Marco Falaguasta: la compagnia Bonalaprima, alchimia comica irripetibile

Scritto da  Giovedì, 14 Luglio 2011 
Marco Falaguasta

Il re della commedia romana Marco Falaguasta, accompagnato dagli irresistibili alfieri della sua compagnia Bonalaprima, torna in scena nell’ambito della rassegna “Roma che ride” nella splendida cornice di Villa Sciarra per presentare la nuova commedia “E’ facile smettere di sposarsi…se sai come fare”. L’abbiamo incontrato per farci svelare qualche curiosità sul suo nuovo progetto teatrale, che si conferma uno degli appuntamenti più brillanti ed imperdibili di questa torrida estate.

 

 

Ciao Marco e anzitutto benvenuto sulle pagine di SaltinAria! E’ davvero un piacere incontrarti e scambiare quattro chiacchiere dopo aver seguito con passione per anni gli spettacoli della tua compagnia Bonalaprima. E quale occasione migliore del tradizionale appuntamento estivo a Villa Sciarra dove, nell’ambito della rassegna “Roma che ride”, stai portando in scena la tua nuova commedia “E’ facile smettere di sposarsi…se sai come fare”. Prima di presentarci questo nuovo spettacolo, torniamo per un momento al passato; puoi raccontarci come è nata la compagnia Bonalaprima?

Nella maniera più normale e più insolita allo stesso tempo, ormai vent’anni fa, nasceva dall’istinto e dalla passione una compagine occasionale composta da me, Marco Fiorini e Piero Scornavacchi che costituivamo inconsapevoli quella che sarebbe diventata la compagnia, con lo stesso spirito con il quale tre ventenni possono comporre una squadra di calcetto per partecipare a un torneo di quartiere. E che mai e poi mai avrebbero pensato in quel momento che poi quella squadra vent’anni dopo avrebbe giocato, diciamo, in serie A. La fai perché ti piace costituire una squadra, perché ti piace fare quel torneo, speri di vincere il torneo del quartiere che per te in quel momento rappresenta quasi la Champions. E quindi nasce così, dalla passione comune e dalla voglia di dare continuità a quello che ognuno di noi faceva magari per conto proprio nei villaggi turistici o nei locali; mettevamo insieme le nostre risorse, mettevamo insieme le nostre forze e ne nasceva Bonalaprima che, dopo vent’anni, diventava invece una compagnia assolutamente seguita ed amata dal pubblico romano e che dallo scorso anno esporta il proprio prodotto in tutta Italia. Quindi credo che meglio di così non potessimo sperare e la chiamammo Bonalaprima proprio nella speranza che le cose andassero bene fin da subito; in realtà così non è stato, nel senso che non mi piace raccontare la favola buona per incoraggiare, è stato molto duro specialmente all’inizio, è stato veramente difficile riuscire ad entrare nel tessuto teatrale romano, che è un tessuto molto impermeabile, un tessuto nel quale ci sono degli equilibri consolidati, nel quale è difficilissimo trovare un proprio spazio. Un po’ per una certa diffidenza del pubblico romano che, ovviamente, avendo centinaia di proposte l’anno, in qualche maniera si direziona sempre verso le cose che rappresentano una sicurezza e certamente tre esordienti allo sbaraglio non costituivano una sicurezza. Un po’ perché anche l’ambiente teatrale romano in questo senso è respingente, solitamente le compagnie sono dei gruppi molto chiusi e poi ogni compagine comunque ha fatto un percorso per assicurarsi una propria visibilità e ovviamente a nessuno piace recedere o condividere quello che ha guadagnato negli anni con qualcun altro che arriva e si presenta. Quindi all’inizio abbiamo incontrato molto scetticismo, tante difficoltà anche nel trovare degli spazi, poiché chiaramente nessuno ti dà lo spazio così facilmente. Quindi abbiamo dovuto affrontare tutto con incrollabile coraggio, con grande intraprendenza, ma eravamo convinti che qualche cosa di buono potessimo farlo e quindi alla fine questa convinzione ha avuto la meglio e anche quel pizzico di inconsapevolezza che a vent’anni hai e che a quaranta forse non hai più.

Marco FalaguastaDa ormai vent’anni con Marco Fiorini e Piero Scornavacchi formate un trio irresistibile a cui il pubblico si è affezionato sempre più spettacolo dopo spettacolo. Secondo te qual è il segreto della vostra alchimia e del rapporto che siete riusciti ad instaurare con gli spettatori?

