Intervista doppia a Alessandra Basile e Valentina Pescetto, le anime di Effort

Scritto da  Francesco Mattana Giovedì, 06 Giugno 2013 

“Siamo in missione per conto di Dio”: questo era il leitmotiv che accompagnava le scorribande dei Blues Brothers. Le nostre due amiche, con più umiltà ma uguale tenacia, lo traducono in: “Siamo in missione per conto della compagnia Effort”. Non è certo per mero capriccio che si sono buttate anima e corpo su questo progetto: è la passione per il teatro, trascinante e inarrestabile, il motore delle loro convulse giornate. Solo il destino porta due biografie così differenti a incrociarsi. Il caso ha voluto che due tipologie fisiche e caratteriali difformi si incontrassero. Da quel dì ormai lontano non si sono più lasciate. Squadra che vince non si cambia, recita il proverbio: dopo il successo di Closer al Tertulliano, hanno trovato ulteriore conferma a questa loro convinzione. Non è la prima volta che da spettatori ci accostiamo al testo di Patrick Marber: ogni volta, il piacere di una storia coinvolgente, che parla di sentimenti, paure e frustrazioni universali. Alessandra e Valentina, come sempre, hanno messo a disposizione il proprio bagaglio di talento e ispirazione creativa. Con l’aiuto dei partner in scena Gianluca Sollazzo e Simone Spinazzè, della regista Adriana Milani e dell’acting coach Michael Rodgers è venuta su una pièce coi fiocchi.

 

 

 

