Isa Barzizza: L’eleganza e la dolcezza di una signora del palcoscenico

Scritto da  Francesco Mattana Mercoledì, 27 Febbraio 2013 

La vita è piena di coincidenze. Nell’immediato Dopoguerra recitava con Macario ne "Le educande di San Babila". Ora è proprio il Teatro San Babila ad accoglierla in questi giorni con "Gl’innamorati" di Goldoni. Che ricordo ha di quella Milano?
Ho un ricordo nitidissimo, certe immagini forti rimangono impresse nella memoria. La guerra era finita, ma Milano come sai aveva patito più di altre città gli orrori dei bombardamenti, perciò mostrava ancora i segni di quella terribile esperienza. Si avvertiva però nell’aria anche la voglia di ricominciare. Io poi ero una ragazzina, non avevo nemmeno 18 anni e sentivo l’entusiasmo di chi si affaccia alla vita. Dunque muovevo i primi passi nel palcoscenico, dopo aver superato faticosamente le resistenze di mio padre. Il quale alla fine cedette, ma a patto che avessi come accompagnatrice una governante.

 


Suo padre, Pippo Barzizza, è stato un grandissimo direttore d’orchestra e compositore. Ne ha ereditato il talento musicale?
Credo che con un po’ di applicazione, impegnandomi seriamente, avrei fatto qualche passetto avanti anche nella musica. Senza ambire, ovviamente, a eguagliare la bravura di mio padre. Negli anni della Rivista ero intonata, avevo orecchio, quindi sicuramente una parte del Dna l’ho ereditata. Con la musica ho avuto un rapporto conflittuale: mio padre voleva che studiassi pianoforte, mi aveva obbligata e sentivo il peso di una costrizione. Non amando il pianoforte, non lo studiavo come si deve.
Ha recitato con Totò in undici film, alcuni dei quali rimasti nell’immaginario collettivo. Si diceva che il Principe fosse un uomo malinconico.
Non saprei raccontare il Totò privato: avevo 19 anni, lui era già un cinquantenne e a quei tempi non poteva esistere amicizia tra persone così distanti anagraficamente. Posso dire però che il Totò compagno di lavoro era correttissimo, una persona squisita.
Si diceva fosse anche uno ‘sciupafemmine’
Proprio per via del fatto che non c’era amicizia tra di noi, non avevo una tale confidenza da poter conoscere nel dettaglio la sua vita privata. Di sicuro non mi ha mai ‘sciupato’, e non ci ha nemmeno provato. Non l’avrei proprio preso in considerazione, per me un uomo di cinquant’anni era vecchissimo. Adesso succede che una giovane donna si innamori di un anziano fascinoso, allora era impensabile. Tra l’altro, con tutto il rispetto e la devozione per il Genio della Risata, tutto si può dire tranne che fosse un bell’uomo.
Il 3 gennaio 1954, primo giorno di programmazione della TV italiana, lei era in onda con un Atto Unico.
Esatto. Peraltro un Atto Unico di Goldoni (Osteria della posta), quindi torno a Goldoni dopo tantissimi anni. Durante il periodo della tv sperimentale ho fatto una ventina di commedie in diretta: era come fare uno spettacolo teatrale davanti al pubblico, solo che la platea era molto più ampia. Mi ricordo ad esempio Spirito allegro di Coward: il regista aveva provato i primi effetti speciali rudimentali, che richiedevano un certo dispiego di mezzi tecnici. Ebbene, si erano talmente intrecciati i cavi delle telecamere che il secondo atto l’abbiamo dovuto fare solo con una telecamera. Decisamente parliamo di altri tempi.
Sempre in quella Rai dei primi tempi, divise la scena con un imberbe Luca Ronconi. La commedia si chiamava "Come lui mentì al marito di lei", la regia era di Anton Giulio Majano.
Ho molta stima del Ronconi regista, mi dispiace molto non averlo più incontrato in ambito lavorativo. Per fortuna si accorse in tempo che come attore non era eccezionale: abbiamo perduto un attore modesto per guadagnare però un grandissimo regista.
Questo ritorno a Goldoni, dopo tanti anni, come lo sta vivendo?
Molto bene. Mi affascinano i caratteri goldoniani, e mi diverte molto il personaggio che porto in scena. I primi giorni di prove ero un po’ perplessa, non riuscivo a capire dove volesse arrivare questo giovane regista. Poi però sono entrata in sintonia quasi subito, ho sposato le sue idee in pieno. È uno spettacolo poi che cambia di stagione in stagione, sempre nuove sorprese.
