Marco Falaguasta: “Come tre aringhe”, al bando i luoghi comuni in cerca di autenticità

Scritto da  Giovedì, 01 Dicembre 2016 

Marco Falaguasta, Marco Fiorini e Mimmo Ruggiero sono i protagonisti di «Come tre aringhe», in scena al Teatro Sette dal 29 novembre al 23 dicembre. La commedia, pur essendo ironica e divertente, possiede una certa durezza e porta lo spettatore ad interrogarsi sulla validità di tanti luoghi comuni, considerati talvolta delle verità assiomatiche. L’intervista a Marco Falaguasta.

 

LSD Edizioni presenta
COME TRE ARINGHE
di Marco Falaguasta e Mauro Graiani
con Marco Falaguasta, Marco Fiorini e Mimmo Ruggiero
scene Mauro Paradiso
disegno luci Marco Laudando
foto Paolo Gianfrancesco
aiuto regia Luca Latino
regia Marco Falaguasta

 

È un testo che lascia il segno, che dà allo spettatore qualcosa da portare via e rielaborare con calma. Che ciò avvenga nella propria solitudine o in compagnia di altri poco importa perché «Come tre aringhe», in replica al Teatro Sette dal 29 novembre al 23 dicembre, è comunque un lavoro la cui ricchezza sta nella sussistenza di un piano di lettura diverso da quello che potrebbe emergere ad un primo impatto. La trama, in apparenza semplice e lineare, è concepita come un fortuito incontro di relazioni che sposta di continuo il grandangolo dell’attenzione e, concentrandosi ora sull’uno ora sull’altro personaggio, accende i riflettori sul lato più miserevole dell’esistenza, non di rado condita da delusioni, dolori, frustrazioni, disillusioni, oltre che da una cupa rassegnazione verso un destino non sempre benevolo.

Ma con Marco Falaguasta, interprete e regista - oltre che autore, assieme a Mauro Graiani - si sa, è così. Si va a vedere una commedia, si ride, si scherniscono i protagonisti - troppo duri, troppo deboli, troppo bizzarri, - s’ironizza sulle loro specificità, e poi, alla fine, quando il sipario è chiuso, ci si trova a fare i conti con un messaggio particolare, che ha fatto da sfondo ad ogni espressione: inizialmente non lo si vede, ma sta lì, sedimenta, e piano piano esce fuori chiedendo di essere riesaminato alla luce della propria esperienza.

La vicenda ci racconta di tre uomini - Nico, Mariano e Giorgio -, involontariamente insieme per via di quella particolare occupazione che li vede custodi di una struttura dove è ospitato il delfino albino, ribattezzato il delfino papale, che ipnotizza con quei suoi incredibili occhi blu. I tre sorveglianti hanno una caratterizzazione precisa, dai lineamenti marcati, ma piano piano che la notta scorre, si trovano a fare i conti con una necessità, quella di spogliarsi delle maschere che celano la loro vera identità.

«Come tre aringhe» non è uno spettacolo dall’ilarità travolgente - anche se è certamente molto divertente -, perché non è questa la sua connotazione peculiare: è originale ed è dotato di una robustezza che autorizza a poter glissare su qualche piccolo calo di tensione narrativa. Curiosa è l’ambientazione - una sorta di cabina di comando di un non meglio definito Delfinarium della capitale -, e sono sicuramente ben costruiti i tre ruoli, portati in scena dallo stesso Falaguasta (nel panni del duro Mariano, ex poliziotto ingannato, paradossalmente, per la sua stessa onestà), da Marco Fiorini (l’ingenuo Giorgio, sposato felicemente - più o meno - con Claudia, infermiera poco convita di avere figli) e Mimmo Ruggiero (il simpatico e pittoresco Nico, alle prese con una figlia adolescente in difficoltà, tutt’altro che propensa a rimettere in discussione il rapporto un po’ usurato con il padre).

L’intervista a Marco Falaguasta aiuta a capire meglio i risvolti di questa pièce, che ha debuttato nel 2014. È cambiata la storia in questi due anni?
«Diciamo che non è mutato il modo di vedere la vicenda, il che vuol dire che era giusta sin dalle origini. Ciò che è variato è l’umore. All’inizio l’avevamo immaginata un po’ più cupa, più amara. Invece, abbiamo scoperto che questa avrebbe dato il meglio di sé se fosse stata raccontata con una sorta di apparente leggerezza, come se i tre uomini fino all’ultimo non fossero consapevoli del loro dramma e lo divenissero soltanto nelle battute finali».

