Mario Scandale: vivisezionare il vizio del ricordo, per non rimanere intrappolati nel dolore

Scritto da  Lunedì, 03 Agosto 2020 

Mario Scandale è uno dei più interessanti giovani registi del panorama teatrale italiano, proveniente dalla preziosa fucina di talenti dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Dopo un interessante saggio di diploma dedicato al “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello, la partecipazione alla rassegna Trend con un testo dello scozzese David Greig e numerose collaborazioni alla regia al fianco del suo insegnante di regia in accademia, Arturo Cirillo (tra queste “Lunga giornata verso la notte” di O’Neill, “La scuola delle mogli” di Molière e “Orgoglio e pregiudizio” da Jane Austen), Scandale ha recentemente debuttato al Napoli Teatro Festival Italia con “Il dolore di prima”, intimo affresco familiare dipinto dalla drammaturgia di Jo Lattari. Quale migliore opportunità per conoscere meglio il giovane regista marchigiano e scoprire i suoi progetti in cantiere per il prossimo futuro.

 

Il dolore di primaCiao Mario e benvenuto sulle pagine di SaltinAria! In questi giorni presenti al Napoli Teatro Festival, in prima assoluta, il tuo nuovo lavoro “Il dolore di prima”, testo teatrale di Jo Lattari incentrato sulla forza di liberarsi dalla sofferenza. Come nasce questo progetto?
Ho conosciuto il testo grazie a Giorgio Andriani e Antonino Pirillo di Cranpi che mi hanno proposto di leggerlo. Mi ha convinto subito. Ho sentito, fin dalla prima lettura, che c'era qualcosa nelle parole di Jo Lattari che mi risuonava. Mi sono voluto immediatamente confrontare con lei, abbiamo avuto una serie d’incontri e insieme abbiamo affrontato questo lungo percorso che ci ha portati a questa prima fondamentale tappa al Napoli Teatro Festival Italia diretto da Ruggero Cappuccio.

Affondi lo sguardo tra le pieghe recondite di una famiglia della provincia italiana, tra ricordi e assenze, dolore e rimozione. Cosa ti ha colpito particolarmente di questi personaggi, inducendoti ad addentrarti tra i loro tortuosi sentieri psicologici?
Sicuramente quello che più mi ha affascinato in Figlia è il “vizio” del ricordo, l'incapacità di uscire dal tempo passato, che le impedisce di rimuovere il dolore. Il suo dolore, allo stato di partenza del testo, non può essere di prima. Non può esistere un dolore di prima. Rimane, al massimo può affievolirsi col tempo. Al massimo possiamo capire come collocarci rispetto a esso, da che prospettiva guardarlo per dargli un peso diverso.
Nonostante la mia storia personale sia molto distante da quella della famiglia e dei personaggi del testo, ho riconosciuto in loro una grande universalità. C'è un dolore di fondo che tutti possiamo condividere. Ci sono dinamiche relazionali familiari che ci riguardano.
C'è una madre che chiede alla figlia se è stanca e se ha fame.
Madre, Padre, Sorella e lo stesso Quello sono personaggi solidi, identificabili nonostante il loro sfuggire e il loro coprirsi di parole.
Eterni assenti ed eterni presenti. Ingombranti ma intangibili. Sicuramente scomodi.
E allo stesso tempo anche loro doloranti.
Ciò che forse li distanzia di più dalla protagonista è che, volenti o nolenti, loro un posto in relazione al dolore l'hanno trovato e ci si sono adagiati. Madre e Sorella si sono a modo loro risolte, questo le rende, nella loro comicità, ancora più strazianti.

Il dolore di primaQuale cifra registica hai adottato per plasmare sulla scena i personaggi della Lattari, instancabilmente parlatori, logorroici e analitici ma al contempo incapaci di comunicare?
L’idea su cui ho voluto iniziare a costruire la regia parte dalla possibilità che il ritorno di Figlia, la protagonista, possa essere anche un ritorno non reale.
Il testo ha una struttura non lineare, con continui cambi di registro. Ci sono momenti estremamente lirici che si inseriscono fra scambi dialogici più concreti.
Questo sicuramente mi ha aiutato nell'avvalorare l'intuizione di partenza. Tutto è generato dalla mente della protagonista. In un momento ricorda, nell'altro sogna, nell'altro desidera.
È stato fondamentale per me giocare con i diversi stili presenti nel testo, mi sono approcciato scena per scena cercando di capire come permettere alle parole di emergere, poi ho lavorato sui passaggi, per vedere come questi elementi così differenti potessero coesistere.
Per quanto riguarda il tema della comunicabilità, trovo sia molto interessante pensare al loro parlare come tentativo di coprire. Come bisogno estremo di non percepire il silenzio. Perché è il silenzio che fa paura.
Non importa quello che ci si dice. L'importante è dirlo. La parola si fa scudo. Si fa possibilità di evitare l'incontro con la realtà. Le parole dei personaggi sono incredibilmente lontane, sono spesso rivolte a loro stessi piuttosto che agli altri, tranne che quelle di Padre, ed è per questo che non si toccano, non si guardano.
Madre dice: “Perché io sono così, mi tengo tutto dentro.” Eppure è un fiume di parole.
Perché è molto più semplice vedere in un silenzio quello che gli altri nascondono.

