Joele Anastasi: un teatro che sia dialogo intimo con lo spettatore, con lo sguardo rivolto al sociale

Scritto da  Domenica, 23 Marzo 2014 

La giovane compagnia indipendente Vuccirìa Teatro è stata senza dubbio la sorpresa più brillante ed originale di questi ultimi mesi: vincitori del Roma Fringe Festival con il viscerale "Io, mai niente con nessuno avevo fatto", ora si dividono tra la tournèe con cui stanno facendo conoscere questo spettacolo in giro per la penisola, salutati costantemente da gratificanti sold out e dall'entusiasmo straripante del pubblico, e la preparazione del loro secondo progetto teatrale, "Battuage", che debutterà agli inizi di maggio al romano Teatro dell'Orologio nell'ambito della stagione di Dominio Pubblico. Abbiamo incontrato Joele Anastasi, autore, regista ed interprete di entrambe le opere che, a dispetto della giovanissima età, si dimostra artista caparbio e con idee chiarissime in merito alla drammaturgia contemporanea e al ruolo del teatro nella società. Ne è scaturito un ritratto a tutto tondo di uno dei più interessanti talenti della nuova generazione teatrale italiana, da continuare a seguire con particolare attenzione.

Per iniziare mi piacerebbe sapere come è iniziata la tua passione per il teatro, come hai iniziato a coltivarla, quale è stato il percorso di formazione che hai seguito, i primi passi insomma…
Il tutto è iniziato a scuola, al liceo, in un laboratorio di teatro in francese. Quindi ho dapprima cominciato a confrontarmi con il teatro in lingua: abbiamo lavorato su dei testi di drammaturgia contemporanea, si trattava di un laboratorio anche abbastanza ambizioso per dei ragazzi giovani, però è stato un punto di contatto secondo me fondamentale. Con questi spettacoli siamo andati in Spagna, a Barcellona, a partecipare ad un festival di teatro francofono, e poi anche ad Agadir in Marocco. Quindi diciamo che quest’esperienza ha aperto una prima finestra sul mondo del teatro. Finito il liceo, ho frequentato per due anni l’Accademia Internazionale del Musical e poi ho deciso di prendere, partire, lasciare tutto e andare a Roma per continuare a studiare recitazione. Sono approdato dunque alla Link Academy, dove ho frequentato un corso triennale molto intenso durante il quale ho avuto modo di approfondire tantissime cose; terminato questo periodo, negli ultimi due anni ho partecipato a due laboratori alla Biennale Teatro di Venezia, il primo anno con Claudio Tolcachir e l’estate scorsa con Angelica Liddell. Anche questi incontri hanno rappresentato delle aperture verso altre metodologie di lavoro, verso un approccio al teatro di matrice internazionale assolutamente fantastico ed interessantissimo. La Biennale credo rappresenti davvero una bellissima opportunità. In sintesi questo è stato il mio percorso di formazione.

Come è stato l’incontro con la Liddell, personalità artistica decisamente originale e fuori dagli schemi, durante il laboratorio alla Biennale di Venezia?
Con la Liddell è andata benissimo! E’ una personalità stravagante, lo è nella sua espressione artistica più che altro. In realtà si tratta di una persona formidabile, dalla sensibilità singolare, che ha molto rispetto per il lavoro degli attori, che lavora molto in profondità ma anche con molta cura, con molta delicatezza. Una delicatezza che non ci si aspetterebbe basandosi solamente sui suoi spettacoli abbastanza estremi. Il lavoro è faticosissimo, molto duro e impegnativo, però è stato un’esperienza pazzesca. A Venezia abbiamo lavorato sul primo studio di “Lo stupro di Lucrezia”, eravamo dodici attori tutti uomini e a breve, da fine luglio, partirà l’allestimento ufficiale dell’opera completa. La produzione partirà dalla Francia, e saremo in scena anche all’Odeon di Parigi dove lei frequentemente porta in scena i suoi spettacoli. Quindi si è aperto un nuovo avvincente capitolo, grazie all’opportunità di un tour europeo di questo spettacolo che toccherà anche l’Italia. Un’opportunità fantastica, non solo dal punto di vista professionale dati i tempi che corrono, ma anche umanamente; sono estremamente contento di avere incontrato Angelica, poiché ha una sensibilità artistica in cui mi riconosco per certi aspetti e che sono sicuro mi offrirà la possibilità di reinserire gli spunti di ispirazione tratti dal suo lavoro all’interno del mio personale percorso artistico che è all’inizio ovviamente. Sono quindi assolutamente entusiasta e pronto a continuare questa esperienza!

