Jacopo Venturiero: da Dracula a Cristo, l'importante è donarsi totalmente ad ogni singolo ruolo

Scritto da  Mercoledì, 30 Settembre 2015 

Jacopo Venturiero è artista eclettico, attore, regista e doppiatore capace di destreggiarsi con abilità tanto sul palcoscenico quanto davanti ad una macchina da presa. Menzione speciale al premio "Hystrio alla vocazione" 2006, negli ultimi anni ha indossato innumerevoli ruoli spaziando dalla commedia brillante francese di Honoré de Balzac ai tormentosi labirinti interiori di Henrik Ibsen, dalla drammaturgia contemporanea anglosassone più tagliente sino alla tradizione medievale delle Sacre Rappresentazioni, distillate nel più recente spettacolo, "Passio Hominis", che l'ha visto protagonista nel ruolo di Cristo, diretto da Antonio Calenda e al fianco di Lina Sastri. Un giovane interprete con un vivace talento naturale ed una spiccata sensibilità attoriale, coltivati attraverso gli studi accademici, ed impreziositi da una lucidissima visione dello status quo del panorama teatrale italiano.

 

Jacopo VenturieroCiao Jacopo e benvenuto sulle pagine di SaltinAria! Gli ultimi mesi sono stati per te davvero densi di impegni e nuove avventure professionali; è quindi un vivo piacere avere l'opportunità di soffermarci a ripercorrere ed approfondire le ultime tappe del tuo sentiero artistico. Inizierei però dal presente: dal 16 al 22 luglio ha debuttato nella suggestiva cornice della piazza del Duomo di San Miniato lo spettacolo "Passio Hominis", diretto da Antonio Calenda e con protagonista Lina Sastri; in questo progetto interpreti un Christo carico di umanità e contraddizioni, colmo di amore verso la madre e allo stesso tempo dilaniato tra la concretezza del suo essere uomo e la coscienza di dover adempiere un disegno divino. Puoi raccontarci la genesi di questo lavoro drammaturgico e quali sono state le reazioni del pubblico in occasione del debutto?
Ciao Andrea e ciao a tutti voi di SaltinAria, grazie per avermi ospitato! “Passio Hominis”,che originariamente si chiamava solo “Rappresentazione della Passione”, nasce dalla raccolta, ad opera di una suora del 1500, Maria Jacoba Fioria, di numerose sacre rappresentazioni che venivano ogni anno organizzate nei comuni abruzzesi di Sulmona, Penne, Chieti e L'Aquila. Vi è un'ampia drammaturgia di sacre rappresentazioni medievali e pre-rinascimentali in Italia. Antonio Calenda, ideatore e regista dello spettacolo, nel 1978 fece una selezione di questo repertorio fino a dar vita alla versione che conosciamo oggi. “Passio Hominis”, questo il titolo dato in occasione della Festa del Teatro di San Miniato 2015, ha quindi una storia molto lunga, che inizia nel '78 allo Stabile d'Abruzzo e vede più riprese negli anni con tournèe internazionali che hanno visto avvicendarsi nel ruolo della Madonna attrici del calibro di: Elsa Merlini, Pupella Maggio, Piera degli Esposti. Il linguaggio è semplice e aulico al tempo stesso, con una struttura in versi che raccoglie una lingua a metà fra il latino e il volgare, con dei regionalismi che donano concretezza alla parola e quel sapore popolare necessario perché la Passione di Cristo sia la Passione dell'Uomo.
Il pubblico rimane totalmente coinvolto dalle vicende che vede prendere vita intorno a sé (gli spettatori si trovano anche all'interno della scena), si commuove con noi e partecipa fino alla fine alle sorti di un uomo la cui storia già conosce e al pianto straziato della madre, che è il pianto di tutte le madri del mondo. Immensa nel rendere tale dolore Lina Sastri, con la quale mi sono sentito onorato di lavorare. L'adesione del pubblico è quindi totale, favorita da un'atmosfera magica che si crea durante la rappresentazione, negli spazi all'aperto di un sagrato o all'interno di una Basilica, come è stato il caso di quella di San Bernardino a L'Aquila.