A incarnare questi personaggi sul palcoscenico un quartetto d’eccezione: Betti Pedrazzi, Arturo Cirillo, Valentina Picello e Paola Fresa. Puoi raccontarci qualche dettaglio sui loro personaggi e sul lavoro effettuato per interpretarli?
Figlia, interpretata da Valentina Picello, è una donna che si trova a fare i conti con il suo passato.
Sta cercando il suo posto. Non riesce a distaccarsi dal dolore che la riguarda. Le sue domande la ossessionano. Quando la nube di dolore ha investito la sua famiglia? Quando ha cominciato a soffrire e con lei tutti gli altri? Se trova ciò che c'era prima di quel quando potrà tornare a essere felice? C'era realmente qualcosa prima di quel quando?
Questo fa di Figlia, in fondo, una donna estremamente analitica.
Ma nonostante questo è anche una donna profondamente emotiva, in cui tutto risuona amplificato nonostante cerchi di non darlo a vedere. Fino a quando in una scena, finalmente, si libera.
Madre e Sorella, Betti Pedrazzi e Paola Fresa, sono generate dal suo ricordo e dalla sua percezione di loro e per questo sono più caratterizzate.
Agiscono per come lei le ricorda e percepisce agire. Pregi e difetti sono amplificati alla massima potenza.
Risultano simpatiche nelle loro ossessioni, nei loro tormentoni, come quello di sorella “ma sai coi bambini...”.
Per Padre, Arturo Cirllo, il discorso è diverso. È l'unico personaggio che non è più in vita.
Può vivere solo attraverso un ricordo più remoto rispetto a quello di Madre e Figlia.
Con Arturo abbiamo lavorato su uno studio della malattia, per percorrerne tutte le diverse fasi e restituirle nel modo più accurato possibile. Ci siamo concentrati molto sul corpo e sull'impossibilità di farlo agire secondo il proprio volere. Quando Padre invece si muove nel presente, assume quasi un altro ruolo, diventa una presenza fantasmatica che si fa coscienza di Figlia.
Che cerca di spingerla verso quel luogo che lei sta cercando.

Dopo il debutto partenopeo sono previste repliche dello spettacolo in altre città italiane?
Erano previste prima della chiusura dei teatri a causa del Covid. In questo momento siamo in attesa di capire se riusciremo a recuperare le repliche, ma non sappiamo ancora quando tutto questo si definirà.

Il dolore di primaTappa essenziale del tuo percorso sono stati gli studi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico; quali sono stati i passaggi, gli incontri, le esperienze che hanno maggiormente caratterizzato gli anni in accademia?
Gli anni all’Accademia Silvio D’Amico mi sono stati fondamentali per mettere a fuoco quale direzione volevo prendere come regista ed è stato un momento importante per avviarmi a questa professione.
Questo è potuto succedere soprattutto grazie a due incontri, quello con la Direttrice Daniela Bortignoni e Arturo Cirillo.
Daniela mi ha sempre lasciato molto libero di seguire la mia strada, mi ha dato appoggio e fiducia. Ho sempre potuto scegliere secondo il mio intuito. E questo comporta una grande responsabilità. Sei tu a fare i conti con te stesso. Mi ha permesso veramente di crescere.
Arturo è stato mio insegnante di regia, anche lui mi ha dato molta fiducia, al punto da interpretare il protagonista nel mio saggio di diploma “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello. Gli devo molto. Il suo punto di vista su ciò che si va ad analizzare è sempre puntuale.

Particolarmente intensa e ricercata la tua lettura del “Notturno di donna con ospiti” di Annibale Ruccello, tuo saggio di diploma di tre anni fa. Che ricordo custodisci di questo lavoro?
Mi è difficile pensare a “Notturno di donna con ospiti” come un ricordo. Non credo ancora di “custodirne il ricordo”. Lo percepisco ancora come materia viva e pulsante. Un lavoro non si chiude mai dopo la prima e “Notturno” ha continuato a girare fino allo scorso ottobre.
Solitamente un saggio di diploma viene replicato per dieci volte, io ho avuto la possibilità di portarlo in giro.
E in tournée l'ho visto crescere, evolversi, cambiare ancora e ancora.

