Massimiliano Zeuli: un viaggio da treno merci iniziato 34 anni fa...senza fermate

Scritto da  Domenica, 16 Ottobre 2011 
Massimiliano Zeuli

Il regista di “La disdicevole vicenda di tre amanti e un pianista loro conoscente” di Enrico Antognelli, si racconta, divagando tra le varie sfaccettature del suo percorso artistico, interrogandosi sui ruoli, sulle dinamiche, sui sogni e sui progetti riguardanti questo mondo multiforme che è l'arte.

 

 

Buongiorno e benvenuto sulle pagine di SaltinAria…. allora raccontaci un po’ di te e del tuo viaggio nel mondo del teatro.

Il mio viaggio nel teatro è iniziato circa 34 anni fa…. Appena uscito dal primo tunnel, il mio treno, che è un treno merci, non ha effettuato fermate fino a quando, dopo quindici anni, non ha caricato il suo primo vagone. Il primo container era carico di Danza; fu la mia prima esperienza artistica, il primo rapporto col palcoscenico, il primo vero e profondo confronto tra allievo/maestro (Fabrizio Laurentaci). L’allievo in questione era un ragazzetto di quindici anni che preferiva sudare su quattro assi di legno, piuttosto che andarsi a fare due tiri a pallone, aspettando di terminare il liceo per iscriversi ad una scuola di recitazione.

Nel frattempo, si aggiunse il vagone della Musica (fin da piccolo ho sempre avuto l’esigenza di scrivere canzoni, ma non le faccio ascoltare a nessuno) e poi quello del Teatro, il mio primo grande amore artistico. E così mi sono diplomato al Conservatorio “La Scaletta” diretto da Gianni Diotajuti e Tonino Pierfederici.

Come attore ho avuto tante esperienze piccole e grandi, fondamentali e non, dalle quali ho sempre cercato di assorbire il più possibile come una spugna in mezzo al mare o come un alcolizzato all’October Fest. E, infine, la mia formazione base si è arricchita con una laurea in regia cinematografica e televisiva al D.A.M.S. di Roma Tre. E così l’ultimo vagone merci è quello carico di Regia. Nel 2006 ho intrapreso il cammino di regista e, in un certo senso, anche di produttore indipendente.

Se non sbaglio tu sei sia attore che regista. Come riesci a far combaciare questi due aspetti? Cosa ti piace maggiormente quando ti trovi nei panni dell’attore?

Il lavoro di attore e regista si incontrano raramente. Diciamo che non ho mai lavorato per delle mie regie, se non per delle piccole cose. Anche se è inevitabile che quando affronto un’opera e dirigo i miei attori guardo e affronto un testo con gli occhi di tutti i personaggi, un po’ come fa l’autore di un testo durante la scrittura. E così sono carico di tutti i diversi punti di vista e di tutte le emozioni che pervadono un testo, senza esserne mai coinvolto emotivamente e senza formarmi dei giudizi di parte (le passioni le lascio alla mia sfera privata). Nessun personaggio ha torto o ragione. Ognuno agisce (più o meno coerentemente) a seconda della propria visione del mondo.

Ed è questo aspetto che mi affascina moltissimo nella professione dell’attore. Avere delle idee, dei propositi, anche i più nefandi che si possano immaginare, ed essere comunque coerenti con se stessi; commettere reati atroci perché da quel punto di vista è giusto così; credere in Dio, organizzare una strage, amare l’umanità perché da quel punto di vista è giusto così; fare un colpo di Stato, inseguire chi non ti amerà mai, sempre e solo perché da quel punto di vista è giusto così e nessuno potrà mai giudicare.

Cosa ricerchi nel tuo lavoro?

La perfezione e il consenso/dissenso universale…. purtroppo non credo siano possibili!!!

Cosa ti piace trovare nel regista?

L’intelligenza, la creatività, il saper leggere sotto e sopra le righe, la capacità di comunicare, il saper far esprimere il meglio da tutti, il saper gestire le situazioni, la capacità organizzativa e quella di avere uno sguardo d’insieme su tutto ciò che sta facendo, la convinzione delle proprie idee e la pazienza di ascoltare tutti, il saper osservare e interpretare il mondo che lo circonda…. (spero di avere qualcosina anch’io di tutto questo!!!)

E cosa accade quando invece tu sei il regista?

Fare il regista per me significa avere il controllo totale sull’opera. Riuscire a plasmare un contenitore dove tutto è coerente col fine ultimo dell’idea di regia. Dove nulla è lasciato al caso, dove tutto nasce da un progetto intellettuale, da una passione o da un’emozione viva dell’attore, senza mai perdere di vista il senso dell’opera e l’intento dell’autore, che è la radice più profonda su cui la nostra opera può crescere e svilupparsi.

Raccontami del tuo modo di approcciare al testo e agli attori.

Lavorare sul testo è un momento unico. Un’opera da rappresentare la vedo come una grande costruzione, un palazzo con tante finestre da aprire, tante stanze da scoprire e molti abitanti da conoscere. Una volta entrato, la prima persona che incontro è il portiere (l’autore) che sa tutto e di tutti sul palazzo; è la figura di cui bisogna avere rispetto, in quanto depositario di tutti i segreti che dimorano in questo luogo. Riguardo alla struttura dell’edificio (il testo) è lecito e indispensabile fare dei lavori di manutenzione, abbattere delle pareti, cambiare pavimentazione e arredamento, senza mai intaccare i pilastri portanti e il suo scheletro. Gli abitanti (i personaggi) di questa costruzione sono figure di cui bisogna conoscere il passato, se vanno d’accordo con i vicini, com’è il loro stile di vita, quali sono le loro passioni, etc.

