulla musica di Bach, è sicuramente una creazione astratta anche se poi fondamentalmente sono convinto che l’astrazione non possa esistere in danza ma è semmai uno stimolo, una reazione alla genialità del compositore.

Proprio questa storica manifestazione dell’estate romana, giunta ormai alla ventiduesima edizione, si è trovata ad affrontare quest’anno il repentino quanto inspiegabile abbattersi della scure di pesanti tagli economici nei finanziamenti ricevuti da Roma Capitale. Questa situazione potrebbe compromettere l’esistenza stessa di questo amatissimo e sofisticato appuntamento culturale. Qual è la tua posizione al riguardo?

La situazione dei tagli ai finanziamenti e all’economia relativa alla danza possono compromettere non solo questo festival ma chiunque voglia fare questo mestiere. La mia posizione, e credo sia la stessa di tutti coloro che fanno il mio lavoro, è che siamo e saremo sempre più costretti ad andare all’estero per esportare idee, creatività e talento ballettistico, visto che è abbastanza palese il disinteresse delle Istituzioni e della Cultura rispetto alla danza. Non è che la danza non si conosca, si conosce Roberto Bolle e Carla Fracci che sono due grandissimi artisti, meravigliosi, ma sono una percentuale veramente molto piccola, relativa di quello che è il reale panorama della danza nostrana.

Nelle contingenze socioeconomiche di drammatica crisi che stiamo attraversando, quale ritieni essere la situazione attuale dell’orizzonte culturale italiano? Quanto l’arte e la cultura possono incidere nel superamento di una crisi che sempre più chiaramente trascende il mero ambito economico per investire il nostro intero sistema di valori e ideali (se ne rimane qualche traccia)?

Non credo che l’arte e la cultura in Italia possano arrivare a favorire un superamento della crisi, non proprio in questo momento perché il sistema di valori è tutt’ altro. La danza, dal canto suo, è considerata un di più. Nessun governo ha mai creato un’opera di sensibilizzazione né nelle scuole né genericamente nei cittadini come invece viene fatto in molte parti dell’Europa e del mondo dove ci sono dei progetti attraverso i quali i ragazzi vivono l’esperienza teatrale sin da giovanissimi. In Italia i teatri sono riempiti dai comici televisivi o dalle attrici e attori famosi, anche loro provenienti dalla televisione. Ma poi cosa si intende per cultura? Come è vista dalla nostra classe dirigente? Una volta chiarito cosa questi ultimi intendano per cultura si può capire se la cultura della danza può rientrare nella mentalità di queste persone.

Parallelamente all’attività di coreografo porti avanti con dedizione anche quella didattica, collaborando ad esempio con la Dance Arts Faculty di Roma. Quali sono le tecniche di insegnamento da te adottate ed il tuo modo di confrontarti con i danzatori tuoi allievi?

Al DAF di Roma le tecniche d’insegnamento sono molteplici, difficili da descrivere. Io sono una piccola parte con la direzione del dipartimento del contemporaneo e sono affiancato da direttori e coreografi di tutto il mondo che fanno residenze e si avvicendano per portare ai ragazzi l’eccellenza della danza contemporanea d’avanguardia. È sicuramente un progetto pionieristico in Italia dove per la prima volta si realizza una possibilità concreta di offrire ai ragazzi un tipo di ensemble di altissima qualità. Se i ragazzi dovessero cercare singolarmente tutti questi maestri dovrebbero girare il mondo.

Hai già progetti in cantiere per la prossima stagione teatrale?

Abbiamo moltissimi progetti per la prossima stagione ma essendo io molto scaramantico preferisco non parlarne finché non ho i contratti firmati nel cassetto. Ovviamente al di fuori dell’Italia, si prospettano tante collaborazioni importanti.

Prima di salutarci vuoi aggiungere qualcosa oppure rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?

Innanzitutto vi ringrazio per le domande attraverso cui mi è stata data la possibilità di esporre qualche mio pensiero. Ai lettori di SaltinAria auguro, prendendo spunto da una delle domande che mi avete posto, di avere una visione un po’ più ampia e profonda del concetto di cultura che non sia soltanto studio sui libri ma per esempio il guardare un corpo in movimento dal quale si possano capire tanti meccanismi che vanno al di là della semplice performance.

 

 

Intervista di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio Stampa e Comunicazione Antonino Pirillo

Sul web: www.mauroastolfi.it - www.invitoalladanza.it

 

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