Al termine del periodo formativo presso la Link Academy, hai preso parte ad uno spettacolo di fine corso, “Scene da un grande affresco” diretto da Silvio Peroni. Di questa esperienza che ricordo custodisci?
In generale la vita accademica è una vita meravigliosa perché è chiaro che sei in un ambito protetto, si creano delle relazioni umane di un’intensità assurda che probabilmente poi finiscono per accompagnarti per molti anni, sono in strettissimo contatto con quasi tutti i miei colleghi. Abbiamo anche fondato assieme il collettivo artistico Drao, perché stiamo cercando di ufficializzare quella che è una rete di contatti che naturalmente si è iniziata a creare. L’accademia ha indubbiamente rappresentato un punto di partenza, lo spettacolo di Peroni è stato il saggio finale a conclusione di questo percorso ed è stato un’esperienza bellissima perché in qualche modo ha consentito di superare la concezione di stare dentro ad una scuola, si è trattato di un regista che lavorava con degli attori per mettere in scena un vero e proprio spettacolo. Un primo passo dunque verso il professionismo, come è giusto che sia per un saggio di fine corso, chiaramente con tutte le difficoltà comportate dall’essere venti interpreti in scena e con un tempo di allestimento non lunghissimo. Però ecco, anche questa si è rivelata un’esperienza utile che mi ha segnato ed aiutato molto, in generale credo che tutto il percorso accademico sia stato preziosissimo.

Joele AnastasiArriviamo quindi a questo punto all’opera prima. Avresti mai pensato che, con “Io, mai niente con nessuno avevo fatto”, ci sarebbe stata questa esplosione di consensi da parte di pubblico e critica? Come è nata l’ispirazione per questo progetto?
Il progetto nasce da un monologo che ha debuttato - proprio quando stavo per finire la Link Academy, quindi quasi in contemporanea con l’allestimento di “Scene da un grande affresco” - nell’ambito della rassegna “I monologhi dell’Ambra”, al Teatro Ambra alla Garbatella e lì è stato un vero esperimento. Un mio amico, tra l’altro uno dei fondatori del collettivo Drao, Alessandro Lui mi ha parlato di questo concorso esortandomi a partecipare; io ero piuttosto titubante, perché ritenevo che a un concorso di questa tipologia si dovesse partecipare con un monologo edito, qualcosa di fortemente personale, e non avevo voglia di lanciarmi a capofitto in questa avventura lasciando troppo margine all’improvvisazione. Da lì non so esattamente cosa sia accaduto in quella giornata: avevo appena seguito una lezione di canto, ero sull’autobus diretto a casa e ho iniziato ad avere delle idee che si agitavano confusamente nella mia testa; così mi sono perso assolutamente in me stesso e, appena giunto a casa, ho letteralmente buttato via tutto, borsa e giubbotto, mi sono seduto alla scrivania e ho scritto questo monologo praticamente tutto di un fiato. Poi l’ho riletto e mi son detto “Perché no, tutto sommato potrebbe essere il testo giusto”. L’ho fatto leggere ad Enrico Sortino, che da sempre è stato un valido punto di riferimento artistico ed umano e con cui ho poi fondato la compagnia Vuccirìa Teatro, e lui è rimasto particolarmente colpito, mi ha spronato tantissimo, dicendomi “Funziona, lo devi fare assolutamente perché già sulla carta è un buon testo”. Quindi da lì è iniziato il concorso, a cui sono arrivato primo con mia enorme sorpresa perché non avrei mai potuto immaginare di raggiungere questo traguardo, per me era già una soddisfazione incredibile riuscire a stare su quel palcoscenico portando qualcosa che parlasse di me, nel senso che si trattava di un testo assolutamente personale. Questo costituiva già per me un punto indiscutibilmente di vittoria, poi chiaramente questo successo inaspettato è stato ancor più bello! Poi da lì ho iniziato a partecipare ad altri concorsi nazionali - ad Udine, ancora a Roma con “Autori nel cassetto, attori sul comò” al Teatro Lo Spazio al quale sono arrivato secondo, al Festival Potenza Teatro dove sono arrivato terzo -, insomma con risultati straordinariamente positivi. Però quasi subito ho intuito che la storia poteva ancora svilupparsi, che c’era qualcosa che poteva far nascere altre dinamiche; il passaggio dal monologo al testo a tre voci ha rappresentato un’evoluzione del tutto naturale. Di solito è anche abbastanza complesso trasformare un monologo in uno spettacolo di lungo formato; il monologo di per sé funzionava ed il rischio era quello di snaturarlo e magari di fare un’operazione di adattamento che invece non avrebbe più fatto funzionare l’opera completa. Invece ad oggi ormai mi sento molto più legato allo spettacolo a tre voci, il monologo non lo porto più in giro, mi sento assolutamente più affezionato all’opera completa. Poi devo dire che quando appunto ho iniziato a comporre la continuazione, lo avevo già proposto ad Enrico e Federica perché per me loro erano perfetti per questi ruoli e poi, conoscendoli molto bene (con Federica abbiamo studiato assieme, con Enrico ci conosciamo da tantissimi anni), mi sono anche lasciato ispirare dal loro strumento attoriale. E’ nato in questo modo un lavoro decisamente personale, abbastanza cucito addosso agli interpreti, anche se in realtà loro hanno fatto un lavoro pazzesco perché sono diametralmente diversi dai loro personaggi che abbiamo messo in scena. Però ci siamo capiti, abbiamo trovato la stessa lunghezza d’onda e una sintonia speciale, si è creata una squadra davvero meravigliosa. Difficile descrivere con le parole l’alchimia particolarissima che è scaturita spontaneamente. Io credo che la sinergia a teatro, ma in generale in qualsiasi lavoro artistico di gruppo, sia fondamentale e ritengo che parte del successo di quest’opera sia dovuto proprio al lavoro profondo, onesto, di scambio che c’è stato tra tutti quelli che hanno contribuito al progetto: dalla fotografa di scena Dalila Romeo al recente contributo apportato da Olvidado Photographer, da Giulio Villaggio che cura per Vuccirìa Teatro scenografie e costumi, a chi ha curato la parte video, Giuseppe Cardaci e Davide Maria Marucci, sino al nostro aiuto-regia Nicole Calligaris. Insomma si è formata una squadra veramente bella, propositiva, umile, che ha portato a creare un prodotto a quanto pare soddisfacente.