Sai, sono quelle circostanze strane, io dico sempre scherzando che noi siamo un po’ come i Pooh, nel senso che sono vent’anni che stiamo insieme e in vent’anni non c’è mai stato un momento o un periodo nel quale abbiamo pensato di dividerci o di intraprendere una carriera da solisti. Poi è chiaro che, essendo tre attori, ognuno fa anche il suo percorso personale, io il mio, Marco il suo, Piero il suo, però non abbiamo mai pensato di smontare la creatura che avevamo creato vent’anni prima o di lasciare interrotto un discorso. Il segreto forse è proprio che continuiamo ad avere la stessa passione di vent’anni fa, arricchita dall’esperienza di vent’anni di palco e quindi ci rendiamo conto di come effettivamente, e per quel che concerne il prodotto teatrale, ognuno di noi ha bisogno dell’altro, nel senso che credo che io senza Piero e senza Marco teatralmente parlando possa rendere molto meno e questa stessa consapevolezza la condividono anche loro due. Devo dire la verità, io in teatro, a parte la lunga esperienza con Fiorenzo Fiorentini, ho fatto solo e sempre cose mie, però ad esempio Marco e Piero che hanno lavorato anche in altre compagini teatrali, sono stati contentissimi di averlo fatto, si sono molto divertiti, però quella freschezza e quel tipo di espressività che loro hanno quando noi recitiamo assieme è difficile da replicare. Questo perché ovviamente è una freschezza, un’istintività, una spontaneità che nasce anche da vent’anni di affiatamento, da vent’anni che non sono soltanto da tradurre nei vent’anni di palcoscenico, ma nei vent’anni di prove fatte insieme e anche nei vent’anni di vacanze trascorse assieme, di festività trascorse assieme. Perché poi il teatro è così, è come se facessi il circense insomma; quando a Natale lavori, a Capodanno lavori, magari sotto Pasqua sei impegnato nelle prove perché a breve comincia la stagione estiva ed anzi magari si approfitta di quei momenti, è inevitabile che il rapporto si cementi sempre più. Per esempio il giorno di Pasquetta spesso lo utilizziamo per allargare un po’ il nostro auditorio, magari io ho scritto la nuova commedia e allora la leggiamo di fronte ad un pubblico allargato composto da parenti ed amici per vedere le reazioni primarie di chi la ascolta. Quindi abbiamo tutta la nostra ritualità che ci lega ormai da vent’anni ed è diventata forse anche una nostra parte di vita in sostanza; quello che succederà in futuro lo sa solo Dio, però credo che sia difficile interrompere questa alchimia perché c’è in noi la consapevolezza e anche per certi versi l’umiltà di sapere che l’uno senza l’altro varrebbe un po’ di meno, diciamo che siamo ognuno il 33% di un 100% che funziona!

Veniamo ora a “E’ facile smettere di sposarsi…se sai come fare”, da dove nasce l’ispirazione per questa nuova commedia?

