Giuseppe Sartori: l’urgenza di un teatro necessario ed onesto

Scritto da  Lunedì, 19 Dicembre 2011 
Giuseppe Sartori

Il giovane attore veneto, uno dei protagonisti del magmatico universo drammatugico di ricci/forte, è tra gli interpreti più talentuosi e promettenti della nuova generazione teatrale italiana grazie ad un innato carisma, ad una sorprendente potenza espressiva e a una poliedricità di sfumature recitative di rara completezza e intensità. Lo abbiamo incontrato a Roma, dopo la presentazione in anteprima del progetto “Wunderkammer Soap” nella sua interezza, nell’ambito del RomaEuropa Festival.

 

 

Ciao Giuseppe e benvenuto sulle pagine di SaltinAria! Per iniziare mi piacerebbe che ci parlassi di quando è nata la tua passione per il teatro. Cosa ti ha indotto a sceglierlo naturalmente come mezzo espressivo e professione?

Seguendo il più classico dei percorsi, ho iniziato a scuola al liceo con un laboratorio di teatro. La cosa particolare è che, mentre solitamente c’è una figura che ti segue, magari un maestro oppure un operatore, invece nel nostro caso facevamo tutto in maniera autonoma, un po’ artigianale e immagino che sicuramente ne scaturissero dei risultati piuttosto imbarazzanti. La passione per il teatro è quindi sorta spontaneamente in questo modo: io e due miei compagni di classe trascorrevamo le ore di lezione a cercare di scrivere pezzi di drammaturgia, che poi in realtà specialmente agli inizi erano alquanto terrificanti, però ci divertivamo con semplicità e ci appassionavamo sempre di più giorno dopo giorno; quello che originariamente nasceva come il corso di teatro dell’intera scuola, era però frequentato da tutti gli studenti della mia classe, in pratica ce ne eravamo letteralmente impadroniti. Da questo punto di partenza è nato tutto, poi ho seguito un corso di teatro nella zona da cui provengo, a Montebelluna in Veneto, e, una volta superata la maturità, ho inviato una domanda al Piccolo di Milano. Si è trattato di un puro caso, nel senso che non volevo più spedire la domanda, l’avevo compilata e poi lasciata abbandonata lì sulla scrivania perché avevo visto sul sito internet che erano già state presentate mille e cento domande. Inoltre in realtà nel frattempo mi ero anche iscritto all’università, lingua cinese, una cosa dunque che non riguardava minimamente l’ambito della recitazione e dell’arte, un argomento di studio che però mi ispirava. Quindi mi ero detto, seguiamo questa strada; poi mia mamma, che lavora in posta, a mia insaputa ha preso la lettera e l’ha spedita senza nemmeno sapere secondo me esattamente cosa fosse. Dopo un primo provino, in cui si dovevano proporre un monologo ed un dialogo, da mille e duecento siamo passati in cento; un provino non particolarmente difficoltoso in quanto ciascun candidato presentava ciò che gli era maggiormente congeniale, veniva valutata l’impronta, l’attitudine naturale, la presenza scenica. Il secondo provino invece, decisamente più impegnativo, durava cinque giorni: ti spediscono una busta contenente un monologo, una canzone, una poesia ed un tema di mimo, poi tu lavori per cinque giorni lì a Milano assieme agli insegnanti così hanno anche l’opportunità di osservare la tua modalità di interazione e la velocità di apprendimento. Così sono stato preso ed il corso in accademia è durato tre anni, un percorso formativo di grande importanza per la mia crescita, che ha arricchito enormemente il mio bagaglio personale di attore e individuo.

Giuseppe SartoriTerminati gli studi, prima dell’incontro con l’universo di ricci/forte, quali erano state le tue precedenti esperienze nel campo della recitazione?

Appena uscito dall’Accademia ho cominciato a lavorare al Piccolo, prima con Carmelo Rifici, poi ho recitato in alcuni spettacoli destinati ai ragazzi nell’ambito di un’iniziativa di teatro-scienza, un progetto che si prefiggeva appunto l’obiettivo di avvicinare la scienza ai ragazzi attraverso il teatro. Hanno quindi assegnato a me e ad un mio compagno un testo che raccontava la storia di due matematici, Ramanujan e Hardy, che all’inizio del Novecento effettuarono ricerche di straordinaria rilevanza nell’ambito della teoria analitica dei numeri. Fu un’esperienza molto divertente! Poi a maggio del 2009 ho fatto il provino con ricci/forte per “Macadamia Nut Brittle”.

“Macadamia Nut Brittle” è stato lo spettacolo che ha segnato il tuo ingresso nella compagnia e una consacrazione unanime presso critica e pubblico della drammaturgia di Stefano Ricci e Gianni Forte. Qual è stato il tuo impatto con una creatività così geniale, visionaria e lontana dagli schemi accademici?

