Mariano Rigillo: la prima volta sull’acqua ad Arona

Scritto da  Domenica, 13 Settembre 2020 

C’è sempre una prima volta, anche a ottant’anni per un attore di grande profilo come Mariano Rigillo, che ha il marchio classico del teatro di Siracusa, suo grande amore; la ‘napoletanità’ sottile lontano dalla farsa, la statura dell’entusiasmo che si misura ancora con l’imprevisto di un Festival. Ad Arona apprezza lo spirito giovanile e accoglie la sfida dei tempi del lago, il passo di un rematore che può rompere il ritmo del teatro.

 

Lo abbiamo incontrato nel déhors dell’Hotel Giardino, di fronte al lago, poche ore prima dello spettacolo, all’indomani del debutto di “Un tagliatore di teste sul Lago Maggiore”, tratto dal testo omonimo di Dacia Maraini, Direttrice artistica del Festival del Teatro sull’Acqua di Arona, giunto alla decima edizione. Il testo che aveva debuttato nel 2003 a Roma, ambientato nel Laghetto di Villa Borghese e realizzato in chiave ‘romanesca’, ha subito un rimaneggiamento e adattamento, anche se resta forte quell’impronta legata al mondo romano, sulla quale il regista Francesco Tavassi ha calcato la mano, anche nella recitazione un po’ farsesca. Resta magica l’atmosfera del lago, palcoscenico mobile che gioca metaforicamente con il precario equilibrio della vita, fluida e profonda proprio come l’acqua. Nella prima versione Tata, il boia, era impersonato da Ninetto Davoli mentre ora è interpretato da Toni Fornari, accompagnato da Anna Teresa Rossini (nella parte della moglie Giovanna, compagna nella vita di Rigillo) e Silvia Siravo (versatile nella parte di una sposa adultera e di suora Agata).

Cominciamo proprio dal debutto, com’è andata e che tipo di esperienza si vive recitando sull’acqua?
“Direi bene. Per me è un’esperienza assolutamente nuova sia per l’’imbarazzo’ che crea l’acqua, una condizione artisticamente diversa, che oggi più che mai diventa una metafora della vita nella sua precarietà; sia per l’aspetto tecnico, dato che siamo vincolati all’imprevedibilità dell’acqua e ad esempio al passo del rematore che può non collimare con quello della voce e del gesto teatrale. D’altronde a teatro il ritmo è importante e, quando manca, l’azione scenica rischia di zoppicare. La stessa illuminazione, con il riflesso e l’assorbimento della superficie del lago, è completamente diversa da quanto si può realizzare in uno spazio chiuso. La prova generale ci ha messi di fronte a diverse difficoltà ma c’è una tradizione nello spettacolo che anche questa volta si è confermata. Quando l’anteprima non va bene, la prima sarà un successo.”

Nella sua lunga carriera ha sperimentato molti palcoscenici e soluzioni ma è la prima volta in assoluto sull’acqua. Che tipo di sensazione ha ricevuto?
“Il piacere di provare qualcosa di nuovo anche alla mia età, di imparare, di aggiungere e questo conferisce una grande carica, malgrado abbia debuttato con una compagnia ufficiale nel 1959, festeggiando lo scorso anno sessant’anni di carriera”.

Qual è il suo sguardo sul festival?
“Apprezzo il suo lato giovanile anche se so che quest’edizione ha sofferto per l’assenza della scuola e la riduzione dei volontari che ha avuto un impatto sull’organizzazione. Questo aspetto però, che per un attore non è secondario, mi ha fatto tornare all’idea della figura dell’attore che sa occuparsi di tutto e che è stata l’anima negli Anni Settanta delle cooperative teatrali. Io l’ho vissuta con l’esperienza del teatro universitario dal quale sono nato.”

Da spettatrice noto in questo Festival, forse per la direzione di Dacia Maraini, una forte contiguità tra letteratura e teatro, tra testo e messa in scena. Cosa ne pensa?
“L’adattamento di un testo letterario al teatro può produrre soluzioni con il segno più o meno. Dacia è un’amica e il suo testo in questa situazione è stato adattato al luogo, per cui ad esempio si cita la Rocca di Angera e anche lo spazio è completamente diverso: il lago Maggiore rispetto al Laghetto di Villa Borghese. Resta nella scelta della regia una coloritura del linguaggio romanesco e anche nell’azione un’evocazione del teatro regionale marcata.”

Cosa esprime il suo ruolo in scena?
“Io interpreto due personaggi letterari, lo scrittore russo Nikolaj Gogol, che molti non sanno essere morto pazzo e proprio nella follia aver scritto forse le cose migliori, con l’allusione a “Le anime morte”, appellativo dei contadini comparati a lotti di terra, acquistabili; e lo scrittore Johann Wolfgang von Goethe che in questo testo dialoga con la morte e in particolare con la pena di morte, perché durante “Il viaggio in Italia” - il Grand Tour settecentesco segnalava nel Lago Maggiore l’ultima tappa del percorso - aveva assistito a Roma ad una decapitazione ritenendola scandalosa e un paradosso in un Paese come l’Italia ‘governato’ dalla Chiesa che predica la sacralità della vita, che nel comandamento ‘Non uccidere’ ha il suo centro.”

