Joele Anastasi: “David” è il nuovo lavoro di Vuccirìa Teatro, simbolo del processo di ricerca e creazione

Scritto da  Domenica, 16 Agosto 2020 

“David” è il nuovo spettacolo di Vuccirìa Teatro che ha recentemente debuttato alla Reggia di Capodimonte, in occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia: partendo da un ritratto familiare, la pièce si proietta ad investigare il ruolo dell’artista nella società, andando a costituire simbolo e metafora del processo creativo stesso. Dopo alcuni anni torniamo ad incontrare Joele Anastasi - regista, attore e drammaturgo della compagnia - per addentrarci tra le pieghe di questo nuovo lavoro e scoprire i progetti internazionali in arrivo nei prossimi mesi, sia assieme agli storici compagni di viaggio di Vuccirìa che accanto alla visionaria regista spagnola Angelica Liddell.

 

David - Vucciria TeatroCiao Joele e bentornato sulle pagine di SaltinAria! Iniziamo dal presente: è di recente avvenuto il debutto del nuovo lavoro di Vuccirìa Teatro, di cui hai firmato come di consueto regia e drammaturgia: “David” è stato presentato l’11 e 12 luglio nel cortile della Reggia di Capodimonte, nell’ambito della ricchissima tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. Puoi raccontarci la genesi di questo nuovo progetto?
Come per i nostri precedenti lavori, anche la genesi di “David” è stato un percorso lento, durato circa due anni e mezzo da quando ho iniziato a scrivere - e a condividere con la compagnia - le prime righe di testo. Il titolo dell’opera è cambiato varie volte, per poi forse trovare la sua forma definitiva in quello che è indubbiamente un simbolo che attraversa diversi immaginari, artistici e mitici, che fanno da contraltare a ciò che per me è anche David, ovvero parte della mia storia personale.

Hai descritto “David” come “il simbolo di un corpo che diventa l’occasione per liberare tutta la forza utopica dell’ideale”: quale messaggio ti proponi di veicolare attraverso questo lavoro?
David” innanzitutto è qualcosa che si crea a partire dal dialogo con una comunità, che in teatro si incarna nel pubblico che viene invitato a condividere con noi lo spazio della creazione. Più che un messaggio in “David” tentiamo di stabilire un contatto con ciò che non è fisicamente presente ma che continua ad influire sul nostro agire, portandoci a modellare lo spazio e le relazioni intorno a questa presenza simbolica. Non esiste quindi un solo “David”, ma più che altro una materia fluida che assume forme differenti.

Sei anche tra i protagonisti in scena assieme agli storici alfieri della compagnia Vuccirìa Teatro - Enrico Sortino e Federica Carruba Toscano - ed in questa occasione è al vostro fianco anche Eugenio Papalia. Puoi svelarci qualche dettaglio sui personaggi che interpretate?
Non so se si può parlare di personaggi. “David” è strutturato sulla sovrapposizione di piani drammaturgici differenti. In uno di questi rintracciamo una famiglia, attraverso l’agire di una madre, di un padre, di un primogenito e di un figlio mai nato - David - che “entra” nello spazio fisico di questa famiglia. Ma non è possibile leggere questa creazione solo soffermandoci sul piano familiare. La drammaturgia di “David” non segue un impianto tradizionale ma si avvicina per alcuni aspetti al linguaggio della performance-art. Per questo come interpreti entriamo ed usciamo “costantemente” dai personaggi che interpretiamo, in un meccanismo totalmente svelato al pubblico. “Saltiamo” dal piano della famiglia a momenti in cui il nostro corpo esposto è letteralmente quello dell’artista - il ruolo che abbiamo nella società - ed ancora ad altri in cui vengono rivelati, nella loro forma più destrutturata e forse simbolica, momenti della nostra vita personale. Per questo per noi David è il simbolo innanzitutto di un processo creativo, chiara metafora di un processo generativo.