L’impatto è stato sicuramente dirompente in quanto incontravo per la prima volta qualcosa di profondamente diverso dal teatro, dalla drammaturgia che avevo sino ad allora conosciuto e sperimentato sulla mia pelle. Al provino si poteva presentare un testo oppure no, io ho preferito non portarlo ed abbiamo lavorato per improvvisazione, loro ci fornivano degli input e si andava su quelli, sia drammaturgicamente che fisicamente. Si trattava pertanto soprattutto di un provino su improvvisazione, poi è andata bene, mi hanno preso e ho cominciato a lavorare con loro in occasione della presentazione del primo studio di “Macadamia” all’edizione del 2009 della rassegna Garofano Verde. Abbiamo fatto un mese di prove, all’inizio un’esperienza davvero difficoltosa, oserei dire terrificante, al punto che ovviamente volevo andar via, volevo scappare. Dico “ovviamente” perché questa è una caratteristica che mi appartiene in ogni aspetto della vita, quando inizio qualcosa di nuovo devono passare alcuni giorni per metabolizzarla, la mia prima reazione altrimenti sarebbe sempre e comunque quella di fuggire via; ormai so che non devo darmi troppo ascolto, devo concedermi qualche giorno. All’inizio non capivo cosa fare, non capivo come mettermi in quel lavoro, quale poteva essere il mio contributo originale e personale. Mi sono concesso alcuni giorni e ho cominciato a trovare la chiave giusta per addentrarmi nell’ universo drammaturgico di Stefano e Gianni, ho capito in che modo anche lavorare con loro. Non è stato un impatto semplice, ho compreso come rapportarmi al loro teatro anche successivamente, dopo il debutto, quando abbiamo continuato a lavorare assieme e ancora adesso capisco altre cose. E’ un lavoro che mi stimola enormemente, sono contentissimo di far parte della compagnia.

Si tratta di un teatro che richiede moltissimo agli attori sia fisicamente che emotivamente, imponendo loro di mettersi completamente a nudo di fronte allo spettatore, non solo nel senso letterale del termine ma soprattutto in termini dell’abbattimento di ogni resistenza, pudore o schermo protettivo. E’ stato difficoltoso riuscire a scavare in profondità e arrivare ad offrirsi senza riserve, performance dopo performance, al pubblico?

Assolutamente sì, si tratta di un lavoro estremamente impegnativo sul piano recitativo, fisico e interiore. Nel mio percorso con loro se penso a Macadamia il mio apporto è stato minimo, anche a livello di improvvisazioni drammaturgiche; ero sempre un po’ riluttante, avevo eretto le mie difese, centellinavo la mia apertura a questo lavoro di intensa ricerca psicologica. Ora non so se sono crollate queste difese, rimango io col mio essere riservato su certe cose, ma col tempo anche il mio modo di contribuire al lavoro è cambiato. E’ stato piuttosto difficile spalancare tutte le mie difese nel rapportarmi con il pubblico, è un processo, un tipo di indagine che a scuola, almeno lì al Piccolo, raramente si affronta. La formazione che ti viene impartita rimane sempre ad un livello eminentemente tecnico, molto poco intimo, nel confrontarsi con i testi. E’ una scelta, nel senso che preferiscono darti le basi senza sconfinare troppo nel lavoro tuo personale. Quello rappresenta un passo ulteriore che devi compiere in autonomia, se ti interessa e lo ritieni basilare per la tua crescita professionale. Per me era una cosa nuova, anche il cominciare a pensare a quanto da me doveva venire nell’affrontare i testi di ricci/forte. Nella fase della genesi creativa di una nuova opera Stefano e Gianni lasciano un margine abbastanza ampio all’improvvisazione, ad una partecipazione attiva e a un contributo individuale da parte dei performer; poi si fissano i testi, arrivano ad una struttura drammaturgica consolidata e rigida all’interno della quale la libertà assume proporzioni più limitate in modo tale da garantire il rispetto della partitura dello spettacolo.

Giuseppe SartoriAd esempio la nascita di “Grimmless” vi ha portato a convivere per un mese, autori e performer, all’interno di un convento in pressochè totale isolamento, per sviluppare le complesse dinamiche della pièce…

Sì siamo stati in Puglia, avevamo vinto un bando nell’ambito del progetto delle residenze della regione Puglia e quindi abbiamo trascorso un mese a Sant’ Eramo in provincia di Bari, vicino Matera. In quest’occasione abbiamo contribuito molto di più alla creazione dell’opera di quanto fosse accaduto per Macadamia; il mio apporto nella costruzione è stato sicuramente più significativo in quanto avevo maggiore consapevolezza di quale fosse il modo giusto di approcciare un lavoro drammaturgico di questa tipologia. Quindi mi sentivo anche più libero di giocare, di sperimentare; sono state tre settimane assolutamente intensive di lavoro nello scorso gennaio, che poi hanno condotto allo spettacolo. Credo che Stefano e Gianni a priori, non dico che sappiano perfettamente come sarà lo spettacolo, ma che comunque ne abbiano un’idea già abbastanza delineata; infatti noi siamo molto guidati anche quando si improvvisa, non è un’improvvisazione a sé, ci sono dei paletti anche perché altrimenti sarebbe impossibile ricavarne qualcosa di concreto, oppure il materiale diverrebbe talmente vasto da non consentire di raggiungerne un’efficace sintesi drammaturgica.