Jacopo VenturieroCome hai lavorato su questo personaggio estremamente impegnativo? Quali sono le cifre caratteristiche della tua interpretazione?
Christo è un personaggio complesso. Innanzi tutto non ci si può basare sull'esperienza, non si hanno corrispettivi nella realtà da cui prendere spunto (come invece per la Madonna la perdita di un figlio) e il sacrificio umano a beneficio di un popolo è un concetto così grande da comprendere, che l'interpretazione non trova certo nella “mimesis” la sua chiave. Egli non soffre da vittima, accetta con grande coraggio e forza un destino più grande di lui al quale è chiamato e cerca di consolare invece una madre straziata che non si dà pace. “Matre or sappi che io t'aio tanto amore/ che più me dole de te che de la Croce”. La sua forza, la sua impetuosità giovanile, la sua ribellione fanno di Christo un personaggio carico di umanità e potenza, senza patetismi o retoriche di sorta. Unico momento di smarrimento nell'orto di Getsemani, in cui egli, sentendosi solo e abbandonato, metterà in discussione se stesso per l'impresa che è chiamato a compiere.
La bellezza e la forza dei versi, poi, mette al bando qualsiasi psicologismo, perché la parola del testo è parola “agita” dal momento stesso in cui la si recita. Tale forza la ricordavo con Alfieri ai tempi dell'Accademia, in cui davvero il verso diventava azione, Teatro. Il rispetto dei versi, pur negli errori metrici della trascrizione orale e dialettale, è stata la prima cosa da osservare. Il giusto peso a ogni parola, il fine verso, gli enjambement. E non capita tutti i giorni, ormai, di avere la possibilità di imbattersi in tali problematiche!
Tutto questo, però, avrebbe avuto un'importanza relativa se al mio fianco non ci fosse stata un'attrice intensa e coinvolta come Lina Sastri. Il rapporto fra Cristo e la Madonna, ovviamente, è cruciale per la costruzione del mio personaggio e Lina in questo è stata fondamentale. Recitare con i bravi attori è importantissimo!

Hai già avuto modo in passato di lavorare con Antonio Calenda in numerose occasioni (ad esempio nel ruolo di Andrea Sarti in "Vita di Galileo" di Brecht, oppure nei panni di Jorgen Tesman, marito dell'ibseniana "Hedda Gabler", o ancora in quelli del truffatore-dongiovanni Michonnin de la Brive ne "L'affarista Mercadet" di Honoré de Balzac). In "Passio Hominis" Calenda declina in chiave moderna la tradizione delle Sacre Rappresentazioni medievali, contaminandola con suggestioni cinematografiche e un'ineludibile esigenza di contemporaneità. Quali individueresti come elementi basilari di questo lavoro registico?
E' un lavoro “semplice”, scarno, complice una scenografia strutturalista: una passerella di travi e cantinelle che si spiega tra il pubblico. Gli attori si muovono su di essa e danno vita non già alla passione di Cristo, ma a una storia che rappresenta la sofferenza dell'uomo in senso più lato, perché la vicenda è trasposta nell'Italia agricolo-pastorale del dopoguerra: la Madonna è seduta alla macchina da cucire e Gesù è vestito con un maglione pesante da contadino. Egli, alla fine, morirà non appeso alla croce, ma crivellato da una scarica di mitra, come Aldo Fabrizi nel finale di “Roma città aperta”. Echi lontani di un Paese povero: nelle apparizioni poetiche e miserabili di una compagnia di guitti da avanspettacolo, nei tanghi da balera sulle note di una fisarmonica, nelle apparizioni del Povero affamato in cerca di un pezzo di pane (viene così messa in scena l'eucarestia). Lo spettacolo a tratti ricorda, volutamente, l'ingenuità di certe recite oratoriali, con il siparietto che si apre e si chiude e l'angelo con le alucce di piume. Questi elementi, apparentemente incongruenti e buffi, danno per contrasto una forza enorme a tutta la vicenda e riportano alla luce l'autenticità di queste rappresentazioni, organizzate sui sagrati delle chiese dei paesini di una volta.

Jacopo VenturieroAl tuo fianco in primo luogo la già menzionata Lina Sastri - magistrale nel ruolo di una Madonna dolente nell'incarnare lo strazio di una Madre dinanzi all'estremo sacrificio del proprio Figlio - e a seguire la nutrita compagnia di primissimo livello formata da Francesco Benedetto, Jaqueline Bulnes, Antongiulio Calenda, Alessandro Di Murro, Stefano Galante, Marco Grossi, Daniele Parisi, Luciano Pasini, Bruna Sdao, Noemi Smorra, Stefano Vona. Quali dinamiche si sono instaurate all'interno della compagnia nell'incarnare questo impegnativo progetto?
E' stato un po' come tornare alle origini, perché molti di noi hanno fatto l'Accademia nello stesso periodo e alcuni erano addirittura nella stessa classe: è stata un'occasione per rincontrarci dopo 10 anni e lavorare insieme. Con altri, invece, avevo già lavorato in precedenti spettacoli di Calenda.
Si è creato un bellissimo clima di lavoro e un ottimo gruppo!