L’amministratore di questo condominio (il regista) deve mantenere l’equilibrio della struttura e l’armonia di tutti gli elementi che ne fanno parte, inquilini compresi.

Poi ci sono gli affittuari (gli attori) che prendono dimora temporanea e cercano di ambientarsi in questo strano condominio.

Il lavoro dell’attore è il momento più vivo della messinscena teatrale. Come regista non ho delle regole precise o un registro da seguire durante le prove. Pianifico sempre il lavoro, ma il metodo che adotto con l’attore cambia a seconda dell’opera che si va a rappresentare, dell’attore che ho di fronte e di altre variabili che non si possono prevedere a tavolino. Chiaramente tutto parte dall’analisi del testo per sviluppare l’idea di regia, quella scenografica e quella musicale. Poi si passa al lavoro con gli attori, dalla lettura fino alla messa in piedi.

I metodi di lavoro sono, a mio parere, vie personali e intime per raggiungere nel modo più diretto e preciso la caratterizzazione di un personaggio, l’idea registica e il senso dell’opera. L’attore deve essere completo e deve sapersi confrontare con tutti i generi, così come il regista o qualsiasi altro professionista del settore. Il fare o non fare delle cose deve essere, per me, questione di scelte personali/artistiche e non questione di (in)capacità.

Amo gli attori e cerco da loro sempre il massimo; io e l’attore dobbiamo essere uno specchio l’un per l’altro; nell’attore devo vedere che il lavoro che stiamo portando avanti prosegue nella direzione giusta; in me l’attore deve vedere se stesso, deve percepire quale direzione sta prendendo e se la strada che sta percorrendo sia quella giusta oppure no.

Ultimo lavoro nel teatro? Parlami un po’ di questa esperienza…

L’ultimo lavoro in teatro è stato “La disdicevole vicenda di tre amanti e un pianista loro conoscente” di Enrico Antognelli, autore con cui collaboro spesso e con il quale stiamo preparando il prossimo spettacolo per la rassegna Exit 4, promossa dalla Fed. It. Art. (Federazione di compagnie - e artisti - di cui faccio parte). Questo lavoro è stato un motivo per analizzare il ruolo dello scrittore, del drammaturgo, della crisi di idee, dell’impotenza del potere nel tentare di dominare qualcosa che non riesce più a controllare. Ed è stato anche occasione per sperimentare una recitazione costretta in continuazione a uno stile interpretativo che si alterna tra estraneamento e immedesimazione.

Un testo che vorresti mettere in scena?

Re Lear di W. Shakespeare. Ma non voglio farne un’analisi in questo momento perché è un testo che sento dentro in maniera dirompente e devo ancora analizzare il perché; è Teatro puro, universale, distruttivo, catartico… perfetto.

Di te sappiamo che non ti limiti solo al teatro, ma che un’altra tua grande passione è la macchina da presa e il montaggio. Parlaci di questo. Un breve excursus dei lavori più importanti….

Non saprei immaginarmi regista di teatro e non di cinema (anche se non ho ancora girato il mio primo lungometraggio) o viceversa. Entrambi i mondi fanno parte di me, ciò che li differenzia è il linguaggio.

Chissà se ai tempi d’oggi Shakespeare avrebbe scritto una sceneggiatura per il cinema?

Il cinema per me è arte totale, universale, dove l’immagine non ha bisogno di parole, dove l’occhio del regista può indagare i segreti più intimi degli attori, dove lo stesso attore è esposto all’occhio cinico della macchina da presa, dove tutto fa parte del tutto, dove i sogni prendono forma e l’immaginario diventa realtà.

L’ultimo mio lavoro è stato “Casa di bambola”, un cortometraggio contro gli abusi e le violenze sulle donne, finalista al concorso internazionale Action for women. E’ un lavoro a cui tengo molto perché segue un’idea di cinema che mi è cara: un cinema che procede per associazioni di immagini, in cui la narrazione è frammentata e l’immagine rappresenta un’immagine interiore. Dove il contrappunto di immagini, suoni e musiche (composte, in questo caso, da Domenico Severino, mio compagno d’arte) contribuisce a dare un senso generale all’opera filmica.

C’è un filo rosso che unisce i vari aspetti artistici in cui ti cimenti?

Nei miei lavori, sia teatrali che filmici, non tendo a portare avanti un discorso comune o un tema ricorrente. Sicuramente ho un mio stile, anche se adoro spaziare tra i generi, e sicuramente prediligo lavori in cui il sogno prende il sopravvento sulla realtà. Ma, come nella vita, sarebbe, a mio parere, un limite profondo (ma a volte indispensabile per far sentire la propria voce) raccontare sempre la stessa cosa, o raccontare cose diverse ma sempre allo stesso modo. Mi piace cambiare, plasmarmi e unirmi con tutta l’anima, e se potessi anche col corpo, all’opera che devo rappresentare, soffrire per la mia insoddisfazione e odiare anche quello che faccio, maledire un mondo superficiale e misero, non aver potuto assistere ad una rappresentazione shakesperiana quando William S. era ancora vivo e non aver potuto stringere la mano ad Eschilo, Bergman, Appia, Hitchcok, Fellini, Craig, Saramago, e tanti altri ancora…

 

Intervista di: Laura Sales

Grazie a: Massimilano Zeuli

Sul web: www.massimilianozeuli.com

 

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