Luca De Bei: la potenza del teatro come metafora, possibilità di immedesimazione e catarsi

Scritto da  Sabato, 08 Settembre 2012 
Luca De Bei

Attore, autore e regista tra i più creativi ed originali della scena drammaturgica italiana, Luca De Bei ci racconta in un’intervista a tutto tondo la sua visione dell’arte teatrale ed i numerosi interessanti progetti in cantiere per la prossima stagione, a partire dall’imminente debutto della versione completa de “L’uomo della sabbia”, tratto dal racconto gotico di Hoffmann, al Teatro della Cometa di Roma. Ne scaturisce il ritratto di un artista in continua evoluzione, sensibile al sociale e fortemente ispirato dalla letteratura, con il coraggio di sperimentare nella scrittura, un’attenta capacità nello scoprire e valorizzare giovani talenti e il richiamo del palcoscenico che torna inevitabilmente a farsi sentire.

 

 

Buongiorno Luca, e' un vero piacere accoglierti sulle pagine di SaltinAria per conoscerti meglio e presentare ai nostri lettori i numerosi progetti in cantiere per la prossima stagione. Inizierei pero' dalle origini. Quali sono state le esperienze, gli incontri, le tappe più significative che hanno contribuito alla tua formazione artistica?

Caro Andrea, grazie a te per l’opportunità di parlare del mio lavoro, nonché grazie per la stima che dimostri nei miei confronti. Nella mia formazione artistica hanno giocato un ruolo fondamentale le diverse attitudini: attore, autore di teatro, di cinema e di televisione, e quella di regista. Ogni esperienza in ognuno di questi campi, al di là del risultato, ha dato infatti forza, conoscenza e mestiere agli altri. Soprattutto fondamentale è stata ed è la mia esperienza di attore, che ha fatto sì che la mia passione per la scrittura si indirizzasse verso la forma drammaturgica tenendo conto delle esigenze, le regole e la specificità di un personaggio, nonché degli strumenti di cui un attore ha bisogno per interpretarlo. Non credo infatti si possa scrivere di teatro senza sapere cosa significhi essere un attore, e senza sapere cosa necessiti ad un interprete per dar vita a un personaggio. In questo senso fondamentale è stata la scuola del Teatro Stabile di Genova e poi, tra le varie esperienze lavorative, il mio incontro con il Moritz del “Risveglio di Primavera”, diretto da Elio de Capitani, che mi ha fatto davvero scoprire un mondo. Tra l’altro, dopo alcuni anni in cui mi sono dedicato alla regia e alla scrittura, proprio quest’anno tornerò in scena come attore. Era da tempo che volevo tornare a recitare ma non volevo farlo con un testo mio, o con la mia regia. Aspettavo la proposta giusta, e quest’anno è arrivata.

Luca De Bei

Sei un drammaturgo e regista dalla vocazione decisamente internazionale, capace di scandagliare con impietosa lucidità le attuali dinamiche sociali, ma non disdegni al contempo ricercate suggestioni letterarie. Da dove trai ispirazione e qual e' il processo creativo che solitamente caratterizza la genesi dei tuoi lavori teatrali?

L’ispirazione per ciò che scrivo nasce probabilmente dalla voglia di condividere con gli altri una storia che si impossessa di me, sia essa originale cioè inventata da me, sia proveniente da un classico della letteratura. In quest’ultimo campo dopo “Un cuore semplice” da Flaubert (con Maria Paiato), “Giro di vite” da James (con Margherita Di Rauso, presentato per ora solo in forma di lettura ma che spero presto diventerà uno spettacolo) e dal contemporaneo David Leavitt (mi sono ispirato ai suoi racconti), ora sono letteralmente posseduto da “L’uomo della sabbia” di Hoffmann che covava dentro di me da almeno vent’anni e che mi appresto a portare finalmente in scena. Il processo creativo comunque varia da testo a testo. Per scrivere “La Spiaggia” (che è stato interpretato da Maria Paiato) ci ho messo ben dieci anni perché non facevo altro che prenderlo e lasciarlo, e non riuscivo a finirlo perché non ne ero mai soddisfatto, mentre per scrivere “Le mattine dieci alle quattro” ho impiegato poche settimane, è uscito di getto, quasi come in una “trance”. Di solito, comunque, inizio con un’immagine, una situazione, e poi ci giro intorno, creando il resto, come un ragno che partendo dal centro tesse tutto intorno la sua tela.