Lo spettacolo è tornato in scena a L'Aquila il 25 agosto in occasione della Perdonanza Celestiniana ed approderà il 9 novembre prossimo, a Firenze, nella prima serata del Convegno ecclesiale nazionale. Sono previste ulteriori date e magari una futura circuitazione con una più lunga tenitura nelle principali città italiane?
L'intenzione è quella di portarlo a Roma come spettacolo del Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco, magari con una lunga tenitura che dia la possibilità a tanti di vederlo. Per il futuro ci auguriamo anche una tournée!

Nella scorsa stagione teatrale hai recitato anche in "Cock" di Mike Bartlett, portato in scena con la regia di Silvio Peroni, e con al tuo fianco Margot Sikabonyi, Fabrizio Falco ed Enrico Di Troia. Dopo il debutto di tre anni fa nell'ambito del festival romano "Trend, nuove frontiere della scena britannica", lo spettacolo è tornato in scena al Teatro Filodrammatici di Milano all'interno della rassegna "Illecite Visioni". Ci racconti il tuo personaggio e le peculiarità di questa originalissima e corrosiva riflessione sui nostri tempi in cui ogni barriera sessuale è ormai precipitata?
COCK è la storia di John, fidanzato da tanti anni con U, un uomo più grande di lui di 10 anni; improvvisamente, però, egli scopre di essere innamorato anche di una donna, sconvolgendo così non solo la propria identità sessuale, ma la propria identità come individuo: “Io non so chi essere”. La cosa curiosa, però, è che nella pièce l'unico ad avere un nome è proprio lui.
COCK è un testo straordinario, scritto da Mike Bartlett e messo in scena per la prima volta nel novembre 2009 al Royal Court Theatre di Londra e premiato nel 2010 con l’Olivier Award.
L'autore non vuole scenografie, costumi né pantomime, eppure molte scene si svolgono in metro, durante una cena, in diversi ambienti della casa di John... l'attenzione dello spettatore deve concentrarsi esclusivamente sull'azione drammatica. La regia di Silvio Peroni, un bravissimo e attento regista di attori, minuzioso nel ricostruirne dinamiche e relazioni, restituisce appieno tali propositi. Io interpreto U (Uomo appunto) un affermato broker finanziario; sue sono quella concretezza e praticità derivanti dal proprio lavoro, totalmente in antitesi con l'ignavia e la mancanza di coraggio nel prendere decisioni di John, ma anche patetico e ferito come una donna nel meraviglioso confronto finale, durante una cena in cui è invitata anche lei e il padre di U, chiamato appositamente per difendere il figlio. Il finale, poi, lascia l'amaro in bocca e conferma l'importanza e lo spessore di un testo come COCK.
Questo è il teatro che mi piace fare, quello concentrato sugli attori, sulla recitazione, perché è diventato così difficile oggi andare a Teatro e riuscire a seguire una storia senza effetti, luci, travestimenti e stravolgimenti totali del conflitto. Ecco, forse ci sono troppe riletture e sempre meno letture e questa, per riprendere un pubblico sempre più allontanato dal Teatro, non mi sembra un'ottima strategia, a mio avviso.
In scena assieme a me: Fabrizio Falco, Enrico di Troia e Sara Putignano.

Jacopo VenturieroRiproporrete "Cock" anche nella prossima stagione per coloro che finora non avessero colto l'occasione di vedervi in scena?
Certamente, faremo una tournèe nel 2016 che ci vedrà a Roma al Teatro dell'Orologio a fine gennaio e a Milano al Teatro Franco Parenti a fine febbraio, poi Genova, Caserta e altre città. La tournèe completa potete seguirla sulla mia pagina facebook: Jacopo Venturiero.