Ho l’impressione che si goda molto di più il teatro ora che ha un’età matura rispetto agli anni della Rivista.
È proprio così. Non ho più la preoccupazione della carriera; non sono ricca ma potrei vivere benissimo senza lavorare, per cui lo faccio solo perché mi diverte. Questo testo poi dà grandi soddisfazioni a noi attori: il pubblico è molto interattivo, partecipa molto all’ azione scenica. C’è da dire poi, e non lo dico certo per piaggeria, che il pubblico milanese è un bellissimo pubblico, ha da sempre una marcia in più. Andiamo in scena al S.Babila, un teatro che sta vivendo delle spiacevoli vicissitudini. Ci dispiace molto come compagnia, saremmo molto tristi se dovessimo essere uno degli ultimi spettacoli in cartellone.
Le è mai capitato in gioventù di provare il sentimento dell’invidia nei confronti di qualche collega?
Devo dire la verità, non ho mai provato invidie. E non perché sia particolarmente buona, ma semplicemente perché mi ritenevo una ragazza fortunata, con un padre famoso che mi ha spianato la strada del successo. In cartellone appariva Isa scritto in piccolino e Barzizza a caratteri enormi, perché il cognome di mio padre era un richiamo.
Invidia no. Ma qualche rammarico?
Certamente avrei voluto sfruttare qualche occasione importante in più nel cinema. Fermo restando che i film commerciali a cui ho partecipato erano tutti dignitosi, non li rinnego, però effettivamente il treno del cinema l’ho perduto. Purtroppo la mia vita privata ha preso una piega spiacevole, e a un certo momento ho dovuto interrompere. Il dolore della perdita di mio marito mi ha fatto patire molto, non sentivo più il richiamo della ribalta.
A un certo momento, dopo trent’anni in cui si è occupata con successo di una società di doppiaggio, è tornata la voglia di palcoscenico.
In realtà non ci pensavo neanche. È capitato che il giovane regista Geppy Gleijeses mi proponesse a cena un Feydeau, e mi son detta: “Perché non ricominciare?”. Poi il progetto naufragò perché nel frattempo avevo accettato un’offerta per una programma televisivo su Raitre. E sai chi era il mio partner in quella trasmissione? Fabio Fazio.
Il programma era "Mai dire mai", dedicato alle persone di una certa età. Che ricordo ha di quel Fazio in tenera età?
Un ricordo splendido, anche se il programma era stato un flop. Fazio era un ragazzo delizioso: me lo ricordo spaventato perché gli scadeva il contratto con la Rai e aveva paura che non glielo rinnovassero. Io gli dissi: “Sei talmente bravo che è sicuro andrai avanti con grandi successi”. Sono stata una buona profeta, ma non era difficile prevedere il successo di Fabio.
Che progetti la attendono per il futuro?
Proprio oggi mi hanno mandato un copione televisivo: lo terrò in considerazione solo se il ruolo ha un senso, vedremo insomma se val la pena. A teatro mi piacerebbe fare un bel Neil Simon. E poi ho un così bel ricordo de La dodicesima notte con la regia di Renato Castellani, nei primi anni Cinquanta, che mi piacerebbe tanto riprendere uno Shakespeare. Ci sono tanti ruoli shakespeariani per signore della mia età.
Non esistono purtroppo immagini di Totò ripreso a teatro. Noi ragazzi cosa ci siamo persi?
Vi siete persi tanto perché se Totò al cinema faceva ridere dieci, in teatro faceva ridere cento. Lo sketch del Vagone Letto è nato a teatro, il debutto lo facemmo proprio qui a Milano al Nuovo. Ogni sera aggiungeva qualcosa: dagli otto minuti iniziali si era arrivata a cinquanta minuti. Non ho mai sentito il pubblico ridere così tanto come con Totò.
In attesa dei tanti progetti che ancora la attendono, possiamo fare un primo bilancio della sua vita?
Credo che non aver dedicato tutta la vita al teatro abbia avuto i suoi indubbi vantaggi. Innanzitutto ho potuto essere una madre molto presente, e questa è la cosa più importante. Poi ho potuto coltivare degli hobby: ho attraversato l’Atlantico con la barca a vela; ho imparato a sciare a 43 anni. Ho vissuto, insomma, una vita più variegata rispetto ad altre colleghe che hanno preferito lasciarsi assorbire dal teatro. Sono contenta.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Sul web: www.teatrosanbabila.it

 

 

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