Il successo del vostro spettacolo è la dimostrazione che siete capaci di instaurare un rapporto closer (più intimo) col pubblico. Praticamente, riuscite laddove i due personaggi Anna e Alice falliscono.
Alessandra: C’è da dire che Marber pone una domanda a se stesso e agli altri: è veramente giusto avvicinarci troppo nei rapporti interpersonali? Il rischio c’è a stare troppo vicini.
Valentina: Sono felice che siamo riuscite a creare questa intimità col pubblico. Entrare in questi personaggi al 100%. è stato un lavoro intenso ma bellissimo.
Il teatro lo vivete come una possibilità o una necessità?
Alessandra: Senz’altro una necessità. La soddisfazione è vedere come gli spettatori alla fine dello spettacolo, oltre ai consueti complimenti di rito, aggiungano: “Si vede che dietro c’è un lavoro impressionante”.
Valentina: Confermo, è una necessità. In camera mia c’è un manifesto con su scritto: “The Effort is all”.
A quando risalgono le prime avvisaglie di un talento recitativo?
Alessandra: Prestissimo, avevo nove anni. Peraltro la mia strada poteva tranquillamente essere in discesa, dal momento che avevo uno zio di nome Luciano Salce. Purtroppo i miei non diedero il via libera, così ho dovuto combattere con le unghie e con i denti per raggiungere il mio scopo.
Valentina: Io ho scoperto più tardi la recitazione. Ho una formazione da danzatrice, solo dopo ho sentito che mancava qualcosa nel mio percorso artistico. Tra l’altro, vedi le coincidenze della vita, la mia prima scena l’ho recitata con Alessandra, era un monologo di Strindberg.
E l’alchimia come è scattata?
Alessandra: Ci accomuna la passione infinita per il mestiere che facciamo. Vero che abbiamo età diverse, ma posso dirti che alle lezioni col nostro coach la fascia anagrafica oscillava tra i sedici e i cinquant’anni. Il teatro non ha età.
Valentina: È proprio così: il rapporto intenso e puro che instauri con chi ha la tua stessa passione non è equiparabile neppure al rapporto con chi ti conosce da sempre.
Per mettere subito in chiaro che il teatro è fatica, avete dato alla vostra compagnia il nome Effort. I giovani che si accostano alla recitazione sono consapevoli degli sforzi che li attendono?
Alessandra: Sono testimone oculare di situazioni molto tristi: provini in cui gli attori si presentano impreparati, poi riescono a farsi strada solo perché hanno gli agganci giusti. La verità è che i grandi attori, quelli che hanno già un nome, continuano a fare teatro seriamente perché sanno che è una palestra.
Valentina: Lo sforzo è appagamento. Solo chi ha la disciplina e la costanza per mettersi alla prova può capirlo.
Due donne che hanno saputo prendere in mano la propria vita, questo è il riassunto del vostro percorso finora. Non credete che questo proliferare di violenze sulle donne sia dovuto all’incapacità, da parte di molti maschi, di accettare l’emancipazione del genere femminile?
Alessandra: Intanto bisogna fare una riflessione non ipocrita anche sulle donne che vanno a scegliersi uomini così. Detto questo, io stessa ho avuto a che fare con fidanzati che non accettavano le mie scelte. Il colmo poi è che son venuti a vedermi a teatro solo dopo la fine delle storie. Poi arrivava la classica domanda: “Ma i baci in scena erano veri?”. Da lì, ho capito perché li avevo lasciati.
Valentina: Devo dire che io sono stata più fortunata con gli uomini. Hanno apprezzato che fossi una donna indipendente, hanno capito che il palcoscenico per me è linfa vitale.
Nel 2013 ci hanno lasciato tre grandi protagoniste del teatro: Mariangela Melato, Anna Proclemer, Franca Rame. A quale modello vi sentite più vicine?
Alessandra: Alla Melato. Aveva una formazione tecnica impeccabile, una presenza scenica incredibile. Mi ha colpito in particolare la sua interpretazione nella Medea.
Valentina: Ho un amore artistico per Franca Rame. In particolare il monologo Lo stupro mi ha scosso tantissimo. Quando ho interpretato The dreamer examines his pillow di John Patrick Shanley dovevo scavare in profondità dentro le mie paure e una delle mie paure è appunto lo stupro. Ogni volta prima di entrare in scena guardavo quel video e mi venivano i brividi. Altra coincidenza che mi impressiona: Franca è venuta a mancare proprio il giorno dopo l’ultima replica di Closer.
Avendo a disposizione un budget illimitato, quali partner maschili avreste scelto?
Alessandra: Ho molta stima per Alessio Boni, non saprei identificarlo nello specifico in uno dei due ruoli. Nei panni di Larry vedrei bene Filippo Nigro ma anche Filippo Timi. Tra l’altro Timi, quando ancora non era conosciuto recitò al Tertulliano. Speriamo questo teatro porti fortuna.
Valentina: Marlon Brando sarebbe stato un Larry perfetto. Ma visto che stiamo volando con la fantasia, diciamolo pure: Clive Owen e Jude Law sarebbero il nostro sogno proibito.