Il romano Teatro della Cometa aprirà la stagione con “L'uomo della sabbia”, atto unico ispirato all'omonimo racconto di Hoffmann già presentato in primavera, in forma di studio, al Cometa Off nell'ambito della rassegna Liberi Esperimenti Teatrali. Come e' nato lo spettacolo e che tipo di lavoro hai svolto con gli attori, tutti molto giovani ma assolutamente convincenti e interpretativamente solidi, nel ricreare sul palcoscenico le atmosfere inquietanti di questa fiaba gotica?

“L’Uomo della Sabbia”, come dicevo, mi è rimasto dentro sin da quando lo lessi, da adolescente (nel periodo in cui ero innamorato della letteratura gotica e del mistero: oltre Hoffmann, Poe soprattutto ma anche Lovecraft, Gregory Lewis, Radcliffe, Polidori, Le Fanu, Stoker, Meyrink, Maupassant coi suoi racconti fantastici) ma per anni non mi sono sentito pronto per farne un adattamento. Mi sembrava irrealizzabile a teatro, troppo letterario, e anche troppo complesso (parti epistolari, parti narrate, e poi la storia di Olimpia che sembra quasi una storia a parte ma che in realtà è parte integrante, il linguaggio barocco, le disquisizioni filosofiche, eccetera). E poi avevo intuito che un adattamento da questo racconto meraviglioso non poteva prescindere da un’idea registica, e non mi sentivo pronto. Poi quest’anno qualcosa si è sbloccato e nel giro di poche settimane è nato il testo teatrale. Dopo la verifica sul palcoscenico al Let è nata ora una versione più approfondita, più completa. Il lavoro con gli attori è stato di totale immersione in questo mondo onirico, irreale, inquietante. Basti dire che sin dal primo giorno abbiamo provato quasi al buio, con la luce di poche candele, e sempre con la musica dello spettacolo in sottofondo. Sono spesso infatti partito dalla musica, o dal suono, per costruire le scene, e questo credo si avverta, perché nello spettacolo non c’è separazione tra testo, musica, azioni sceniche. Con gli attori il lavoro complesso, ma affascinante, è stato quello di cercare una chiave di verità, di immedesimazione concreta, ma al contempo di inserirla nello stile del racconto, in una forma ottocentesca e tramite un linguaggio sicuramente non moderno. Difficile, a volte quasi impossibile, ma secondo me l’unica via percorribile per parlare allo spettatore di oggi senza tradire il racconto originale. Non sono contrario alle totali rielaborazioni, anche in forma moderna, dei classici. Ma a me interessa di più entrare nella forma antica, rispettarla e tentare di restituirla con la consapevolezza del nostro gusto e delle nostre esigenze di spettatori contemporanei. Insomma, mi piace l’idea di un viaggio nel tempo, ma in cui ci si possa riconoscere.

Dopo il consenso unanime di pubblico e critica riscosso a marzo, l'opera e' stata ulteriormente rielaborata? Cosa possiamo aspettarci da questa nuova versione, in scena dal 18 al 30 settembre?

