Matthieu Pastore: un viaggio attraverso la storia europea con "Titanic - The Great Disaster"

Scritto da  Mercoledì, 25 Marzo 2015 

Il giovane Matthieu Pastore, diretto dall’inossidabile Renato Sarti, sbarca al Teatro Litta con il suo Titanic - The Great Disaster - Soliloquio marittimo per 2.201 personaggi e 3.177 cucchiaini. Il testo firmato Patrick Kermann, si configura come un singolare memento mori “ad uso di fari, capitanerie, stazioni marittime ed altri ventri della balena”, che dal profondo degli abissi fa emergere, come bolle d’aria, ricordi, episodi, ossessioni. Morto nell’affondamento del transatlantico, Giovanni racconta la sua storia: la parabola del sogno di un emigrante friulano, annegato tra le onde del destino, allegoria del nostro mondo vicino alla catastrofe. Curiosi di conoscere i dettagli di questo inconsueto progetto teatrale ne abbiamo incontrato il protagonista, Premio Hystrio alla vocazione teatrale 2012.

 

Teatro della Cooperativa presenta
THE GREAT DISASTER
Soliloquio marittimo per 2.201 personaggi e 3.177 cucchiaini
di Patrick Kermann
traduzione Matthieu Pastore
regia e scenografia Renato Sarti
con Matthieu Pastore
musiche Carlo Boccadoro
disegno luci e allestimento scenico Luca Grimaldi, Marco Mosca

 

Ciao Matthieu, è un piacere incontrarti in occasione del debutto, al Teatro Litta di Milano, di "Titanic - the Great Disaster", un soliloquio marittimo per 2.201 personaggi e 3.177 cucchiaini, tratto dal testo del drammaturgo francese Patrick Kermann, di cui sei protagonista e di cui hai anche curato la traduzione. Raccontaci la genesi di questo progetto...
Ho incontrato questo testo nel 2011. Lavoravo a Roma al Centro Culturale Francese. Ho voluto subito tradurlo. La lingua, i temi e soprattutto il personaggio di Giovanni Pastore mi avevano profondamente segnato. Poi, dopo aver visto la Nave Fantasma di Renato Sarti, ho proposto a Renato di leggere il testo. Sentivo una grande corrispondenza tematica. E lui mi ha proposto di farlo insieme.

La storia dell'affondamento del celebre transatlantico viene narrata attraverso il punto di vista di un emigrante friulano annegato a seguito della catastrofe marittima. Puoi svelarci qualche dettaglio ulteriore della trama e la cifra drammaturgica che contraddistingue lo spettacolo?
La cosa più interessante, forse, è il fatto che tutta la storia venga raccontata da un fantasma. O meglio: da un attore che recita la parte di un fantasma. È un viaggio attraverso la storia europea e quella personale di Giovanni Pastore. Si galleggia nel limbo acquatico, e questo contraddistingue il linguaggio di questo spettacolo. Uno sguardo indietro, offuscato dall’acqua, dove appaiono i ricordi come bolle d’aria.

La regia e la scenografia sono curate da Renato Sarti, una vera istituzione del teatro milanese. Che tipo di lavoro registico ha condotto Sarti sul testo di Kermann e come è stato confezionato l'allestimento?
Innanzitutto, credo che Renato abbia costruito una specie di scatola magica. Una scenografia tutta di metallo e sorprese, che possa evocare il mondo sommerso di Giovanni Pastore. È stato il punto di partenza del lavoro. Con Renato abbiamo anche cercato di avere una grande precisione dal punto di vista storico e tecnico.

Come hai approcciato l'interpretazione del personaggio dell'emigrante Giovanni, uomo ingenuo e sognatore, ma anche metafora della nostra condizione di migranti, sempre in bilico tra la vita e la morte?
Mi sono ispirato a tanti film per formare un'iconografia attorno a Giovanni e i personaggi che lui evoca. Uno di questi mi ha particolarmente segnato: "Nuovomondo" di Crialese. La nostra condizione di migranti, ovviamente, è quella della ricerca della felicità. Non è solo una visione sociale della migrazione (anche se questo aspetto è fondamentale e molto problematico, oggi), è anche un concetto più profondo ed esistenziale, per così dire. Siamo ossessionati dall'altrove che le religioni ci definiscono come il luogo della felicità eterna. Emigriamo tutti verso questa destinazione, ignota e spaventosa. Questo spettacolo vuole interrogarsi proprio su questi due temi.

Sei originario di Lione, in Francia hai studiato traduzione e drammaturgia, per poi approdare a Milano dove ti sei diplomato alla prestigiosa scuola del Piccolo. Quali sono state le tappe più saliente della tua formazione?
Ovviamente il punto cruciale della mia formazione è stato la scuola del Piccolo Teatro. Sono stati tre anni molto intensi, durante i quali ho legato amicizie molto forti e durante i quali ho acquisito delle tecniche fondamentali. Frequentare Luca Ronconi, anche quello è molto nutriente!