Si parla molto di morte nel vostro spettacolo. Speriamo non siate superstiziose.
Alessandra: Vero che sono in parte napoletana, ma per fortuna ho la lucidità per capire che sono tutte sciocchezze.
Valentina: Ho dei portafortuna, ma hanno solo un valore rassicurativo. Molti attori sono scaramantici forte ma è un errore, nessuno di noi ha il potere attraverso amuleti e rituali di condizionare la realtà.
Quale drammaturgo potrebbe raccontare la vita che avete vissuto finora?
Alessandra: Tennessee Williams, perché amava molto le donne, aveva una grande sensibilità nell’afferrare le mille sfaccettature dell’universo femminile.
Valentina: Direi Marber: da tre anni sto dietro a questo testo, ho trovato effettivamente un’identificazione in molte scene. Alice è una donna che ama per davvero.
Il film della vostra vita di che genere è?
Alessandra: Una commedia dark, una black comedy, di quelle che fanno ridere ma con un retrogusto amaro.
Valentina: Un bel dramma romantico.
Avete presente lo Speaker’s Corner di Hyde Park, dove la domenica mattina personaggi stravaganti intrattengono i passanti coi loro discorsi? Immaginate di fare altrettanto parlando del teatro.
Alessandra: Questo sarebbe il mio esordio: “Il teatro deve vivere, spingere la gente a riflettere su tematiche che altrimenti passano così. È nato catartico? Deve esserlo ancora ancora”.
Valentina: Io comincerei così: “Il teatro è passione, sforzo ma lo sforzo viene ripagato. Seguite i vostri sogni, non accontentatevi. Il talento è importante, ma ancor di più quel che fai col tuo talento. Un talento sprecato è ancor peggio di non avere talento”
“L'attore non prova il sentimento che esprime. sarebbe perduto se lo provasse” (F.Nietzsche)
Alessandra: Vero. L’attore deve immedesimarsi al 90% ma c’è un 10% di lucidità che permette di non impazzire. Altrimenti si fa la fine di Vivien Leigh, che fece un’interpretazione da Oscar in Un tram che si chiama desiderio ma poi la portarono in manicomio come il suo personaggio Blanche.
Valentina: L’immedesimazione totale coi propri personaggi è molto pericolosa.
“Lo strumento dell'attore non sia il corpo, ma il proprio universo psichico” (K.Stanislavskij)
Alessandra: Assolutamente condivisibile. Il proprio mondo interiore è ciò che rende unico l’attore
Valentina: Alice è mia perché c’è dentro il mio percorso di vita, il mio apporto personale alla costruzione del personaggio.
Gli attori conquistano il nostro cuore ma non danno il loro; però ingannano con grazia (J.W.Goethe)
Alessandra: Rispetto per Goethe, ma su questa affermazione non mi trovo d’accordo. L’attore deve innanzitutto dare, siamo lì per dare il nostro cuore.
Valentina: Goethe faceva senz’altro riferimento all’atteggiamento di alcuni attori suoi contemporanei. Noi due usiamo un metodo diverso dal loro, siamo più generose.
Il piacere del successo per un attore è niente in confronto a quello che gli procura l'insuccesso di un collega.(J.P.Belmondo)
Alessandra: Dico la verità, anche se qualcuno non crederà alla mia buona fede: se mi accorgo che un collega più bravo di me ce l’ha fatta, per me è una motivazione. Se le persone che lavorano col nostro coach vanno avanti la prima cosa che penso è che siamo su una bella barca.
Valentina: Anch’io dico la verità e può darsi che qualcuno non ci creda: l’invidia in senso negativo non mi appartiene. Anche ai tempi della danza seguivo chi aveva più esperienza di me, era un piacere stare a sentire i loro consigli.
Milano che personaggio teatrale è?
Alessandra: Non sono particolarmente affezionata a Milano: riconosco che mi sta dando tanto, ma se mi chiedi un’associazione di questo tipo ti citerò un personaggio non positivo. Penso al protagonista de La capra di Edward Albee: emotivamente freddino, scostante, non sa scegliere tra la moglie e la capra.
Valentina: Milano ha dei tratti di Alice. È una ragazza giovane che ha voglia di vivere la vita con leggerezza, ma si ritrova smarrita per le vicissitudini sentimentali. Sì, Milano ha qualcosa di Alice.
Oltre ad essere due brave attrici, avete anche l’onestà intellettuale per guardarvi allo specchio e riconoscere alcuni vostri limiti.
Alessandra: Io ad esempio non mi sono mai cimentata in ruoli molto sensuali. Ho provato in alcune occasioni a tirar fuori questa chiave ma ho sentito un certo disagio. Ad ogni modo, è un limite superabile.
Valentina: Per quanto mi riguarda è la rabbia il tasto che tiro fuori con maggiore fatica. A livello caratteriale io sono molto razionale e poco istintiva. Però, il coraggio che ci ha portato a creare Effort ci accompagna anche nel superare questi limiti. Siamo due combattenti.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

 

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