Dal libro di Allen Carr “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo”. La cosa che mi ha molto colpito di quel libro era appunto che dietro la decisione di fumare o di non fumare, dietro la tecnica per smettere, Allen Carr punta tutto su una presa d’atto da parte del fumatore e ti dice “fumi per inconsapevolezza”, ma non per inconsapevolezza dei danni fisici o biologici che il fumo può provocare, ma fumi perché credi che esistano dei presupposti per i quali sia quasi inevitabile che tu debba fumare. Di fatto però non è così e nel libro viene spiegato tutto un sistema per il quale invece il processo attraverso il quale si fuma è assolutamente reversibile. Leggendo il libro mi è venuto quasi istintivo il parallelismo con la decisione di sposarsi. Così come quando ti accendi la prima sigaretta non sai perché la stai accendendo, non sai che tipo di conseguenze comporterà, ma soprattutto mai e poi mai pensi che quella sarà una cosa che ti porterai appresso per tutta la vita; la prima sigaretta magari la si fuma perché in compagnia fumano tutti e allora fumi anche te, la prima sigaretta la fumi per atteggiamento, per spirito di incoscienza, perché ti sembra quasi come se fosse un passaporto per il mondo dei grandi, per il mondo delle persone esperte, per il mondo delle persone in qualche maniera rotte al vizio, ma non la fumi consapevole di quello che rappresenta quella sigaretta e che rappresenterà. Molte volte ci si sposa sugli stessi presupposti, perché magari sei fidanzato già da qualche anno, da quattro o cinque anni, magari tutti e due si è trovato lavoro, ci sono i parenti o i genitori che ti donano una casa o ti aiutano a comprarla, ci sono tutte le condizioni per cui una scelta si faccia ma tu il primo giorno che conosci quella ragazza che poi diventerà tua moglie la avvicini per tutt’altre motivazioni rispetto a quella di sposartela, la avvicini perché ti piace fisicamente, la avvicini perché ti è simpatica, ma mai e poi mai nel momento nel quale la avvicini penseresti di sposarla e molte volte la scelta di farlo è una di quelle scelte che l’individuo a mio giudizio non sempre prende nella piena consapevolezza. Ci si sposa delle volte un po’ perché si è portati dalla corrente del fiume della vita, che poi ti porta a quella conclusione, tu ti ritrovi sull’altare e dici “Ma che succede? Ma io? Ma come?”. Questo perché poi si entra in un meccanismo, in un ingranaggio che è il fidanzamento, che ha le sue tappe, le sue progressioni, dapprima siete solo te e lei, poi dopo qualche anno c’è il coinvolgimento familiare, perché tu cominci a salire a casa sua e lei comincia a salire a casa tua. Poi ci sono le prime vacanze trascorse insieme, le prime decisioni prese insieme e, se tu ti accorgi che quella è la persona della tua vita perché giorno dopo giorno confermi questa scelta, vuol dire che stai prendendo consapevolmente quella decisione. Però mi chiedo come mai cresca esponenzialmente il numero dei divorzi; adesso si è arrivati al 64% dei nuclei familiari che si interrompono a causa del divorzio e la risposta che mi sono dato è che effettivamente nel momento della scelta non c’è questa piena consapevolezza e mi sembra tanto come il fumatore che ad un certo punto fuma le sigarette non più perché gli vanno ma perché ha l’abitudine di farlo. Si trascorrono i giorni con quella persona non perché li trovi esaltanti ma perché ormai sei abituato a farlo, quindi c’è questo parallelismo tra i giorni e le sigarette fumate; se tu parli con qualsiasi fumatore, ti dirà che le sigarette che veramente durante la giornata ti piacciono e ti vanno saranno tre-quattro, tutte le altre le fumi così per abitudine e mi sembra che questo si possa riportare anche al livello del fidanzamento. Magari ci sono dei giorni in cui scopri di essere effettivamente appassionato e innamorato ma ci sono tanti altri giorni nei quali magari capisci che c’è qualcosa che non va, però non hai più le risorse per interrompere quel meccanismo che ormai si è perpetrato e quindi arrivi al matrimonio così, senza troppa convinzione. Il desiderio più grande di ogni fumatore è quello di smettere, spesso anche il desiderio dell’uomo sposato è quello di smettere.

Falaguasta, Scornavacchi e FioriniQual è l’approccio che segui consuetamente nella scrittura dei tuoi testi teatrali? Coinvolgi sin dai primi passi del processo creativo gli altri membri della compagnia? E quanto ha influenzato la tua crescita di artista il supporto costante, i consigli e talvolta anche le critiche del tuo fedelissimo pubblico?