Il dolore di primaLo scorso dicembre hai anche proposto una mise en espace di “Yellow moon” di David Greig nell’ambito della rassegna romana “Trend - nuove frontiere della scena britannica”. Cosa ti ha colpito della drammaturgia dell’autore scozzese e della realtà degradata ritratta in questa pièce?
Il testo racconta la storia di due ragazzi, Lee e Leila, che vivono in una piccola città della Scozia. Quello che più mi coinvolgeva e che sentivo il bisogno di raccontare era il sentimento di disorientamento. La continua ricerca di se stessi in un sistema privo di qualsiasi riferimento che ti porta a perderti e perderti e perderti.
Trovo che questo li renda profondamente vivi.
Ho chiesto a Marina Occhionero e Luca Tanganelli di lavorare sullo spaesamento.
C'è ovviamente qualcosa di intrinsecamente “sbagliato” nella storia (che del resto parte con un omicidio), ma è impossibile non provare un po' di tenerezza per questi due esseri smarriti in una realtà più grande di loro, in un mondo più grande di loro. Lee e Leila possono essere tutto fuorché crudeli.
La realtà degradata rappresentata da Greig non è poi così distante da come può esserlo la provincia italiana, è un testo che va oltre il contesto sociale-geografico, ci parla di adolescenza e di perdita, di come si può essere sopraffatti da ciò che ci circonda.
Greig riesce comunque a prendere il degrado e farne poesia. In questo trovo che ci sia una forte assonanza con Ruccello.

In questo difficile periodo di incerta ripartenza i teatri cercano di capire quale possa essere l’orizzonte che si dischiude per la prossima stagione, mentre i professionisti dello spettacolo vedono amaramente dimenticati i loro diritti da parte delle istituzioni. Quale sguardo rivolgi al prossimo futuro? Pensi che questo periodo possa rappresentare, nella sua drammaticità, una concreta opportunità di rifondare dalle radici il settore teatrale?
Credo fortemente che quella che in questo momento ci stiamo trovando a vivere sia una falsa ripartenza.
L'assenza delle Istituzioni si fa ogni giorno più ingombrante.
In ogni modo non si vuole ripartire come prima, si vuole e si deve ripartire diversamente, in un modo migliore. I problemi che già esistevano ora si fanno insopportabili.
È bene che si pensi alla tutela di tutti i lavoratori dello spettacolo, da chi sale sul palco a chi strappa i biglietti in sala. La costruzione di uno spettacolo ha alle spalle una moltitudine di figure professionali che spesso si tende a dimenticare.
Ora vedo molta più unione all'interno del settore.
È davvero possibile rifondare dalle radici il settore teatrale? Viviamo in un'epoca in cui qualsiasi rivoluzione appare utopistica. Nel frattempo è bene cercare di fare il possibile perché le cose non rimangano com'erano. Vedremo quali saranno i risultati.

Hai già altri progetti in cantiere per la prossima stagione riguardo ai quali puoi anticiparci qualcosa?
A Ottobre debutteremo alla Corte Ospitale di Rubiera all’interno della terza edizione di “Forever Young” con “La Gloria”, un testo di Fabrizio Sinisi che racconta la vicenda di Adolf Hitler in un periodo quasi sconosciuto della sua biografia: quando, appena ventenne, insieme all’amico August Kubizek, si trasferì da Linz a Vienna con lo scopo di entrare all’Accademia di Belle Arti e diventare un grande pittore. Il sogno di gloria dell’aspirante artista cadrà nel vuoto: respinto per ben due volte dall’Accademia, Adolf monterà nei confronti di Kubizek - unico suo amico e probabilmente suo primo, inammissibile amore - un formidabile castello di bugie. Ma la finzione finirà per crollare: scoperto e umiliato, sprofonderà nella miseria più nera riducendosi per tre anni allo stato di senzatetto nella periferia viennese. La disperazione lo spingerà poi, allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, a recarsi a Monaco e ad arruolarsi nell’esercito, dando così inizio al suo tragico percorso politico. Inoltre con la mia compagnia “Ginkgo Teatro” stiamo iniziando un percorso di studi su un nuovo progetto che spero prenderà vita nei prossimi mesi.

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Maya Amenduni e Renata Savo, Ufficio stampa Napoli Teatro Festival Italia
Sul web: https://napoliteatrofestival.it

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