Lose Your Labels: intervista ad Antonio Savoia

Scritto da  Domenica, 14 Febbraio 2016 

Antonio Savoia è nato a Brindisi nel 1987. Dopo aver studiato varie tecniche di danza, si è concentrato esclusivamente sulla danza contemporanea e in particolare sull'improvvisazione, lavorando con ballerini come Elisabetta Rulli, Davide Sportelli, ESPZ, Biagio Caravano e Claudia Castellucci. E' sempre stato interessato alla performance artistica, e ha collaborato come performer con artisti come Marinella Senatore, Italo Zuffi, Amalia Pica e Mitxell Campos Olivé. Nel frattempo ha studiato Storia dell'Arte Contemporanea all'Università "La Sapienza" e oggi lavora con diverse istituzioni di arte contemporanea a Roma, dove attualmente vive.

 

La performance a "Lose Your Labels"
Antonio utilizzerà il medium della danza per interpretare il tema dell'identità personale e quello delle etichette in maniera più astratta. La sua performance si basa sull'improvvisazione e l'utilizzo dell'intero spazio.

Intervista ad Antonio Savoia

Che cosa risponderesti se qualcuno tra il pubblico di “Lose Your Labels” ti chiedesse spiegazioni sul significato della tua performance?
Red line è la chiara volontà di costringere il movimento del corpo all’interno di una zona rossa. Come il semaforo dello stesso colore indica lo stop, anche in questo caso esprime un blocco, un limite solo all'interno del quale può crearsi movimento e mai al di fuori. Il gesto di auto-imporre e di auto-delimitare uno spazio ha insita la contraddizione della condizione di essere in uno schema: da una parte nasce la frustrazione del corpo costretto a muoversi in cattività e dall’altra, invece, uno spazio più o meno piccolo e determinato diventa confortevole in quanto riduce enormemente le possibilità di spostamento e di azione. È una costrizione che il corpo si assume mettendosi alla prova. Capita che ci siano momenti e movimenti più lenti, utili ad assecondare lo spazio e altri più nervosi e agitati, atti a sfidare il bordo rosso. Questo alternarsi è lo stato attuale in cui siamo costretti appunto a vivere, muovendoci alla ricerca di un equilibrio all’interno di schemi, stereotipi, abitudini, sembianze e immagini che gli altri e più spesso noi stessi ci siamo auto-assegnati per riuscire a stare in un sistema a caselle. Ogni individuo vive in una forma confinata di rosso che rispecchia la propria esistenza identitaria, all’interno della quale c’è chi si adagia e si accomoda con rassegnazione o alle volte con gratitudine, c’è invece chi sviluppa tentativi di resistenza e possibilità di liberazione dagli schemi. In Red line, attraverso il corpo e il suo movimento indago su entrambe le possibilità, di assecondare o di sfidare, entrando e uscendo da forme e consuetudini da me costruite in relazione a me stesso e al mondo esterno.

Che cosa ti ha spinto a partecipare al progetto “Lose Your Labels”?
Ciò che mi ha spinto a partecipare a questo progetto è stata sicuramente la possibilità di collaborare con dei giovanissimi curatori e pensatori. Credo molto nel coraggio e nel grande potenziale di chi, pur rischiando parecchio, si mette in gioco per le prime volte. Mi sembra che ci sia nel progetto la voglia di sperimentare qualcosa di poco consueto, sia per quanto riguarda il tema che per le modalità.

Pensi che in Italia sia dato il giusto valore all'arte delle performance oppure no?
In alcuni giorni mi capita felicemente di poter constatare con i miei occhi l’esistenza di performance, spettacoli, mostre o più in generale eventi artistici che pongono al centro della loro attuazione la ricerca, la sperimentazione e la volontà di provare andare oltre. Osservo contemporaneamente che, in città come Roma, nella quale attualmente vivo, il pubblico che aderisce e si muove in direzione di tali eventi sta aumentando. E sempre in quei giorni quando mi capita di studiare, condividere e lavorare con personalità intelligenti e che propongono modalità nuove di lavorare con il corpo, mi rendo piacevolmente conto che qualcosa sta cambiando. Ma in altri giorni, purtroppo, tutto ciò mi sembra ancora troppo poco e mi auguro che questo sia un ottimo punto di partenza e atteggiamento per continuare a fare ancora qualcosa in questo paese, nell’arte della performance come in tanti altri campi, i quali hanno sempre di più un estremo e urgente bisogno di rinnovarsi.