David - Vucciria TeatroSette anni fa Vuccirìa Teatro conquistava il Roma Fringe Festival con la sua prima opera “Io, mai niente con nessuno avevo fatto”, affermandosi come una delle più luminose e promettenti realtà della drammaturgia contemporanea italiana. Quale è il bilancio del percorso compiuto lungo questi sette anni e il punto ad oggi raggiunto dalla vostra ricerca?
Quando ormai molti anni fa insieme ad Enrico Sortino abbiamo dato vita a Vuccirìa Teatro, non sapevamo quanto quell’evento avrebbe cambiato le nostre vite. Insieme quasi involontariamente generiamo un’incoscienza creativa che credo contraddistingua il nostro percorso e le nostre creazioni. Probabilmente il traguardo più importante raggiunto è la costruzione un solido dialogo creativo tra tutti i componenti della compagnia; e non parlo chiaramente solo della compagine attoriale ma della squadra creativa tutta. Guardando indietro capisco che la nostra unione creativa ci ha portato ad avere un coraggio diverso - più forte - di quello che avremmo avuto come singoli. In questi anni abbiamo attraversato diverse creazioni e spesso tentato di spostare la nostra linea di comfort, anche a costo di fare un passo più lungo della nostra gamba; tuttavia per noi il processo creativo non poteva e non può essere diverso da questo: non può che passare da una continua esposizione. In definitiva spero che saremo sempre capaci di avere insieme questo coraggio; di non cercare di attraccare mai in un porto troppo sicuro.

Ormai da anni prosegue la collaborazione della compagnia con il Teatro Bellini di Napoli: come è nata e quali sono gli aspetti più salienti di questa sinergia?
L’incontro con il Teatro Bellini è stato casuale ed inaspettato. Siamo entrati prima come “ospiti”, con lo spettacolo “Immacolata Concezione” nella sala del Piccolo Bellini e dopo una settimana di bellissimo confronto con il pubblico napoletano e di dialogo con la direzione del Teatro abbiamo delineato l’inizio di un percorso più lungo e strutturato. Il Teatro Bellini è diventata quindi a tutti gli effetti la nostra casa di adozione. Personalmente sono davvero entusiasta di questa collaborazione perché rintraccio nelle scelte del Teatro Bellini una cura, una propensione al dialogo e al cambiamento. Trovare il modo di leggere e di intervenire nella realtà credo sia la funzione che debba avere ogni istituzione culturale. Non è poi così raro che quando realtà produttive più piccole come la nostra - nata nel 2013 come compagnia indipendente - incontrano delle realtà invece solide rischino di perdere autonomia artistica e quindi tratti distintivi della propria ricerca. Il Teatro Bellini invece fa esattamente l’opposto; ci spinge a preservare la nostra identità artistica e a potenziarla. E poi accanto a tutto questo - e di non poca importanza - questa casa ha un paesaggio incredibile attorno: Napoli.

Joele AnastasiRecentemente, subito prima del lockdown, avete condotto prezzo Zo, Centro Culture Contemporanee di Catania, il workshop “Vèni ca. Dammi un bacio”, andando ad indagare “il senso del limite di quei corpi che condividono uno spazio nell’utopia di un abbraccio”, proprio una manciata di giorni prima che gli abbracci diventassero proibiti. Puoi raccontarci questa esperienza?
Raramente conduciamo dei workshop e quando lo facciamo il nostro approccio non é direttamente pedagogico. I workshop sono sempre per noi momenti di creazione e ricerca, ed il mio approccio come regista e drammaturgo con i partecipanti è lo stesso di quando mi relaziono agli attori della compagnia. Soprattutto è inteso come un momento di scambio e di creazione condivisa. Per me è poi un’occasione incredibile per lavorare con gruppi più numerosi perché è inevitabile che la creazione scenica corale porti con sé delle regole e delle potenzialità molto differenti che personalmente mi stimolano molto. In questo caso il workshop si è concluso con una performance finale che prevedeva una destrutturazione totale dello spazio scenico “tradizionale” e della relazione tra spettatore e performers. In realtà il pubblico - forse inaspettatamente - si è trovato a prendere parte ad una festa. Ma che cosa succede se usiamo la logica e le dinamiche di una festa in discoteca per veicolare concetti, proporre immagini e stimolare modi di percepire spazio e relazioni differenti? E’ stata questa una domanda chiave. Per molte ragioni “Vèni ca. Dammi un bacio” per noi non è solo un workshop. E’ una creazione che crediamo nel futuro troverà nuove possibilità di sviluppo. Ma sicuramente solo quando questo momento storico di distanziamento sociale ce lo butteremo alle spalle, perché al momento è diventata una creazione utopica. Ma per questo ha assunto per noi un valore ancora più forte.