Questa, più che una nuova versione, è la piena realizzazione dello spettacolo che al Let, per problemi logistici legati allo spazio ridotto e ai tempi stretti, è stato concepito solo come un primo studio. Nello spettacolo che stiamo costruendo ho dato più spazio alla parte visiva, onirica, con nuove scene che ci fanno entrare negli incubi, nei sogni e nella mente dei personaggi. Ci sono poi alcune scene che dipanano ciò che nel primo studio veniva solo raccontato, con dialoghi tra i personaggi (i dialoghi in Hoffmann sono assai pochi, qui li ho dovuti quasi interamente inventare) e accadimenti del tutto assenti in Hoffmann, come la scena in chiesa in cui Clara viene “visitata” da demoni e fantasmi mentre prega per Nathaniel, - ma che fanno invece parte dell’immaginario gotico – la scena dello scontro tra Nathaniel e Lothar (Lothar al Let era un personaggio un po’ remissivo, defilato, ma in realtà in Hoffmann era più articolato) o la scena nel sottofinale in cui i personaggi giocano a carte nell’illusione di essere usciti dall’incubo, e che prepara la conclusione, accompagnando lo spettatore al colpo di scena finale. Insomma, ho cercato di dare più aria agli accadimenti, ma ho cercato anche di rendere meglio la complessità psicologica dei personaggi e gli echi inconsci della vicenda. Ho inserito inoltre nuove musiche, molto particolari e inquietanti. La ricerca musicale, che forse è stato il passaggio più lungo e laborioso di tutto il processo creativo, è stata un’esperienza esaltante e, a parte un pezzo abbastanza conosciuto del grande Arvo Part e qualche pezzo di nicchia di gruppi come gli Stars of the Lid, sono soddisfatto nell’aver scovato suoni e musiche davvero originali e poco conosciuti. Anche il lavoro con le luci, fatto con Marco Laudando, è stato affascinante: ricreare il gotico, l’onirico, il soprannaturale. Lo abbiamo realizzato con pochissimi “pezzi”, tanto buio, candele, e il gusto per l’intravedere piuttosto che il mostrare. In questo fase del lavoro abbiamo inoltre degli elementi scenici, che erano nel primo studio del tutto assenti. Alcuni di antiquariato (compresi veri strumenti chirurgici dell’ottocento) altri pensati e disegnati da Francesco Ghisu e Valeria Mangiò. Sono rimasti invece pressocché identici, perché perfetti, i costumi di Lucia Mariani.

Luca De Bei

Appena una settimana dopo, dal 25 settembre, riproporrai al Teatro Belli “Louise Bourgeois: falli, ragni e ghigliottine”, affascinante ritratto biografico della controversa ed irrequieta artista francese, con protagonista Margherita Di Rauso. Quali sono le caratteristiche più salienti di questo lavoro drammaturgico e cosa ti ha indotto a inoltrarti tra le pieghe di una psicologia e di un universo artistico tanto complessi ed inconsueti?

Con “Louise Bourgeois: falli, ragni e ghigliottine” mi sono posto varie sfide. Parlare d’arte innanzitutto. E farlo non attraverso una vita d’artista, come spesso avviene nei monologhi teatrali, ma attraverso le opere. In questo spettacolo infatti i protagonisti sono alcuni pezzi d’arte che la Bourgeois ha scolpito o creato. Dai famosi, giganteschi ragni (le “maman”) per cui è famosa; ai falli provocatori e irriverenti; alla ghigliottina che ha posto sopra la riproduzione della sua casa d’infanzia per tagliare con un colpo netto il passato; ad “articulated Liar” una tana in cui nascondersi e sentirsi protetti, all’inquietante “Distruzione del padre” in cui la scultrice immagina di sedere a tavola con la famiglia e smembrare e cibarsi del genitore. La Bourgeois è un personaggio teatralissimo, che ha saputo infondere una grande teatralità e drammaticità alle sue opere. Mi sono dunque chiesto se fosse possibile restituire tutto ciò senza mostrare mai le opere stesse (attraverso foto, video, eccetera), ma piuttosto raccontandone la genesi, le necessità spesso inconsce da cui sono nate, e le ripercussioni psicologiche nella vita dell’artista. Il testo l’ho scritto poi su misura per Margherita Di Rauso, sfruttando le varie potenzialità di questa attrice così eclettica, intensa, forte e mai banale.

Come non parlare poi del dittico formato dall’acclamatissimo “Le mattine dieci alle quattro” e dal recente “Di notte che non c’è nessuno”, opere che testimoniano vividamente la vena di lucida e lancinante denuncia sociale e la straordinaria capacità di indagine psicologica che connotano il tuo teatro. Hai descritto queste due pièce come una l’ideale prosecuzione dell’altra, due facce opposte della medesima medaglia. Hai in programma di proseguire questo peculiare filone tematico? Porterai ancora in scena questi due spettacoli nel corso della nuova stagione teatrale?