E invece come è stata l’esperienza del Roma Fringe Festival, al di là del vostro successo con il conseguimento dei premi più prestigiosi?
Il Fringe è stata un’esperienza particolarissima perché chiaramente, come per ogni festival off – e stiamo parlando di un festival che sta per giungere alla terza edizione e che di anno in anno cerca sempre di perfezionarsi - si ha l’occasione di confrontarsi con condizioni performative piuttosto ‘off’ appunto, richiedendo una discreta capacità di adattamento, quello che si chiama lo “spirito Fringe”; stare in scena con altri spettacoli contemporaneamente, in una situazione all’aperto che già di per sé è piuttosto complicato da un punto di vista tecnico, è stata certamente un’esperienza sfidante, ma che al contempo si è rivelata arricchente e stimolante. Anche lì non ci aspettavamo di avere tutto quel pubblico, tutta quella interazione e calore, e poi devo dire che l’aspetto davvero sorprendente e piacevole che abbiamo riscontrato è stato lo scambio del tutto tranquillo ed onesto tra i diversi artisti e compagnie, uno spirito estremamente rilassato, assolutamente non di competizione, e questo penso sia bello e singolare perché molto di rado si percepisce un’atmosfera di questo tipo. Ritengo che sia proprio questo il dato più rilevante di quella che è stata per noi l’esperienza di quest’anno al Fringe; poi anche lì non ci aspettavamo di aggiudicarci tre premi, insomma è stata una sorpresa grandiosa, una gran soddisfazione, ancor meglio una bella emozione.

