Maria Francesca Palli: se il teatro è come l’aria, perché è semplicemente la nostra quotidianità

Scritto da  Ilaria Guidantoni Venerdì, 30 Marzo 2012 
Francesca Palli

Una ragazza acqua e sapone che trasuda entusiasmo e si definisce una ‘donna della quotidianità’ per raccontare la propria spontaneità: un misto di freschezza e determinazione. Il teatro? Un bisogno primario senza il quale le manca l’aria ma non vuole preclusioni rispetto ad altre arti.

 

 

Cominciamo dall’ultimo tuo lavoro. Quando lo vedremo?

Ho recitato in “Psyco&Love” di Mattia De Pascali per il Festival degli Horror che si terrà a settembre-ottobre prossimi ma le riprese sono state lo scorso settembre. E’ un thriller senza splatter: la storia di una violenza nella quale io interpretavo la vittima e Antonio Calamonici il carnefice. Un bravo attore che mi a permesso di sentirmi a mio agio anche nelle scene di intimità.

Hai già qualcosa in programma?

Sì e sarà in scena prima dell’altro lavoro. Parteciperò alla rassegna di corti teatrali “Nudanima” con la compagnia della quale faccio parte ‘Come dove quando’ che si terrà a giugno per due settimane. Io sarò in scena il 2 giugno e avrò un quarto d’ora per presentare la rassegna. Ho scelto di recitare alcune poesie della polacca Wislama Symborska, dato che amo molto la poesia.

C’è una poesia che ti rappresenta e illustra il tuo sentire?

“Donne in rinascita” di Jack Folla Ermopoli, per la grande valorizzazione della donna, anche nelle sue fragilità, perché non è tanto un’esaltazione stereotipata e fondata su quello che è nel successo, della bellezza, dell’intelligenza e della sensibilità; quanto per la sua capacità di rinascere, dal dolore e dai fallimenti, tra lacrime e parole. Trovo una descrizione sublime perché quotidiana, come sono io.

La scrittura in generale rappresenta per te un’attrazione oltre la recitazione?

Non amo mettere barriere tra un’arte ed un’altra, soprattutto dopo la mia esperienza statunitense. In America ci sono più possibilità, soprattutto perché si tende ad infondere fiducia, energia in chi si avventura sulla scena. In ogni caso l’ultimo anno del Liceo ho partecipato al concorso “Famiglia e libertà”, promosso dal movimento delle donne contro l’aborto e ho vinto raccontando un episodio che mi era realmente accaduto, un litigio domenicale in famiglia, un classico perché nel momento nel quale ci si riunisce e si ha più tempo le conflittualità emergono.

Se anche vuoi mantenere aperte le possibilità, hai una predilezione per il teatro?

Ho lavorato quasi esclusivamente per il teatro ma mi piacerebbe anche fare cinema, televisione e perfino pubblicità, why not? Il teatro però è un bisogno primario. Ho resistito solo una volta due settimane, senza, e ho capito che mi manca come l’aria che respiro.

Quando hai cominciato la tua vita in teatro?

A cinque anni. Mio nonno era maestro elementare e con una delle mie sorelle passavo tutta l’estate in un paesino in Umbria. Per trascorrere le giornate mettevamo in scena degli spettacoli, balletti, canzoni e anche dei pezzetti recitati. A quell’età cominciai interpretando Mary Poppins quando entra nel quadro con i pinguini. Tutti gli anni il 12 agosto, compleanno di mio nonno, il 15 agosto per Ferragosto e il 6 settembre, il mio compleanno, andavano in scena le repliche. Era già una mini stagione. Poi a scuola al liceo al San Leone Magno e quindi una serie di corsi che mi hanno accompagnata. La breve parentesi, dei primi 15 giorni di università, per seguire le orme dei miei genitori – farmacisti entrambi – senza teatro, mi ha fatto capire che avrei potuto fare tutto; ma certamente non fare a meno del teatro.

L’inclinazione a mantenere più porte aperte è rimasta.

Come accennavo prima, soprattutto dopo l’esperienza americana, credo che mettere delle barriere al proprio mestiere significa mettere delle catene alla nostra stessa fantasia. Ad esempio mi sono scoperta più cinematografica – e non avrei detto – proprio per la mia spontaneità e immediatezza. In ogni caso sono molto curiosa e mi piace sperimentare.

Qual è la cifra distintiva per te del teatro?

Il teatro è il sogno che si realizza ancor più al cinema dove è importante dare la visione senza tutta la scena. Penso soprattutto al colore perché io sono anche costumista per la mia compagnia ed è strano. Sono una persona che fa fatica a vestirsi la mattina, a combinare colori e forme; ma quando entro in un personaggio ho il piacere di scegliere con minuzia dettagli e particolari. Sarà forse quell’aspetto nostalgico che accompagna il mio entrare nei personaggi.

C’è un personaggio che ti ha colpito particolarmente?

Anna Frank, per la regia di Bruno Cariello: un’esperienza molto profonda che è proprio il caso di dire mi ha permesso di entrare nei panni di un’altra. In questo senso l’abito di scena diventa un habitus, con il rischio che dall’on non riesca a trovare l’off.

MacbethE dell’esperienza americana hai conservato un personaggio?

Lady Macbeth: è stata una bella avventura. In effetti è stata la messa in scena finale di un workshop che lavora con i sogni. E’ una tecnica tutta americana che a me ha aperto una via nuova per il teatro. Elizabeth Kemp è uno dei membri più importanti dell’Actor’s Studio di New York e lavora con una tecnica singolare.

Ci racconti qualcosa?

La sera, prima di andare a dormire, si scrive una lettera al proprio personaggio, facendogli delle domande; quindi si va a dormire e la mattina appena svegli si deve raccontare il sogno.

Che potrebbe non esserci…

In questo lavoro si entra in un mood per cui c’è sempre un sogno.

E tu lo ricordi?

Sì, una oliera dorata chiusa che fluttuava. Io ero vestita di blu scuro e vedevo solo la testa che era come risucchiata all’interno di questa gabbia. Potevo muovere gli occhi e seguirne il movimento.

Poi?

Si usano gli acquerelli per raccontare la visione, per disegnare la scena, quindi costruirla, con foto, oggetti e attrezzi. Alla fine il personaggio che sale sul palcoscenico è una sintesi dell’io-attore e del soggetto letterario agito. Un percorso affascinante.

 

Chi è Maria Francesca Palli?

Studentessa al liceo San Leone Magno di Roma, frequenta il corso di teatro a pagamento all’interno della scuola con Maria Luisa Gorga e Gianni De Feo; non si prepara e non passa al provino dell’Accademia Silvio D’Amico. Si laurea in Farmacia su pressione dei genitori e tuttora lavora nella farmacia di famiglia. Nel frattempo segue il teatro, frequenta il Dream Workshop a New York di Elizabeth Kemp e poi a Roma il Workshop Performation di Antonio Bilo Canella, Hossein Taheri oltre una serie di altre scuole.

Fondamentalmente attrice di teatro, ha recitato in “Rumori fuori scena” con la regia di Pino Ammendola, in “Anna Frank” con la regia di Bruno Cariello, interpretando la protagonista e ancora in “Love è Checov” e in “Skyzophrenija” con Positiva Teatro dell'Angelo di Pietro Dattola; in “Les recontres teatrales de Lyion” a Lione dello stesso regista; con il quale ha lavorato anche nella “Fattoria degli animali” con il Piccione Teatro delle Muse; e infine in “Febbre” a Cineteatro, regia di Davide Fiandanese.

 

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Maria Francesca Palli

 

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