“Di notte che non c’è nessuno” e soprattutto “Le mattine dieci alle quattro” mi hanno dato molte soddisfazioni e mi hanno convinto dell’idea di come il teatro possa (e in qualche misura debba) occuparsi dell’oggi, del sociale, di ciò che coinvolge e condiziona quotidianamente tutti noi. Viviamo in una società terribile, in cui volenti o nolenti siamo complici di ingiustizie, violenze, abusi. Dal semplice gesto dell’acquisto di un prodotto derivano ripercussioni devastanti nell’ambiente, nella vita di popolazioni vessate dai potenti e dalle multinazionali. Viviamo a stretto contatto, spesso senza saperlo, con realtà agghiaccianti come lo sfruttamento del lavoro, la tratta di esseri umani, l’abuso sui minori. È giusto che anche il teatro ci aiuti ad aprire gli occhi, a non abituarci all’orrore che ci propinano i telegiornali, a non accontentarci delle facili risposte e delle verità preconfezionate. Il teatro ha una grande potenza, in quanto metafora, e in quanto a possibilità di immedesimazione e catarsi. Sicuramente andrò avanti in questo “filone”, e oltre a un testo già scritto da qualche anno ma ancora da mettere in scena – “Un forte ronzio di mosche” - che parla di mutui e sgomberi di case popolari da parte della polizia, mi interessano sempre le tematiche del lavoro e quelle legate all’emarginazione degli individui. Del resto sin dai miei primi testi, da “Buio Interno” a “Un cielo senza nuvole” a “I cani davanti alla lepre” parlavo del disagio mentale e di come la società si pone davanti ai “matti”.

Quali altri progetti hai in cantiere per il prossimo futuro?

A gennaio 2013 tornerò ad essere solo attore, e in un monologo bellissimo: “Il grande Mago” (già finalista quest’anno al Premio Riccione) scritto da Vittorio Moroni (sceneggiatore con Emanuele Crialese del film “Terraferma”) diretto da Giuseppe Marini e prodotto da Franco Clavari e Norma Martelli. Una sfida, emozionante e anche difficile, essendo la storia vera di un uomo, sposato e con un figlio, che a un certo punto della propria vita decide di cambiare sesso, incorrendo nella miopia della legge che gli impedisce di continuare a fare da genitore alla propria creatura. Poi, ho appena finito un testo a cui tengo molto, “Tempeste solari”. Un testo che mi è stato chiesto da Piero Maccarinelli e che sarà prodotto nella stagione 2013/14 da Artisti Riuniti. E’ un testo corale a sei personaggi, la storia di una famiglia di oggi, dilaniata e sospesa tra l’incapacità di comunicare, il disperato bisogno d’amore e la totale assenza di punti di riferimento. Sto anche lavorando già a un nuovo testo “Già viene buio”, ancora attorno ad una famiglia, e alla solitudine di chi non si sente visto, riconosciuto, e che per questo primigenio deficit, non trova una collocazione nel mondo. Parteciperò poi da ottobre a febbraio a un laboratorio/master ideato dal regista colombiano Juan Diego Puerta Lopez durante il quale assieme al collega, che stimo molto, Giampiero Rappa, scriveremo due testi per due gruppi di giovani attori professionisti. Si costituiranno in questo modo due compagnie vere e proprie che Juan e i suoi collaboratori hanno intenzione di tenere unite negli anni e con cui hanno intenzione di portare avanti molti progetti. Ho anche un progetto per portare a teatro un racconto della Yourcenar interpretato da Elisabetta Valgoi, e poi un Ruccello sempre con Margherita Di Rauso e poi ancora sto pensando a un nuovo testo per la mia prima “musa”: Maria Paiato… insomma le idee e l’entusiasmo non mi mancano quello che manca in Italia sono realtà produttive che scommettano su progetti di un certo tipo senza rincorrere a tutti i costi il bieco commerciale, o che pigramente si adagino sulle sovvenzioni statali puntando poi oltre tutto sui soliti classici o su progetti “sicuri”.