E ora, in qualità di vincitori del Fringe romano, la prossima estate approderete in America, quali rappresentanti dell'Italia. Adatterete in qualche modo lo spettacolo per questa occasione? Preserverete lo strumento del dialetto, basilare nell'economia complessiva dell'opera?
Inizialmente si erano presentate due ipotesi: intraprendere un'operazione di traduzione anche del testo recitato oppure lasciarlo inalterato proponendolo con l'ausilio di sovratitoli. Devo confessare che all’inizio abbiamo avuto la tentazione di perseguire la prima strada, di cimentarci in un'operazione rischiosa del genere; poi però, confrontandoci con Enrico, ci siamo resi conto che era più giusto lasciare lo spettacolo così com'è ed aggiungere i sovratitoli. Credo che sia la decisione più corretta e rispettosa dell'opera, avendo anche avuto modo alla Biennale di vedere numerosi spettacoli provenienti da tutto il mondo che adottavano la stessa metodologia, è qualcosa che rappresenta una prassi nel teatro internazionale ed è indiscutibilmente più naturale. Perchè portare lì qualcosa di diverso da quello che abbiamo fatto qui? Quindi alla fine lo lasceremo così com'è. Chiaramente stiamo lavorando su una traduzione, supportati da Alberto Castellano che si sta occupando di traduzioni dal siciliano all'americano, ed anche col contributo del professor Cipolla, docente (ormai in pensione) della St. John's University che collabora con noi aiutandoci da lontano. Quindi sicuramente ci impegneremo per una traduzione che sia anche affine al linguaggio portato in America da tutti i siciliani che vi si sono trasferiti in qualità di emigranti; cercheremo di restituire sulla carta scritta non una lingua pulita, asettica, perchè non risponderebbe all'essenza e allo spirito dello spettacolo.

Joele AnastasiPercepisci il dialetto come una cifra espressiva della tua scrittura drammaturgica oppure lo hai utilizzato in questo spettacolo perchè descrivevi un particolare contesto?
Assolutamente la seconda. Ad esempio "Battuage", che sarà il secondo lavoro di Vuccirìa Teatro, non è un lavoro in dialetto. C'è un personaggio siciliano, ma l'impianto complessivo di tutta l'opera non è assolutamente in dialetto. Credo che non si possa decidere a priori quale sarà la propria cifra stilistica, "Io, mai niente con nessuno avevo fatto" è nato così e in quell'occasione ho difeso a spada tratta l'utilizzo del dialetto perchè credo che la scelta sia stata quella di portare in scena una storia molto particolare e attraverso di essa tentare poi di raccontare delle altre cose. Quella dell'utilizzo del dialetto è una scelta che non percepisco assolutamente come un limite; qualcuno ci aveva instillato il dubbio che magari al nord o spostandoci potesse rappresentare un ostacolo ma invece no, sono fermamente convinto di questa scelta e proporlo in italiano sarebbe stata un'operazione di pulizia di qualcosa che volutamente deve essere terreno, sporco nel senso di ruvido e sanguigno. Tra l'altro, grazie anche alla distribuzione che ci sta aiutando e sostenendo, Razmataz, (cosa realmente rara e preziosa di questi tempi per una compagnia comunque indipendente), stiamo piano piano toccando varie parti dell’Italia. E proprio di recente abbiamo fatto la nostra prima tappa “al nord”. Siamo stati ospiti della rassegna Novavita, a Torino, dello Spazio Tedacà, che ci ha salutato con un magnifico sold out! Ovviamente però per quanto il nostro spettacolo abbia sinora riscontrato un ottimo successo, bisogna lavorare duro costantemente, affinchè si creino le occasioni giuste per un consolidamento. Questa rappresenta forse una delle sfide più dure e complicate per una compagnia nuova, indipendente. Diventa necessario creare una rete di contatti professionali e di spazi che siano pronti e disposti ad accettare, supportare e portare avanti il tuo lavoro.

La stagione congiunta di Dominio Pubblico, che ha visto nascere una inedita sinergia tra i romani Teatro dell'Orologio e Teatro Argot e che ospiterà a maggio "Battuage", sembra rappresentare uno spazio coraggioso ed aperto a valorizzare progetti nuovi e indipendenti...
Infatti siamo felicissimi di prendervi parte: con "Battuage" siamo stati finalisti del bando di produzione "Ne(x)twork" promosso dal Teatro dell'Orologio e c'era appunto la possibilità di essere inseriti all'interno della stagione dell'Orologio. Nel frattempo però Luca Ricci, assieme a Morgan e a Panici, stava lavorando sul progetto Dominio Pubblico e quindi ci ha proposto di farne parte. Credo che per quest'anno Dominio Pubblico sia un'iniziativa fantastica per Roma, perchè è proprio una stagione concentrata sul contemporaneo che in questa splendida città purtroppo un po' manca; trovo che Roma sia poco europea e me ne dispiaccio perchè specialmente viaggiando ci si accorge che qualcosa a Roma manca, quando invece questa città avrebbe tutte le potenzialità. Mi dispiace soprattutto perchè sono andato via dalla Sicilia, terra che amo, proprio perchè percepivo una carenza di possibilità, di prospettive verso un certo tipo di teatro, verso un certo tipo di arte: oggi, dopo quattro anni a Roma, sono chiaramente legatissimo a questa città, però credo che debba necessariamente diventare più europea, cosa che probabilmente Milano riesce invece ad essere. Ritengo che Dominio Pubblico vada proprio in quella direzione, comunque di fare un tentativo di rimescolare le carte, di presentare qualcosa di diverso. Credo che la drammaturgia contemporanea vada tutelata, vada spinta, e quindi è un'iniziativa pregevole, alla quale sono contentissimo e orgoglioso di partecipare.

