Massimo Wertmuller: "Il Pellegrino", un testo divertente per criticare l’ignavia

Scritto da  Sabato, 08 Novembre 2014 

Siamo nella Roma del Papa Re, nei primi anni del 1800, all’indomani della Restaurazione aperta dal Congresso di Vienna. Il ricostituito Stato Pontificio si trova a dover fare i conti con gli echi del giacobinismo e del bonapartismo e, per arginare la deriva che la situazione rischierebbe di prendere se gli ideali di libertà avessero sfogo, assolda un esercito di mercenari tedeschi, i cosiddetti zuavi. In questo contesto, si muovono i ventisei personaggi interpretati da Massimo Wertmuller ne "Il Pellegrino" di Pierpaolo Palladino, in scena al Teatro Sette dal 4 al 16 novembre. Quella che viene presentata è una realtà lontana, piuttosto diversa dall’immagine che si ha oggi della città, ma che è ben evocata nelle sue molteplici sfumature dall’eclettico e versatile attore romano.

 

Massimo Wertmuller, chi è «Il Pellegrino»? Perché questo titolo?
«Intanto diciamo che il testo racconta l’amicizia che nasce fra il vetturino Ninetto ed il conte Enrico, inviato nella città eterna perché lo zio, il Cardinale Caracciolo, lo possa tenere al riparo dai guai. Il nobile, infatti, è in odore di carboneria e di giacobinismo: fa una specie di vacanza strategica, anche se non vorrebbe. Il pellegrino è la persona che viene a Roma, in visita, che passa e va via. Quindi, il conte Enrico, è un pellegrino nel senso che è un individuo di passaggio».

Come sintetizzerebbe l’essenza del lavoro?
«Secondo me è un testo con un tema molto attuale, quello della critica all’ignavia. Oggi viviamo un momento storico in cui sembra essere sempre più difficile trovare la capacità di indignarsi, di prendere posizione. La gente non s’impiccia, come se l’Italia, la cosa pubblica, i problemi che circondano la comunità appartenessero ad altri. Ed è sbagliato: c’è qualcuno che se ne occupa per tutti, e se quello fallisce, gli altri ne pagano i danni».

Siamo tutti un po’ anestetizzati?
«Sì, è così. E nel suo piccolo questo testo, nella sua storia di amicizia, incita a schierarsi laddove sentiamo che l’argomento lo richiede, laddove avvertiamo che c’è in ballo qualcosa di importante che esige la nostra partecipazione».

Qual è la frase chiave de «Il Pellegrino»?
«Ce ne è una che dice: “Sì, sì lo so me l’hai sempre detto: a fasse l’affari propri se campa cent’anni. Ma mo’ io me chiedo, dimme ‘n po’, gli affari propri quali so?”. Ossia, quali sono questi affari per cui uno non dovrebbe preoccuparsi di ciò che lo circonda? Per questo, dico che è un testo contro la passività».

Uno dei temi è anche l’amicizia?
«In realtà il testo ha come tema principale, la critica all’ignavia. E lo fa attraverso - e sottolineo, attraverso – una storia di amicizia. E quest’ultima, tra le altre cose, è stata ben pensata da Pier Paolo Palladino, perché sviluppata attraverso il legame fra un romano ed un milanese, fra un uomo del nord ed uno del sud».

Lei porta in scena diversi personaggi, 26 per l’esattezza, dal vetturino al Cardinale. Che tipo di linguaggio deve adottare?
«Io parlo i diversi registri del romano e del romanesco. Ma non solo, ci sono anche tanti colori regionali».

È molto impegnativo entrare ed uscire dai vari ruoli?
«Sì, effettivamente lo è. Devo dire che a me il monologo non è mai piaciuto molto, io non sono un solitario. Ho un’idea “jazz” dello spettacolo, ossia c’è sempre qualcuno che accompagna lo “strumento” che si esibisce. La magia del teatro si compie quando c’è un “concerto” fra gli attori».