Qual è il suo sguardo sul Boia, protagonista di questo spettacolo?
“Come afferma Goethe, il boia “è un rudere del mondo passato”, oggi inammissibile tanto che la parola è diventata un’esclamazione per offendere qualcuno. Dacia ci fa in parte dimenticare con ironia l’uomo che taglia le teste e ci propone una personalità a tutto tondo, ad esempio nella tenerezza verso la moglie che per lui preparava delizie culinarie. La riflessione, che ho cercato di mettere da parte, è quella storica di un uomo la cui vita si assicura grazie alla morte altrui e che è un doloroso paradosso.”

Nella stagione delle incertezze ha già dei programmi all’orizzonte?
“C’è uno spettacolo al quale tengo molto che ha debuttato al Festival Benevento Città Spettacolo - che in passato ho anche diretto - ed è un testo su Ezra Pound, personaggio che per la mia generazione ha rappresentato un veto morale, conosciuto purtroppo oggi solo attraverso l’associazione Casa Pound. Questo è un peccato perché è stato un grande poeta seppure le sue idee e simpatie siano discutibili. Il titolo “Ezra in gabbia” rievoca una punizione esemplare oltre ogni limite perché fu rinchiuso in un campo di concentramento vicino Pisa dagli Americani, esposto per un mese in una gabbia al pubblico ludibrio, senza nessun rispetto del pudore, lasciato a vivere di stenti. Fu poi internato per 12 anni in un manicomio accusato di alto tradimento, quindi rimesso in liberta ma privato dei diritti civili. Mi pare che lo spettacolo gli restituisca dignità, almeno intellettuale. Anna Teresa Rossini leggerà i suoi versi e io farò sia da narratore sia da interprete del poeta. Pare che possa esserci una tournée nei teatri veneti a febbraio 2021.”

So che lei ha una predilezione per la città di Siracusa. A cosa è dovuta?
“E’ stata una delle mie prime apparizioni in scena, dopo il Diploma nel 1962, nel 1964 quando ho partecipato ad un’ “Antigone” con Salvo Randone nella parte di Creonte. Già negli ultimi anni di studio frequentavo il teatro romano di Pompei l’estate e avevo assaporato il fascino dei teatri antichi che il mio debutto in una realtà di questo tipo ha nutrito. Sono poi tornato molte volte a Siracusa, a partire dal 1966 quando ho fatto parte dei coreuti di “Eracle” di Sofocle con il grande mimo francese Jacques Lecoq e poi nel 1966 ho sostituito in “Antigone” Annibale Nichi e mi sono trovato a 26 anni a interpretare il vecchio Tiresia, un’esperienza straordinaria anche per la disponibilità mostrata dall’attore che mi ha addirittura ringraziato, mettendo da parte il suo orgoglio. C’è stata una grande continuità nella mia attività con il teatro di Siracusa dove ad esempio ho recitato quattro volte nell’ “Agamennone”, di cui tre volte sono stato protagonista. E’ certamente una dimensione impressionante, per gli spazi, per il numero di spettatori, fino a 10 mila, per l’assenza di mezzi tecnologici sofisticati impiegabili e perché si è condizionati dalla luce naturale: insomma una grande palestra.”

Cosa si è portato dietro e dentro in questi anni del suo essere napoletano?
“A Napoli non c’erano scuole di teatro in senso stretto e la mia prima scuola è stato il teatro universitario, nato tra il 1956 e il 1957, che gli organizzatori promuovevano molto e al quale ho presto parte. Nel frattempo cresceva la mia passione per lo spettacolo e tra il 1955 e il 1956 ho vissuto un anno scolastico critico perché marinavo la scuola per frequentare la Biblioteca specializzata in teatro Lucchesi Palli all’interno del Palazzo Reale. Una grande ricchezza messa a disposizione di tutti che mi ha permesso una formazione classica importante. Desideravo infatti essere un attore classico e non volevo far capire il mio essere napoletano, con l’ambizione di recitare soltanto ‘in lingua’, come si diceva a Napoli, e ci sono riuscito. Poi l’incontro con Giuseppe Patroni Griffi che mi vide in uno spettacolo e mi disse, passando davanti al camerino, ‘noi lavoreremo insieme’; mi costrinse poi nel 1967 a recuperare la lingua napoletana con un grande autore, Raffaele Viviani. Ho scoperto così l’importanza di non dimenticare le proprie origini anche perché il teatro napoletano è, insieme a quello veneto e siciliano, l’unico importante con una tradizione locale ma forse il solo ancora vivo con una produzione nuova.”

Non ci resta che farle gli auguri per il compleanno celebrato ieri, nel bel mezzo al festival, e per le sue nuove esperienze.


Intervista di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Ufficio stampa Anna Maria Riva
Sul web: www.teatrosullacqua.it

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