Quali sono le caratteristiche principali che contraddistinguono il tuo lavoro? Come hai scelto di svilupparlo?
La ricerca continua e l’osservazione sono alla base della mia esperienza. Esse sono più che altro modalità di elaborazione; mi pongo in continuazione domande, che molto spesso rimangono aperte, ma alle volte portano alla creazione di una risposta. Osservo molto il mio movimento e quello delle persone nel fluire della città: i corpi della gente che mi sta attorno e la relazione che stabiliscono con me. Sto molto attento ai miei movimenti nell’agire quotidiano e proprio fra questi ho trovato la fonte di ispirazione per Red Line. La danza e il corpo per me sono ottimi media, sono quelli con i quali ho più confidenza, trovo più immediati e sinceri con me stesso. Tutto quanto guarnito con un po' di leggerezza e di gioco.

Se potessi rifare la carta d'identità a modo tuo, cosa ci scriveresti?
Mi sarebbe sempre piaciuto avere tante identità e a volte ne ho costruite per me più di una, pensando di essere in un modo piuttosto che in un altro, solo perché in quel momento mi faceva sentire più sicuro. La parola identità per me è sempre stata una parola complicatissima sulla quale mi piace tuttora riflettere. E poi io odio la burocrazia, gli uffici, le carte e i documenti, come la carta d’identità appunto, che dovrebbe essere sempre lì con te nel portafoglio, che molto spesso lascio in giro. Perciò se potessi rifare la carta d’identità non la rifarei.

Pensi che la consapevolezza del proprio corpo, del modo in cui si muove in relazione allo spazio e alle condizioni ambientali possa agevolare la relazione con l'altro?
Certamente. Basterebbe che tutti noi ascoltassimo e rispettassimo di più la volontà e le esigenze del corpo. Ma soprattutto che aumentassimo sempre di più l’attenzione verso l’esterno. Noto continuamente il contrario, siamo tutti molto concentrati in noi stessi, verso l’interno, come se usassimo un paraocchi e un paracolpi ciascuno. Se invece dessimo la possibilità al nostro sguardo di uscire il più possibile al di fuori di noi stessi, se facessimo attenzione agli altri corpi, alle distanze e ancor più alle vicinanze tra noi e gli altri, sarebbe tutto molto più interessante e divertente. Almeno potremmo provarci.

Il mezzo attraverso il quale si sviluppa la tua performance è la danza. Pensi che l'utilizzo della parola sia un limite oppure uno strumento per conoscere il prossimo al di là delle etichette?
Per me la parola è uno strumento incredibile. Tanto bello e ricco. Ma se più passa il tempo più l'utilizzo della parola mi costa una continua riflessione, il movimento invece mi è molto più immediato. Non che esso non sia pensato o studiato, lo è stato e lo è realmente tanto prima di essere usato nello spazio, ma allo stesso tempo è il mio linguaggio preferito ed amato. E poi mi sembra di capire tanto delle persone anche solo osservando come si muovono, questa è una cosa che mi incuriosisce costantemente.

Hai mai realizzato o pensato di realizzare questa performance in mezzo alla strada, tra i pedoni?
Realizzerò Red Line pensando al pubblico come se fossero dei pedoni e non altro. Tra il pubblico e me non esistono differenze, come quando sono per strada, con altre decine e decine di persone. Vorrei riuscire a muovermi e inserirmi tra di loro, dargli fastidio o giocarci insieme. Mi aspetto delle sorprese come se fossimo per strada. Poi chissà magari un giorno, spero presto, Red Line potrà uscire all’esterno sull’asfalto della città.

 

Fonte: Eugenia Maria Cozzolino e Laura Fattorini

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