A questo punto allora dammi qualche indiscrezione...come sarà questo "Battuage"? Di nuovo, come nello spettacolo di debutto, tematiche controverse e di non facile impatto...
In realtà questo è un punto di partenza, nel senso che il luogo fulcro del testo rappresenta un punto di incontro popolato da tutte queste anime che vagabondano in uno spazio adibito alla scambio di sesso occasionale. Questo diventa però il pretesto per parlare dell'essere umano, del suo lato "taciuto" e sotterraneo che a mio parere è presente in ogni persona. Forse questo nuovo spettacolo rappresenta l'altra faccia della medaglia rispetto a "Io, mai niente con nessuno avevo fatto"; mentre il primo testo si fondava sulla purezza del protagonista Giovanni che in maniera spregiudicata va avanti, al contrario in questo secondo spettacolo si descrive l'esatto opposto, il lato oscuro, e intuisco che sarà diversissimo. Dopo una lenta e ragionata genesi della drammaturgia, è giunto ad una conclusione. Non si tratterà certamente di una commedia ma l'aspetto drammatico sarà contrappuntato da accenti di ironia. La scelta senza dubbio è quella di continuare verso un certo tipo di teatro, quello che prediligiamo anche da spettatori, che non sia di puro intrattenimento o semplicemente uno strumento per trascorrere in maniera spensierata un paio d'ore. Credo ci siano fin troppe proposte e attività che vanno in quella direzione; al contrario è preciso compito di noi artisti, a cui non possiamo sottrarci, quello di instaurare un dialogo con lo spettatore, suggerire spunti di riflessione e rivolgere uno sguardo al sociale. Non può trattarsi solamente di una sterile protesta e quindi dobbiamo anche riuscire a creare degli spettacoli che non siano esclusivamente fondati su intellettualismi fine a se stessi, che magari hanno anche una natura autentica ma finiscono poi per parlare solo a noi stessi o comunque a pochi. Il tentativo, a mio parere, è quello di creare qualcosa che riesca ad avere uno spessore e attraverso questo spessore riesca a smuovere veramente tutti, dallo spettatore abituato a concepire il teatro come mero intrattenimento a quello che invece desidera trovarvi assolutamente un motivo di indagine. Oggi più che mai c'è bisogno di intraprendere queste azioni trasversali, che siano in grado di coinvolgere tutti, visto che la maggioranza predominante è costituita da un pubblico che, non perchè non voglia, ma piuttosto perchè non è abituato a confrontarsi con certe dinamiche performative, difficilmente si accosta al linguaggio del teatro contemporaneo. La responsabilità di questo è secondo me indiscutibilmente affidata agli artisti, in questo caso specifico a chi fa teatro; penso che troppo spesso invece ci siamo piegati a logiche commerciali, quando invece è sì giusto far sentire la propria voce quando si ha qualcosa da dire, ma è altrettanto doveroso il silenzio ed aspettare nei momenti che lo richiedono. Ci ritroviamo a vivere in una società frenetica che ci richiede di produrre, produrre, produrre e, anche a livello artistico, sembra che tutti debbano sempre produrre qualcosa di super-interessante o comunque produrre. Al contrario a mio parere la risposta dovrebbe essere quella di produrre meno, ma produrre meglio; il che è ovviamente complesso, poichè si innescano dei meccanismi che talora vanno in direzione completamente opposta, però questa società è già fin troppo auto-celebrativa e, se ovviamente bisogna avere il coraggio di correre, di fare numerosi passi in avanti, è talvolta benefico fare anche dei passi indietro, aspettare, altrimenti si rischia di alimentare inconsapevolmente lo stesso circolo vizioso a cui vorremmo ribellarci, finendo per aderire comunque a quel modello.