E come ha piegato il monologo alle sue corde?
«Entrando ed uscendo dai personaggi. In tal modo, è come se dialogassi con loro. È l’unico divertimento di tale linguaggio scenico. Per me è come una partitura musicale: ecco il segreto».

C’è un personaggio dello spettacolo che le piace di più, perché ci si riconosce o semplicemente perché le è più simpatico?
«Mi chiede troppo. Ce ne sono tanti da poter amare. Se ne citassi uno, farei torto ad un altro».

«Il Pellegrino» è un testo che viene ripreso a quattordici anni dalla prima messa in scena. Qual è la forza del lavoro?
«Credo che la forza risieda nella sua modernità. E poi, il fatto di interpretare tutti questi personaggi è una proprio bella idea».

Mi dice qualcosa di più sull’attualità del testo?
«Dico che abbiamo un milione di motivi al giorno per poter prendere posizione, per poterci indignare, per poter dire la nostra. Tanto per fare un esempio, guardiamo come viene trattata la cultura: leggevo in un articolo della rubrica l’Amaca di Michele Serra, che in Senato erano tutti rapiti nell’ascoltare un testo di Edoardo De Filippo. Mi chiedo, ma non era stato detto, anche dentro al Senato, che con la cultura non si mangia? Un’altra ragione per indignarci è rappresentata dal fatto che non si investe mai in tale settore: l’Italia è il Paese delle belle arti, potrebbe vivere quasi solo di bellezza. E invece niente. Queste sono solamente alcune delle molteplici questioni che potrebbero farci arrabbiare. Ad esempio, c’è il modo in cui si tratta il lavoro oggi, la disoccupazione, la corruzione».

Da cosa dipende questo fatto che non siamo più capaci di indignarci?
«Magari lo sapessi! Forse dovremmo guardare alla storia d’Italia, al fatto che il nostro paese è sempre stato terreno di conquista. E poi c’è l’atteggiamento degli italiani, molto spesso benevolmente piegati all’invasore, portati a demandare ad altri. E questo modo di pensare sempre agli affari propri fa sì che alla fine i problemi esplodano sotto i nostri occhi. Il segreto per vivere meglio non sta nel guardare solo ed esclusivamente al proprio metro quadrato. I modelli comportamentali sono importanti e non sono sempre irreprensibili: per fortuna in Italia ci sono tantissime brave persone, persone comuni, ed il paese è tenuto in piedi proprio da loro».

Ci dovrebbe essere un maggior senso dello Stato, con la consapevolezza di esserne parte?
«Esattamente. Ed ognuno dovrebbe fare il proprio dovere, assieme agli altri: tutta la comunità andrebbe meglio. E poi c’è la questione della mancanza di senso civico».

Lei ha fatto un po’ di tutto: cinema, teatro, televisione, radio. Sul palcoscenico, poi, ha sperimentato generi diversi: classici come «La Locandiera» o «Amleto», la drammaturgia contemporanea de «La vecchia Singer», il genere musicale in «Semo o nun semo». C’è qualcosa di diverso con cui vorrebbe misurarsi?
«Forse riscrivendola, anche affidandola ad un autore contemporaneo, mi piacerebbe misurarmi con una tranche de vie di Ulisse. Sarebbe uno scoglio bellissimo da affrontare».

Se avesse il potere di correggere una carenza del nostro paese, cosa farebbe?
«Per rispondere dovrei sapere quali sia la cosa più grave. Non so, l’Italia ha tanti difetti…così come tanti pregi, per carità. Pensandoci direi che cambierei la pseudo-furbizia degli italiani. Credo che sia una grave forma di autolesionismo».


Teatro Sette - via Benevento 23, 00161 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.44236382, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal lunedì al sabato 1030-21.00; domenica 16.00-18.00
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00; domenica ore 18.00
Biglietti: intero € 22, ridotto € 16 (prevendita compresa)

Intervista di: Simona Rubeis
Grazie a: Andrea Martella, Ufficio stampa Teatro Sette
Sul web: www.teatro7.it

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