Dopo “Macadamia Nut Brittle”, il percorso con ricci/forte è poi proseguito con gli spettacoli successivi, dalle “Wunderkammer Soap” (recentemente presentate per la prima volta nell’interezza del progetto) a “Pinter’s Anatomy” e “Troia’s Discount”, da “Some disordered Christmas interior geometries” all’ultima produzione “Grimmless”. Quali tra queste opere ti hanno colpito con più decisione e hanno richiesto un impegno interpretativo maggiore?

In primo luogo direi “Macadamia” perché è stata una delle prime sfide recitative con cui mi sono cimentato nel lavoro con ricci/forte ed anche perché ho una grande responsabilità in scena per le parole che devo pronunciare, porto in scena dei contenuti molto forti. Poi metterei “Troia’s Discount”, un testo che già esisteva prima ancora che venissero individuati gli attori che lo avrebbero interpretato, una modalità di lavoro nettamente diversa con la quale trovo piuttosto difficile rapportarmi e che ha quindi rappresentato per me un’ulteriore grande sfida. E poi “Didone”, anche se lì non parlo, cosa che comunque non rende più agevole il lavoro di costruzione del personaggio, di comprensione e immedesimazione nel monologo. “Didone” mi ha aiutato moltissimo a comprendere i meccanismi di comunicazione con il pubblico, la qualità dell’interpretazione, la ricerca di onesta ed autenticità, il non forzare in alcun modo, non violentare lo spettatore affinchè avverta esattamente le medesime sensazioni che tu in quel momento stai provando o che vuoi fargli provare. Mi ha aiutato a capire la necessità del ricercare uno scambio onesto con lo spettatore, ad esempio se in questo monologo non riuscissi a scaricare un po’ della mia tensione emotiva su chi guarda, a riversare su di loro una parte di quel coacervo di sensazioni che devo raggiungere in quei venticinque minuti, probabilmente non riuscirei neanche ad uscire da quel bagno. Sto esagerando, però metaforicamente se non liberassi in parte questo stato emotivo e non lo lasciassi agli spettatori sarebbe sicuramente più difficile uscire dal bagno, ripetere in loop questo monologo nel corso di una stessa serata. Si tratta anche ovviamente dello spettacolo che prevede un contatto maggiormente diretto e ravvicinato, il che rende l’esperienza performativa allo stesso tempo estremamente complessa, profonda e stimolante.

La recente presentazione al RomaEuropa Festival dei sette capitoli di “Wunderkammer Soap”, così come d’altro canto gli spettacoli precedenti, è stata accompagnata da un pubblico sempre più affezionato e caloroso. Prenotazioni aperte mesi prima della messa in scena, biglietti introvabili, un pubblico multigenerazionale in pellegrinaggio da una parte all’altra di Roma per non perdere nulla di un progetto attesissimo ed affascinante. Secondo te come siete riusciti a costruire un’alchimia ed un rapporto così particolare col vostro pubblico?

Secondo me la risposta a questa domanda è tutta nella spontaneità, nell’onestà del nostro lavoro. Tutto ciò che facciamo sulla scena è sempre necessario, quando siamo sul palcoscenico in un certo senso è come se fossimo privi di ogni tipo di paracadute perché certo la struttura drammaturgica è forte ma ci siamo noi lì sopra. Quindi credo che sia assolutamente preziosa anche la forza di unione che inevitabilmente viene a crearsi tra noi interpreti, perché ci dobbiamo sorreggere in qualche modo, ed anche se ognuno ovviamente ha il suo compito ben preciso, ha il suo momento, però è poi quel collante che rende necessario tutto quello che avviene. A prescindere dal valore del testo e della regia, la forza che rimane, l’onestà che cerchiamo di perseguire e comunicare sempre, l’importanza di quello che mettiamo in scena, l’universalità del nostro messaggio, il fatto che non parliamo di noi ma di chi ci è di fronte e ci guarda – potremmo essere noi il pubblico in moltissimi casi – permette di toccare le giuste corde emotive, creando una sorta di unione, un’alchimia particolarissima tra chi ascolta e chi recita. Quindi credo sia questo il segreto.