A testimonianza del tuo sorprendente eclettismo di interprete, ti abbiamo anche apprezzato al Teatro Stanze Segrete di Roma con la Compagnia dei Masnadieri in un'intima, suggestiva rivisitazione del mito immortale del sanguinario conte Dracula, proprio nei panni del mefistofelico vampiro. Che ricordo custodisci di questo progetto?
Quando Jacopo Bezzi, della compagnia dei Masnadieri, mi ha chiamato per propormi “Dracula. La leggenda”, mi sembrava un sogno di bambino che prendeva vita; chi non ha mai immaginato da piccolo, anche solo per un attimo, di essere Dracula? Ho subito detto sì a scatola chiusa, considerando unica l'opportunità di interpretare un ruolo simile e avendo già visto un bellissimo lavoro dei Masnadieri: “Coco Chanel. Il profumo del mistero”. Lo spazio angusto e intimo del Teatro Stanze Segrete di Roma, poi, lasciava presagire atmosfere suggestive e cupe, che mi sembravano molto adatte ad uno spettacolo del genere. Jacopo Bezzi e Massimo Roberto Beato, l'autore dell'adattamento dal romanzo di Bram Stoker, parlando nel loro spettacolo di spasmodica sete di giovinezza, strizzavano l'occhio all'oggi, alla bellezza cercata e voluta a caro prezzo, al bisogno di non invecchiare mai, di essere sempre giovani a costo di macabri surrogati in silicone. E' una sete che in questo spettacolo si trasforma in condanna: Dracula non è solo carnefice (lo è suo malgrado), perché costretto a riperpetrare gli stessi atti nei secoli, vittima della sua stessa condizione. Questo mi affascinava molto dell'adattamento di Beato: “Non avere la possibilità di invecchiare è terribile”, “C'è qualcosa di peggio della morte: vivere senza sentirsi vivi!”.
Ne è venuta fuori la maschera non banalmente di un vecchio, ma di una figura denutrita e famelica, che si trascina stanca e al tempo stesso triste, in attesa di tornare a nutrirsi del sangue di altre vittime. Una rilettura, questa, che arriva a identificare, sul finale, la figura del vampiro con quella di un attore da avanspettacolo, tra i lustrini e le paillettes di un numero di varietà, giovane e sorridente; come a ricordarci che i novelli conti Vlad sono ovunque, pronti a succhiarci il sangue senza che ce ne accorgiamo, trovandoceli improvvisamente tra “capo e collo”. In scena con me: Massimo Roberto Beato, Nicoletta La Terra e Maria Teresa Pintus.

Hai avuto modo di lavorare con numerosi grandi maestri tra cui ad esempio Albertazzi, Scaparro, Branciaroli, Popolizio e Calenda. Con chi ti piacerebbe collaborare nel prossimo futuro?
Da quando ho visto al Teatro Valle di Roma “La trilogia della villeggiatura”, sono rimasto totalmente affascinato dal modo di lavorare e di dirigere di Toni Servillo, attore straordinario, che ho avuto poi la fortuna di conoscere. Ecco, lavorare con lui sarebbe bellissimo. Purtroppo le possibilità di prendere parte a questi spettacoli si è molto ridotta negli anni, perché sempre meno sono le produzioni in circolazione e diverse, ahimè, le dinamiche di selezione degli attori: il teatro versa in una situazione così difficile, che dire tragica sarebbe riduttivo. Spero che succeda presto qualcosa, ma sono molto sfiduciato!

Jacopo VenturieroAll'attività teatrale accompagni la frequentazione del mondo cinematografico e della fiction televisiva, nonchè l'attività di doppiatore. Quali aspetti del tuo mondo attoriale queste dimensioni consentono di porre maggiormente in luce?
Anche se in maniera diversa, ognuno di questi ambiti che hai elencato richiede uguale professionalità e dedizione. L'attore, mettendosi al servizio del ruolo che è chiamato a interpretare, si dà totalmente ad esso, che sia con corpo e voce, come in teatro o diversamente nel cinema e nella televisione, o solo con la voce, come nel caso della Radio e del Doppiaggio. Ma non vedo differenze.

Quali progetti hai in cantiere per il prossimo futuro?
A novembre doppierò Seth Rogen nel film “Steve Jobs”di Danny Boyle, dagli stessi sceneggiatori di “The social network”, con Fassbender e Kate Winlset; uscirà nelle sale a gennaio. Sono molto contento, perché il doppiaggio è un altro ambito del mio lavoro che mi appassiona molto.

Prima di salutarci vuoi aggiungere qualcosa oppure rivolgere un saluto ai lettori di SaltinAria?
Vorrei ringraziare te Andrea, che mi segui ormai da tempo e i lettori di Saltinaria, se avranno avuto la pazienza e la voglia di leggere fin qui. Grazie a tutti e a presto!

Intervista di: Andrea Cova
Foto di: Luigi Baglione, Sabrina Gazzola, Manuela Giusto
Sul web: Profilo Facebook Jacopo Venturiero

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