Ti dividi tra le due attività di traduttore e attore, come ciascuno di questi due risvolti della medaglia influenza l'altro?
In entrambi i casi si tratta di comunicazione. Si tratta di avere una cura attenta e benevola per ogni parola, ogni concetto e ogni significato. Sono viaggi dentro al linguaggio. L'attività di traduzione mi porta ad avere un grande rispetto per i testi. Non si può né tradurre né interpretare se non si ha una conoscenza completa e consapevole dei minimi angolini del linguaggio. E poi, come attore, cerco sempre di far vivere al livello sonoro le mie traduzioni.

Ti abbiamo recentemente visto in scena in "Mattia: a life-changing experience" al Teatro Filodrammatici, diretto da Bruno Fornasari. Che ricordo custodisci di questo spettacolo accolto da un calorosissimo riscontro di pubblico e critica?
Di questo spettacolo ricordo il rapporto molto concreto con il pubblico. Si trattava di raccontare una storia e dei concetti direttamente al pubblico. Senza il filtro del personaggio. Mi è piaciuto poter stabilire questo rapporto equo con lo spettatore.

Con la stessa compagnia tre anni fa avevi recitato in "Il Processo di K", originale rivisitazione e riscrittura del capolavoro di Kafka per interrogarsi sull'assurdità della vita moderna. Una riflessione sugli ingranaggi imperscrutabili della macchina della giustizia suggerita attraverso uno spettacolo controverso; che ruolo interpretavi e quali dinamiche si instaurarono in una compagnia che radunava alcuni tra i più validi giovani artisti della scena milanese?
Avevo tanti personaggi in questo spettacolo. Ero l'avvocato Huld, un collega di K, due diversi agenti del Tribunale... è stata la mia prima esperienza da professionista in Italia, dopo la scuola del Piccolo. Un bellissimo ricordo. La compagnia formata da Alice Redini, Alex Cendron, Dario Merlini e, ovviamente, Tommaso Amadio era molto piacevole. Si è lavorato nel miglior modo possibile, con professionalità e in un'atmosfera molto rilassata.

Lo scorso anno hai anche lavorato al Teatro Franco Parenti in uno "Studio sul Simposio di Platone", con la drammaturgia di Federico Bellini e la regia di Andrea De Rosa. Un simposio filosofico decisamente sensuale, pulp, rock. Quali pensi siano stati i punti di forza di questo progetto?
Mi è piaciuto molto fare questo spettacolo. Perché Andrea mi ha offerto la possibilità di addentrarmi negli anfratti più bui della recitazione. Ero Aristofane, colui che crede che l'amore nasce dall'antica separazione dell'uomo in due esseri distinti. Ed ognuno passa la sua esistenza a cercare l'altra metà. Andrea mi ha spinto su un filo immaginario e mi ha fatto camminare a mezz'aria. Sono rare queste opportunità in cui quello che si deve comunicare al pubblico fa vibrare le corde sensibili dell'attore. È il caso anche in The Great Disaster. Non si tratta solo di interpretare un personaggio, ma di sviscerarsi sul palcoscenico, non per esibizionismo, ma perché realmente si sta parlando di quelle corde. Ed è l'unico modo per parlarne in modo vero.

Nel 2012 ti è stato assegnato il Premio Hystrio alla vocazione teatrale. Come hai reagito alla notizia di questo prestigioso premio? E quando hai avvertito per la prima volta distintamente la tua vocazione teatrale?
Dopo la maturità, a 17 anni. Ho passato un anno intero senza recitare. Perché studiavo e non avevo il tempo. Depressione, psicanalista, farmaci. Ho pensato che forse era il caso di non allontanarmi troppo dal teatro...

Per concludere una curiosità, dicono che la tua quiche lorraine sia strepitosa. Verità o leggenda metropolitana? Qual è il segreto della tua ricetta? E quale l'ingrediente segreto del tuo talento di attore?
Tanto ammòre. Con due M e una O bella aperta. Il piacere del cucinare e del recitare sta nello sguardo di chi assaporerà.

Prima di salutarci vuoi rivolgere un saluto ai nostri lettori e invitarli al Teatro Litta per "Titanic - The Great Disaster"?
Rimangono poche repliche al Teatro Litta. Questo spettacolo è un bel momento, credo, per interrogarsi sul senso che prendono le nostre vite. Dentro ad una società sempre più ermetica, se la direzione, per noi, è la stessa, come si fa ad essere felici?


Teatro Litta - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 20:30, domenica ore 16:30, lunedì riposo
Biglietti: intero €21, ridotto €11/15
Durata: 75 minuti

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Diana Belardinelli, Ufficio stampa Teatro Litta
Sul web: www.teatrolitta.it

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