Joele AnastasiIn "Battuage" ritroveremo lo stesso cast di "Io, mai niente con nessuno avevo fatto"?
Il cast è stato chiuso di recente, quando la drammaturgia si è potuta ritenere sostanzialmente completata; questo in modo tale da individuare le personalità e gli attori più giusti da coinvolgere in questo progetto. Il nostro tipo di lavoro si fonda in larga parte sull'attore, sulla recitazione, anche in "Io, mai niente con nessuno avevo fatto" è stato tutto lì, essenzialmente è quello. Durante il primo lavoro ad esempio pensavamo che la drammaturgia fosse ormai definita e chiusa, ma durante le prove sono scaturite spontaneamente delle piccole modifiche che hanno apportato un valore aggiunto grazie allo scambio tra il lavoro registico e quello attoriale. Si crea sempre qualche nuova finestra, che costituisce un arricchimento, e quindi credo che sicuramente questo capiterà anche nel caso di "Battuage". Comunque, partendo da queste premesse, gli attori che porteranno in scena "Battuage" saremo io stesso, Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano, dunque lo stesso terzetto dello spettacolo precedente, a cui si aggiungerà Simone Leonardi, poliedrico artista che il pubblico ricorderà per le sue esplosive performance in musical come "Priscilla, la regina del deserto" e "La Bella e la Bestia".

Dopo "Battuage" hai già altre idee che ti frullano per la testa, altri progetti in cantiere?
Penso che al momento sia già molto quello che abbiamo, nel senso che "Io, mai niente con nessuno avevo fatto" sicuramente continueremo a rappresentarlo, a proporlo in giro e quindi è un progetto che rimarrà aperto anche per la prossima stagione, non so ancora per quanto tempo; d'altro canto "Battuage" debutta, quella di maggio sarà essenzialmente un'anteprima e sarà un progetto che si svilupperà ulteriormente l'anno prossimo. Credo quindi che sicuramente avremo modo di fermarci su questi due lavori e poi capiremo cosa succederà, quale direzione intraprendere. Anche Enrico scrive, dunque probabilmente un prossimo testo potrebbe essere suo.

Prima di concludere, per conoscerti meglio al di là dei tuoi lavori, qual è il teatro che preferisci in qualità di spettatore? Quali spettacoli ti hanno colpito particolarmente negli ultimi tempi?
Mi sono piaciuti molto gli spettacoli della compagnia del Teatro dell'Elfo di Milano, sia "Angels in America" visto al Teatro Valle alcuni anni fa, che "The history boys", visto invece al Teatro India. Si tratta di una teatro molto ben costruito, una drammaturgia contemporanea molto ricercata e coinvolgente, mi ha incuriosito parecchio. Di recente invece lo splendido spettacolo belga “Mamma-Medea” di Tom Lanoye visto al Valle Occupato, e il poeticissimo “Le Sorelle Macaluso” di Emma Dante. In generale però molto teatro d’oltrefrontiera. Ad esempio l'esperienza alla Biennale di Venezia mi ha dato l'opportunità di assistere a spettacoli che non avrei mai visto in Italia e devo dire che questo ti spalanca orizzonti nuovi e preziosi. A parte lo spettacolo di Angelica Liddell, con cui ho avuto poi la fortuna di lavorare, ho apprezzato moltissimo anche l'"Ubu Roi" portato in scena da Declan Donnellan, lo spettacolo di Claudio Tolcachir "El viento en un violin" della compagnia Timbre4. Mi piacerebbe moltissimo avere la possibilità di vedere più spettacoli internazionali sui nostri palcoscenici, anche solo per confrontarsi con qualcosa di radicalmente diverso, non perchè si debba necessariamente amare ciò che viene dall'estero e trascurare le produzioni italiane per chissà quale esterofilia. Poi è anche assolutamente un piacere seguire spettacoli off di piccole giovani compagnie che iniziano a muoversi e svilupparsi, dando spesso origine a progetti estremamente interessanti e di valore. In realtà, penso che vada visto il più possibile, anche quello che apparentemente potrebbe non piacerci, poichè c'è sempre qualcosa di positivo da prendere, vedere come si muovono altre sensibilità diverse dalla tua, trarne spunti di ispirazione ed arricchimento artistico. 

 

Intervista di: Andrea Cova
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Grazie a: Marialuisa Giordano e Raffaella Ilari, Ufficio stampa leStaffette
Sul web: https://www.facebook.com/vucciria.teatro

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