Nico, Mariano e Giorgio, sembrano tutti un po’ sopra le righe.
«Assolutamente sì, poi piano piano, quando ciascuno arriva alla consapevolezza di sé comincia a collocarsi nella sua esatta dimensione».

Perché, secondo te, questo lavoro parla un po’ di ciascuno di noi?
«Perché siamo tutti un po’ malinconici, un po’ tristi, sempre sopraffatti da brutte notizie. E poi, nella nostra società, c’è un livellamento verso il basso: la cultura, la solidarietà, il valore della condivisione, dell’altro. Forse siamo tutti un po’ responsabili, ma quando i parametri cominciano ad abbassarsi, c’è un grande dolore».

In che misura tale commedia può dare una speranza?
«Lo fa nel momento in cui porta a capire che la felicità deriva dalla consapevolezza».

Il discorso sulla consapevolezza è un punto importante nelle tue commedie.
«Sì, è la mia cifra. E nasce dalla constatazione che la nostra è una società che, per alcuni versi, preferisce non essere consapevole. Basti pensare a tutte quelle volte in cui ci si convince di cose non vere: per esempio, non siamo in una realtà meritocratica, eppure facciamo finta che vada bene».

Siamo assuefatti?
«In un certo senso, sì. Pensiamo alla politica: è diventata normalità che uno statista non pensi allo Stato, bensì al proprio tornaconto».

Qualche elemento in più di questa rappresentazione?
«Io dico che è impossibile non voler bene ai tre metronotte, fanno tenerezza per il modo attraverso il quale si avvicinano alla verità: la scoprono quasi non volendo, ma nel momento in cui ci arrivano non possono non fare i conti con essa. Pensano di essere dei delfini, ma non è così. Il delfino è un predatore, e invece ci piace immaginarlo come un animale giocherellone e mansueto. È un mammifero che ha delle tecniche di caccia molto sofisticate, ben peggiori di quelle dello squalo: nell’immaginario collettivo però è vero il contrario».

Si può dire che i personaggi della storia vestono tutti una maschera?
«Sì, ma è quella che gli ha fatto indossare la vita. Se la spostano l’uno con l’altro durante l’azione scenica e alla fine sono costretti a far vedere qual è il loro volto».

In quale dei tre ruoli ti rispecchi come uomo?
«Nel mio, quello di Mariano: come lui, nella vita io sono stato fregato spesso. Sono un idealista, vorrei che tutti quelli con talento ed idee abbiano la possibilità di emergere. Sono convinto di aver commesso errori, così come sono certo che ci siano delle vere eccellenze, però penso che a volte io sia stato defraudato di cose che mi sarebbero spettate. E le logiche non sono state quelle del talento».

Come esce fuori l’immagine delle aringhe?
«L’aringa è la vittima predesignata del delfino che caccia con una tecnica precisa: si stacca dal branco, va nel fondo, batte la coda e alza la sabbia così le aringhe, accecate, saltano verso la luce e vengono prese ».

Ed hai pensato di trasportare tutto questo sul palcoscenico?
«Sì, ho visto un documentario dove, da un punto di vista biologico, si andava contro i luoghi comuni. Volevo parlare del fatto che anche noi accettiamo i luoghi comuni come una verità, perché siamo livellati verso il basso».

Mi parli di un sogno nel cassetto?
«Mi piacerebbe fare un one-man-show in un grande teatro…Olimpico, Sistina, Brancaccio…credo di essere pronto. Mi piacerebbe un monologo per far ridere e dare speranza allo stesso tempo: c’è tanta gente che ha un’idea erronea del mestiere dell’attore. Vorrei portare il messaggio che nulla è dovuto, ma tutto è frutto del talento, dell’impegno e delle capacità».


Teatro Sette - via Benevento 23, 00161 Roma
Per informazioni e prenotazioni: telefono 06.44236382, mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Orario botteghino: dal lunedì al sabato 10.30-21.00; domenica 16.00-18.00
Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.00; domenica ore 18.00
Biglietti: intero € 24,00 - € 18,00 (prevendita compresa)

Intervista di: Simona Rubeis
Grazie a: Andrea Martella, Ufficio stampa Teatro Sette
Sul web: www.teatro7.it

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