David - Vucciria TeatroLo scorso anno hai avuto modo di collaborare nuovamente con la regista spagnola Angelica Liddell: dopo aver recitato in “You are my destiny - Lo Stupro di Lucrezia” alcuni anni fa, ora sei stato tra gli interpreti di “The Scarlett Letter” lungo un articolato tour europeo. Cosa hanno regalato alla tua arte queste esperienze internazionali e quali tratti del teatro della Liddell si avvicinano particolarmente alla tua sensibilità drammaturgica e registica?
L’incontro con Angelica Liddell è avvenuto ormai numerosi anni fa. Ero molto giovane - 24 anni - ed è indubbio che, parallelamente al lavoro con Vuccirìa Teatro, sia un punto molto importante del mio percorso artistico. Penso che la fortuna di prendere parte a produzioni internazionali e la possibilità di confrontarmi con un panorama culturale molto più ampio ed eterogeneo, sia come lavoratore che come spettatore, abbia influito molto anche nel mio percorso di creatore. Come sempre, non possiamo pensare di prescindere da ciò che accade intorno a noi. E ciò che accade intorno a noi per me non è solo quello che si trova ad un palmo di naso. Più l’orizzonte è ampio, più domande probabilmente ci faremo. Come artista il mio approccio spesso è quello di tentare di tradurre le mie domande personali in processi creativi. E quindi in creazioni artistiche. Credo che Angelica Liddell sia un’artista davvero potente. Mi trovo a mio agio a lavorare con lei perché ritengo che le sue creazioni siano sempre l’incontro tra testi potenti, immagini ed un uso del corpo spinto fino al suo limite. Sono tutte cose che mi interessano molto e in cui mi ritrovo, insieme anche al tentativo di affrancarsi da un tipo di drammaturgia solo narrativa. Questo credo sia uno dei punti che più mi sta a cuore e in cui sento che nel nostro paese dovremmo insistere. Spesso si ha la tendenza a piegare le drammaturgie solo secondo una visione narrativa lineare, in un rapporto esclusivo di causa-effetto. Ma l’arte non è solo questo. Non è mai stata solo questo. Sembra sempre che si cerchi di piegare l’accadimento teatrale ad una trama e per me a volte è riduttivo perché accanto a questo tipo di narrazione ne esistono altre. Come per ogni aspetto della società dovremmo stare attenti a non definire la realtà intorno a noi solamente attraverso le categorie di senso più immediate o diffuse. La nostra attualità ci regala degli esempi lampanti. Quando non sappiamo leggere la complessità della realtà intorno a noi, spesso non cerchiamo nuove categorie di senso ma finiamo per piegare quella realtà alla nostra “semplicità”, producendo una distorsione che può essere molto pericolosa.

David - Vucciria TeatroNell’ambito dell’edizione 2018 del festival Quartieri dell’Arte hai diretto l’inconsueta opera “And so my face became my scar”, creazione concepita assieme a Erdem Avşar, Emily GM Gillmor Murphy e Danielle Pearson con una fusione tra performance-art, teatro, arte visiva e arte site-specific. Il tutto prese vita in una notte memorabile nella suggestiva cornice di Civita di Bagnoregio; che ricordo custodisci di questo lavoro?
Un gruppo di lavoro davvero bellissimo con un cast comporto da artisti estremamente eterogenei, con background molto diversi. Io non credo molto nelle categorie che separano e incasellano gli interpreti dentro le parole “danza” o “teatro”, ecc. Per questo abbiamo lavorato tutti tracciando un percorso comune, scardinando queste apparenti barriere. Il lavoro ha un forte impianto fisico, all’interno del quale veniva richiesta agli interpreti una grande generosità in rapporto alla drammaturgia testuale.
Uno dei ricordi più forti e poetici è quello legato ad una prova che abbiamo svolto a Bagnoregio, dentro una ex cappella piena di affreschi. Stavamo attraversando delle tensioni per dei motivi esterni al processo artistico che però stavano influenzando il nostro percorso. In quell’occasione - per varie ragioni - ho chiesto agli interpreti di eseguire quella prova completamente nudi, compreso me e l’aiuto regia Elia Bei che ovviamente seguivamo il processo da fuori. Sono venute fuori delle immagini potentissime di quei corpi in relazione agli affreschi della sala. Penso sia stato uno tra i momenti più belli del mio percorso artistico.