Il confronto con il pubblico è fondamentale! Però purtroppo il suo feedback lo ricevi soltanto dopo che la creatura è nata, la fase più importante è la fase della gestazione ovviamente. Io parto sempre dall’idea, comincio a scrivere se ho un’idea che effettivamente mi stimola e capisco che una storia possa funzionare dal fatto che riesca o meno a raccontarmi quell’idea in poche parole. Se mi chiedo “di che parla questa commedia?” e riesco a rispondere con poche parole allora l’idea è forte, l’idea c’è ed è chiara e quindi a quel punto inizio a scrivere, comincio ad immaginare i personaggi che possano dar corpo e vita a quell’idea. Comincio a pensare a quale possa essere il contesto migliore per esprimere quei personaggi, poi la scrivo ed una volta che l’ho cristallizzata nero su bianco ne realizzo almeno due-tre stesure prima di andare in prima lettura, poi la leggiamo tutti assieme, raccolgo un po’ anche le loro impressioni, la faccio leggere a delle persone delle quali mi fido, nel senso a delle persone che possono consigliarmi o anche semplicemente dirmi le loro emozioni e impressioni subito dopo averla letta. Poi solitamente mi rivolgo ad uno psicologo, perché gli chiedo se c’è coerenza nel profilo psicologico del personaggio, da lui mi faccio fare proprio una relazione accuratissima per vedere se è congruo lo sviluppo del personaggio e se le dinamiche interpersonali sono giuste, se quello che dico ha effettivamente anche una lettura corretta in chiave interioristica. Questo nonostante io scriva delle commedie, perché poi secondo me l’aspetto più comico della nostra vita è proprio il dramma che viviamo quotidianamente, il mettersi di fronte alle nostre debolezze, alle nostre piccole insicurezze, lo scoprire come talvolta per arginare un’insicurezza ce ne raccontiamo un’altra. Questa è la cosa comica di noi individui per sopravvivere, perché ognuno di noi corre verso la felicità ma nella quotidianità sopravvive finchè non raggiunge questa felicità e nel frattempo siamo fortissimi nel raccontarci tante cose, nel darci tante spiegazioni, è bellissimo l’individuo quando si autoconvince. Non si ha mai il coraggio di raccontare al cento per cento le proprie debolezze, si racconta sempre la cosa e poi ci si piazza accanto la motivazione “m’ha lasciato ma tanto pure io mi ero stufato”, mi sembra un po’ Aldo Fabrizi che quando cadeva da cavallo diceva “tanto dovevo scendere, quindi…”.

Tra le numerose commedie che hai scritto e interpretato a quale ti senti maggiormente legato e per quale motivo?

Io sono particolarmente affezionato a “Rotola la vita”, che ritengo veramente forse la commedia più completa come trama narrativa, anche per i tanti spunti che fornisce, perché “Rotola la vita” è una storia di amicizia, una storia di sentimento, d’amore, è una storia che ha secondo me un tale assortimento di linee narrative al proprio interno che sicuramente rappresenta di più quello che è stato poi un certo percorso della mia vita. Forse perché l’ho scritta dopo un momento nel quale sentivo appunto che la vita stava rotolando e che fosse necessario invece riprendere il pallone in mano e avere la possibilità di tirare nuovamente quel rigore che tanti anni prima avevo sbagliato. E quindi “Rotola la vita” è una delle commedie a cui sono maggiormente affezionato, ma come del resto sono molto affezionato anche a “Due volte Natale”, perché anche quella commedia mi ha dato grandissime soddisfazioni, a “So tutto sulle donne…vent’anni dopo” perché comunque racconta di noi. Forse la grandezza di “So tutto sulle donne…vent’anni dopo”, il suo successo è proprio nella sua semplicità; questi quattro ragazzi che si incontrano per strada, come tante volte succede prima di finire la giornata, si fumano insieme un’ultima sigaretta e cominciano a parlare di quella che è la loro vita, di quelle che sono le loro prospettive, i loro desideri con grande semplicità e sincerità, scoprono che effettivamente tante cose hanno fatto ma tante ancora ne vogliono fare.

Durante la prossima stagione teatrale sarete nuovamente in scena al Teatro de’ Servi, che negli ultimi anni vi ha accolto sempre con straordinario calore ed entusiasmo, portando in scena due amatissimi classici del vostro repertorio, “Due volte Natale” e “So tutto sulle donne”…

Devo dire la verità, al Teatro de’ Servi siamo sempre accolti con grande affetto, abbiamo stabilito un rapporto di fiducia con il pubblico che mi fa piacere e mi terrorizza. Mi fa piacere perché sono contentissimo del fatto che ci abbiano accolto con questa simpatia e fedeltà, mi terrorizza perché fino ad adesso un po’ sarò stato bravo, un po’ mi avrà detto bene ma tutti gli spettacoli hanno riscosso un grande successo e sono stati molto amati. Non oso pensare a cosa succederà il giorno in cui porterò sul palco una cosa magari meno apprezzata, spero che non succeda mai!

Nel prossimo futuro con chi ti piacerebbe collaborare? Apprezzi particolarmente qualche attore o attrice che ti piacerebbe recitasse in uno dei tuoi prossimi spettacoli?