Potestad

Hai avuto l’opportunità di lavorare con grandi interpreti come Maria Paiato e Margherita Di Rauso, ma allo stesso tempo sei un attento scopritore e valorizzatore di giovani talenti, come gli ottimi Mauro Conte, Riccardo Francia, Gabriele Granito, Federica Bern e Fabio Maffei che abbiamo visto recitare nei tuoi ultimi lavori. Quali sono le caratteristiche fondamentali che ricerchi in un attore?

Devo ammettere che  il grande talento di attori consolidati come Maria Paiato, Margherita Di Rauso e ancora la grande Giuliana Lojodice e Massimo Popolizio (questi due ultimi in due diverse letture da me curate)  dà all’autore/regista una soddisfazione impagabile. Però il lavoro con i giovani (e aggiungerei alla tua lista Riccardo Bocci, Azzurra Antonacci, Giselle Martino e Alessandro Casula) ha per me un’altra grande attrattiva, quella di poter in qualche modo accompagnare l’attore verso il personaggio sentendosi un po’ genitore, e dunque vivendo una soddisfazione particolare nello scoprire di essere riusciti in qualche caso a ispirare, a guidare, ad aiutare a creare e a crescere. In ogni caso a me interessano gli attori capaci di portare verità. Il che non significa assolutamente minimalismo o quotidianità, o almeno non necessariamente. Significa sincerità nel sentire, e generosità nel comunicare. Non amo invece gli attori (e quanti ce ne sono anche tra quelli affermati!) che si nascondono dietro uno stile, una maschera, o un ego smisurato.

La drammaturgia italiana attraversa un periodo indubbiamente complesso, tra un provincialismo talora stagnante e l’opposta ricerca esasperata e sensazionalistica di modelli stranieri, il tutto reso ancor più difficoltoso dalla crisi economico-sociale in cui il nostro paese annaspa. Quale ritieni sia l’attuale condizione del teatro nel nostro paese e i sentieri da percorrere per superare questo frangente?

Sarebbe lungo e anche noioso riassumere qui per l’ennesima volta i motivi che hanno portato il teatro italiano e soprattutto la drammaturgia contemporanea a questa situazione terribile di asfissia, sia creativa che economica. Basti dire che la cultura è vista (a ragione) come pericolosa. Come l’unica vera arma che hanno le persone per affrancarsi dal giogo dei potenti e degli affaristi. Per questo i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni l’hanno sistematicamente umiliata. Non si è ancora vista una controtendenza, e probabilmente non si vedrà ancora per un bel po’. Ma è importante tenere duro, è importante raccontare la propria verità, anche se scomoda. È importante continuare ad arrabbiarsi, a denunciare, a demistificare. Il teatro può fare tutto questo: magari da una cantina, magari a pochi spettatori per sera, ma è un gettare semi che possono germogliare, e che prima o poi porteranno frutti. Pur nella sostanziale disillusione nei confronti della natura umana, io ne sono convinto.

Da spettatore qual è il teatro che prediligi, che ti emoziona maggiormente?

Sono uno spettatore pentito. Pentito di essere stato a teatro centinaia, migliaia di volte. Ora scelgo con più accuratezza, un po’ per mancanza di tempo, un po’ perché rifuggo la noia. Per fortuna sono ancora curioso, e capita che improvvisamente decida di andare a vedere uno spettacolo non per consiglio ma per ispirazione. Mi piace comunque qualunque spettacolo, performance, che riesca ad emozionarmi. Sia che si tratti di sperimentazione, o del più puro teatro di tradizione, quello che cerco è sempre, e solo l’emozione, mentre più passano gli anni e meno trovo divertenti i giochi intellettuali, le raffinatezze formali e fini a se stesse.

Vuoi aggiungere qualcosa oppure rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?

No, non mi sembra di dover aggiungere niente, se non un doveroso saluto ai lettori. Ah sì,  questo: internet è stato, e sarà, il grimaldello per scardinare il potere, le bugie. Internet è la libertà, e dunque grazie al portale di Saltinaria per far parte di questa grande occasione di apertura, verità e ricchezza.

 

Intervista di: Andrea Cova

Grazie a: Luca De Bei; Ufficio stampa Maya Amenduni

Sul web: www.lucadebei.it

 

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