Dopo il periodo opprimente degli ultimi mesi, un debutto teatrale come quello di “David” restituisce speranza per una ripresa, una rinascita. Come sta ridisegnando la sua progettualità ed il suo processo creativo una giovane compagnia come Vuccirìa Teatro?
E’ difficile parlare in questo momento di progettualità. I nostri impegni al momento sono fissati fino a dicembre 2020 e a dire il vero è già una fortuna o un’utopia. Noi siamo stati tra i fortunati che hanno ripreso subito, iniziando a trasformare la materia che ha agitato le nostre vite negli ultimi mesi per canalizzarla verso un processo artistico. Non è diverso da quello che facciamo anche in altri momenti, il nostro approccio come compagnia parte sempre da una materia molto personale anche quando apparentemente ce ne allontaniamo. In questo caso, però, gli ultimi accadimenti hanno messo luce a tutte le contraddizioni di una società troppo fragile e credo che accanto a delle reazioni di immediata risposta ci sia l’esigenza di tracciare una riflessione per una reazione con un rilascio lento e controllato. Parlo per esempio di che cosa vogliamo fare a livello politico con la nostra società. Personalmente spero che ci ricorderemo che a volte abbiamo bisogno di fermarci per ristabilire priorità e cardini delle nostre esistenze, come individui e come persone che modellano con il loro agire il senso stesso di una comunità. Noi siamo ripartiti con “David” che è un inno all’ideale - e quindi forse all’utopia - consapevoli che non possiamo permetterci di perdere uno sguardo ideale sulla vita. Abbiamo un estremo bisogno di poesia e bellezza.

Per “David”, dopo il debutto partenopeo, prevedete anche altre rappresentazioni durante la prossima stagione teatrale?
Sì, ritorneremo a Napoli al Teatro Bellini (ad ottobre e a dicembre) e poi saremo in scena a Milano al Teatro Franco Parenti (dicembre). Ci aspettano anche altre tappe, al momento in via di definizione.

Hai già altri progetti in cantiere assieme a Vuccirìa Teatro oppure in autonomia?
Ad inizio settembre debutterà al FITT festival di Tarragona in Spagna una nuova creazione dal titolo “WE ARE NOT PENELOPE - Sobre la fidelidad” firmata Vuccirìa Teatro ed Estigma Teatro, con la produzione del Teatro Bellini di Napoli.
 In realtà questo processo artistico che io condivido sulla scena con altri due performer - il portoghese Nuno Nolasco e lo spagnolo Antonio L. Pedraza - ha avuto inizio ormai tre anni fa quando ci siamo incontrati in occasione di una creazione con Angelica Liddell. In questi tre anni abbiamo attraversato diverse fasi di ricerca e alcune residenze sparse tra i tre paesi. Il progetto è stato completamente ribaltato da quando all’inizio per esempio abbiamo partecipato in Italia alle fasi finali del Premio Dante Cappelletti, cambiando notevolmente impianto drammaturgico e registico. Sono molto legato a questo progetto perché è davvero una creazione collettiva e condivisa che si è evoluta in questi anni, accanto al nostro - personale - percorso di riflessione su un tema come la fedeltà. Ma adesso ci sentiamo finalmente pronti per lanciare questa riflessione al pubblico e proprio in questi giorni abbiamo chiuso il lavoro con le ultime prove a Lisbona.

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Maya Amenduni e Renata Savo, Ufficio stampa Napoli Teatro Festival Italia
Sul web: https://napoliteatrofestival.it

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