La sincerità degli Hypocrites: intervista alla compagnia

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 09 Giugno 2013 

Quanta saggezza in Cesare Pavese quando affermava che 'essere giovani è non possedere se stessi'. C'è chi, come la Compagnia Hypocrites, ha declinato in maniera del tutto personale l'aforisma del langhigiano. Come le cavallette, questi ragazzi saltabeccano da un autore all'altro, da un ruolo al suo (apparente) contrario: non fai a tempo a gustarti l'avvincente rilettura di Pinter che il giorno successivo già ti sfoderano la cupa visionarietà di Alan Moore. Da Sleuth a Vendetta, con un intervallo di appena ventiquattro ore l'uno dall'altro: più facile a dirsi che a farsi. Loro ce la fanno: prendono un film di successo e lo traducono in pièce teatrale, senza far minimamente rimpiangere allo spettatore il precedente su pellicola. Hanno cominciato nel 2008 con Le relazioni pericolose, ora sfornano idee a getto continuo. Merito loro, ma anche del Teatro della memoria che per primo gli ha offerto uno spazio in cui dar forma ai propri sogni. Giovanissimi, il più vecchio di loro ha pressoché un quarto di secolo. La più piccola della comitiva, Claudia Campani, merita una Special Mention: prima volta in assoluto che si esibiva da attrice su un palco, è stata semplicemente una bomba. Una Ivy che avrebbe riempito di adrenalina pure le vene di Natalie Portman. Con lei sul palco Andrealberto Bettini, Lorenzo Rossini, Mattia Morini, Claudio Tamiazzo e Daniela Baldinotti (i primi due, la sera prima, hanno restituito alla grande l'indole spiazzante del Nobel inglese). Il tutto coordinato da Antonio Giannino (portavoce di tutto il gruppo nell'intervista che leggerete), erede di Queneau nel gusto di mettere insieme arte e matematica (ma cosa sarebbe Antonio senza la preziosa collaborazione della sceneggiatrice Chiara Azzolini). Facciamoci tutti caso: le piccole compagnie creano un entusiasmo tra il pubblico che le più blasonate se lo sognano. Tra spettacoli, workshop, stage intensivi per avvicinare i liceali alla recitazione, Hypocrites naviga a vele spiegate nei marosi del teatro. Ci mettono talento, ma anche molta sincerità. La sincerità degli Hypocrites: un ossimoro che funziona.

 

 

 