Io ho il grande desiderio di lavorare, e prima o poi succederà – senza ovviamente con questo nulla togliere a tutte le attrici che hanno lavorato e lavorano con me, che ovviamente in qualche modo ho amate tutte sotto un profilo professionale perché in ognuna di loro ho colto e saputo mettere a disposizione del testo quella parte di femminilità che serviva al racconto – con Francesca Nunzi, perché trovo che Francesca sia veramente una delle donne più comiche che io abbia mai conosciuto e che quindi in qualche maniera sia l’espressione femminile della comicità. Spero che prima o poi succeda questo, son tanti anni che ce lo diciamo e prima o poi accadrà!

Parallelamente all’attività teatrale hai intrapreso anche il percorso televisivo recitando in numerose serie tv di successo, oltre che nella soap opera Cento Vetrine che ti ha regalato una vastissima popolarità. Quali tra queste esperienze televisive ricordi con maggiore affetto e ritieni siano state più importanti per la tua crescita di artista?

Sicuramente l’esperienza più bella che ho fatto in assoluto è stata, forse perché il primo amore non si scorda mai, la prima volta che ho fatto il protagonista in una fiction, “La terza verità”, nella quale ho avuto l’opportunità di recitare insieme ad Enzo De Caro e a Bianca Guaccero, diretti da Stefano Reali. Diciamo che forse l’incontro con Stefano è stato un po’ il crocevia della mia carriera di attore, perché effettivamente mi ha fatto toccare con mano che cosa significasse entrare nell’animo di un attore e modellarlo per metterlo al servizio della storia. Poi ovviamente sono molto affezionato e legato anche a “Il bene e il male” che è stata una serie tv che mi ha dato in qualche maniera la possibilità di fare tante cose, di interpretare questo tenebroso dal cuore buono. Le ricordo tutte con grande affetto, anche “Paura d’amare” che è stata accolta dal pubblico con grande entusiasmo, “Le segretarie del sesto” dove ho lavorato con Claudia Gerini e Angelo Longoni, due grandi nomi. Ho fatto il marito di Claudia, quindi ho avuto la possibilità di confrontarmi e misurarmi con un’attrice che ritengo straordinaria, che mi ha insegnato, mi ha fatto vedere come effettivamente la comicità nasca dalla semplicità. Ovviamente sono molto legato anche a quest’ultimo lavoro che ho fatto, che è “Il restauratore” con Lando Buzzanca, Paolo Calabresi e Martina Colombari, che andrà in onda a novembre su Raiuno. Anche qui ho avuto la possibilità di lavorare con un regista come Giorgio Capitani. Sono tutte esperienze che mi hanno dato moltissimo, mi hanno consentito di imparare molto come attore e di migliorarmi, mi hanno dato la possibilità di rubare da questi registi un qualcosa che poi ho riprodotto e riportato nel mio universo teatrale.

Prima di salutarci puoi svelarci se, in questo periodo così intenso e ricco di soddisfazioni, hai anche altri progetti in cantiere?

Sì, progetti in cantiere ce ne sono molti. Anzitutto ce n’è uno che è molto più che cantierizzato, direi quasi pronto allo sviluppo, ovvero la seconda serie di “Paura d’amare”, dovremmo iniziare le riprese probabilmente nel mese di gennaio-febbraio. Speriamo che ci sia anche la seconda serie de “Il restauratore” perché sono convinto che ne sia uscita fuori una serie capace di riscaldare l’animo delle persone e che consenta anche forse di divertirci e di vedere la leggerezza sotto una chiave alla quale siamo meno abituati. Qui parliamo poi di sentimenti, di un restauratore di anime in sostanza, sono anche concetti che ogni tanto è bene porre al centro del discorso piuttosto che i soliti polizieschi tout court. Si parla di sentimenti, di scelte di vita, di tematiche un po’ più profonde messe al servizio però di un’intelaiatura molto leggera e fruibile. Quindi spero davvero che questa sia una serie che possa andare nel migliore dei modi e che dia soddisfazioni a tutti coloro che ci hanno lavorato, me compreso. Poi c’è anche un altro progetto molto grande in cantiere, del quale però non voglio parlare per scaramanzia, una cosa molto molto grande che mi farebbe estremamente piacere fare e già essere stato preso in considerazione nella fase preparatoria per un progetto così importante è una cosa che mi fa capire che professionalmente sto crescendo. Certo farlo sarebbe una cosa che mi farebbe immensamente piacere!

 

Intervista di: Andrea Cova

Grazie a: Marco Falaguasta, Ufficio Stampa Alessia Latino

Sul web: www.bonalaprima.it

 

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