Partiamo proprio dalla domanda che da addetto ai lavori, ma anche da spettatore, sorge spontanea: cosa lega Sleuth e Vendetta?
Sono due testi che indagano entrambi, seppur in maniera differente, sulla psicologia umana. Se in Sleuth l'introspezione è finalizzata esclusivamente al gioco edonistico, all’autocompiacimento delle qualità di ognuno, in Vendetta le individualità non cercano di sovrapporsi l’un l’altra: è una sorta di caos ordinato, come direbbero i matematici.
Il creatore di V Alan Moore non ha gradito la trasposizione cinematografica del 2005. Magari avrebbe gradito di più la vostra versione.
Contattiamo l'ufficio stampa del signor Moore e chiediamoglielo di persona, ahah. Del resto noi siamo stati molto più fedeli alla sua scrittura originale, che è molto allusiva perché ritiene che il lettore debba intuire da solo certe sfumature del racconto. Solo in alcune parti abbiamo dovuto seguire la scia del film che spiega tutto, perché altrimenti c'era il rischio che lo spettatore si perdesse nella trama. Abbiamo ripreso i monologhi di Moore e abbiamo seguito il suo esempio di approfondire il tema della giustizia, che nel film viene trascurato: nel fumetto il dittatore ha un'anima, ha un amore per la sua giustizia. Anche V agisce mosso da una sua idea di giustizia.
Anche il personaggio di Ivy lo avete tratteggiato seguendo il fumetto.
Esatto. Ivy nel fumetto è la bambina stupida che via via scopre dentro di sé la maturazione. Di fatto Moore fa vedere che la ragazza è lo stereotipo perfetto della ragazza allineata al regime fascista. Natalie Portman invece nel film dà un taglio più di persona seria e consapevole. Detto questo, voglio comunque fare una dichiarazione d'amore ufficiale alla Portman: la adoro, uno dei miei sogni è riuscire prima o poi a conquistarla. L'altro mio sogno è il Nobel: non so quale dei due sia più realizzabile.
V va in giro con la maschera di Guy Fawkes. Ci vorrebbe un personaggio simile anche per il teatro italiano, non trovi?
Per il teatro ci vuole innanzitutto gente brava. Guy Fawkes era molto combattivo ma non aveva niente da perdere. Adesso invece tutti quanti siamo preoccupati per la nostra pellaccia, è difficile trovare qualcuno che voglia mettersi in gioco.
Guy Fawkes a parte, qual è il problema vero del teatro oggi?
Tutti dovrebbero capire che il mestiere di attore ha un senso se sei totalmente concentrato solo sul tuo ruolo. Se c’è un cane nella compagnia ne risente anche il lavoro di quelli bravi. Troppe scuole di teatro mischiano con disinvoltura i talentuosi e gli scarsi. Ti faccio l'esempio del personaggio di Ivy: abbiamo cominciato a portarlo in scena con un'attrice che proveniva dalle scuole di cui sopra. Risultato? Ci ha creato parecchi problemi, abbiamo dovuto sostituirla. Gli inglesi hanno capito tutto: se una compagnia nasce finanziandosi da sola e dimostra di saperci fare, poi viene immediatamente aiutata con sovvenzioni. Senza contare che poi all'estero il teatro è materia scolastica, ma qui davvero si apre un discorso molto più ampio.
Certamente la politica ha le sue responsabilità, ma anche il pubblico spesso si accosta con immaturità. Sul finale di Sleuth, quando i due protagonisti maschili si baciano, una signora ha commentato con un sonoro : “Che schifo!”
Abbiamo l'esempio di Pinter che se n’è sempre fregato delle critiche fini a se stesse, e a forza di fregarsene si è beccato il Nobel.
Hypocrites. Quando nasce, come nasce, perché nasce.
Nasce nella migliore tradizione delle compagnie amatoriali. All’inizio recitavo anch'io ma ho avuto l'accortezza di capire in tempo che non ero tagliato. Aleardo Caliari, il padre del Teatro della memoria, ha allestito una rassegna per le compagnie senza fissa dimora. In quell'occasione siamo stati particolarmente apprezzati dalla direzione artistica e ci hanno invitato a tornare. Ci hanno dato fiducia, permettendoci di non morire come tanti altri nel bacino degli amatoriali. Ora ricopro il ruolo di vice direttore artistico del Teatro della memoria.
Qual è la mission di questo teatro?
Far arrivare nuovo pubblico. Questo teatro è nato con uno spiccato orientamento ai testi in dialetto milanese, Aleardo aveva fidelizzato solo con quel tipo di pubblico. Ma più in generale la mission del teatro in generale dev'essere riportare i ragazzi a teatro, creare un punto di aggregazione. Se non sanno che fare la sera possono dire 'andiamo al Teatro della memoria'.
Quali novità tenete per il momento chiuse nel cassetto?
Vero come la finzione. È un testo americano scritto per un film con Dustin Hoffman e Colin Farrell, nasce come una commedia. Abbiamo sempre fatto cose drammatiche, una volta tanto sarebbe ben ora che ci facessimo una risata pure noi! Stiamo valutando anche altri testi, stiamo decidendo in questi giorni. Poi faremo una tournée estiva in giro per l’Italia.
Sei un bocconiano. Dimostrazione che il luogo comune del bocconiano inamidato è da sfatare?
No, non lo sfatiamo affatto, purtroppo è la verità che la maggior parte dei ragazzi di quell'università rispondono a quello stereotipo. Ho la fortuna di frequentare il corso di matematica e statistica, una nicchia dove ho trovato un sacco di gente che si occupa di attività culturali. Credo che il binomio razionalità-matematica si sposi benissimo al teatro. Gli spettacoli sono come dei begli orologini dove ogni cosa deve stare al posto giusto. Lo dimostra il rapporto tra Dario Fo e Franca Rame: Franca era quella razionale, alla fine era lei a dare una forma veramente compiuta agli spettacoli.

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

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