Giuseppe SartoriA fronte di un consenso così vasto, è naturale che si alzi qualche voce contraria. Come rispondi alle critiche nei confronti dei vostri spettacoli, a chi vi accusa di un’eccessiva spettacolarizzazione del nudo, di un’eccessiva violenza di talune scelte espressive o di esservi ormai conformati su un 'format predefinito' senza mai portare nulla di nuovo nelle vostre mise en scene?

In realtà cerco il più possibile di non leggerle mai queste critiche ostili altrimenti ci rimango male (ndr. ride di gusto), le lascio leggere a Stefano e Gianni, diciamo che non vado a cercarmi per forza quando parlano male del mio lavoro, ci penso già io abbondantemente a darmi le bastonate quindi non serve che me le dia qualcun altro…In taluni casi ho letto “lo spettacolo non piace, bravi gli attori” o viceversa, ma penso che siano due componenti così intimamente legate da non poterle disgiungere, specialmente in opere teatrali nelle quali i performer vengono a costituire una parte così integrante del lavoro. Quindi, non per essere manichei, ma credo fermamente che non possano piacere a metà, o ti piacciono nella loro interezza oppure non ti piacciono affatto. Appunto l’importante è che si vada a teatro senza nutrire pregiudizi, che si guardi con spirito libero e ricettivo; poi certo le considerazioni arrivano, ciascuno articola le sue critiche nel modo che ritiene migliore, però spesso ho l’impressione che si parta molto prevenuti. E questo non prettamente nei confronti del teatro di ricci/forte ma in linea generale, ritengo che manchi e sarebbe auspicabile un approccio – come dire – un po’ più da bambini nel vedere una cosa, per poi elaborarla ed esprimere un giudizio che non deve poi essere necessariamente di consenso entusiastico. Almeno io cerco di far sempre così, se devo andare a vedere qualsiasi cosa intanto mi predispongo a guardare senza particolari aspettative o preconcetti. Spesso ho come l’impressione che invece si tratti di un astio a priori, di una sorta di diffidenza ed atteggiamento di chiusura.

Negli ultimi mesi siete stati letteralmente instancabili, portando gli spettacoli della compagnia in ogni angolo d’Italia ed anche all’estero, ad esempio in Francia, Inghilterra, Germania e Slovenia. Ad inizio dicembre siete stati protagonisti della rassegna Lugano in Scena. Che differenze hai riscontrato nel modo di accogliere e recepire il vostro teatro tra le platee italiane e quelle internazionali?

Da un certo punto di vista all’estero abbiamo incontrato più ascolto, forse anche una maggiore curiosità. Non che il pubblico italiano sia ingessato. Se penso a “Pinter’s Anatomy” ma anche a “Macadamia Nut Brittle”, ed in particolare in luoghi dove lo spazio fisicamente è più ristretto e nei quali quindi anch’io riesco a vedere meglio lo spettatore, le maggiori sorprese ti arrivano proprio dalle persone da cui non te le aspetteresti. A ciascuno spettatore rimangono impresse in particolar modo alcune componenti, nella memoria di ognuno si cristallizzano dei frammenti di quello che vede, magari quello che più si è legato al suo vissuto di quel momento. All’estero, a parte “Troia’s Discount” e “Macadamia”, abbiamo fatto molte “Wunderkammer” e quindi si tratta già di un discorso nettamente diverso, essendo accompagnate in sottofondo dal testo tradotto nella lingua del paese dove vengono rappresentate. Io ho recitato il testo di “Didone” in Italia solamente tre volte, ho iniziato ad interpretare questo monologo in Francia e quindi fu stranissimo quando l’ho fatto per la prima volta in Italia a Udine con la voce di Stefano (ndr. Ricci) perchè avevo sempre sentito la voce di qualcun altro in un’altra lingua. Invece ad esempio in Romania eravamo un po’ spaventati all’idea di presentare “Troia’s Discount”, essendo questo spettacolo caratterizzato da moltissimo testo, in un italiano che è già difficile da comprendere, essendo molto barocco e ricco di immagini e metafore; già in italiano richiede notevole sensibilità e attenzione, figurarsi coi sovratitoli e in un’altra lingua.

Giuseppe SartoriMi ha stupito piacevolmente il clima di condivisione, costante supporto e genuina amicizia che sembra legare voi giovani interpreti che costituite il cuore della compagnia. Può essere questa una carta vincente nel portare sul palco opere in ensemble che richiedono forte affiatamento e sintonia?

Credo proprio di sì. Nei primi giorni della lunga maratona delle Wunderkammer al RomaEuropa Festival, durante i quali non servivo nemmeno come aiuto, andavo comunque ad assistere agli spettacoli perché non riuscivo a stare a casa. Avevo piacere nell’assistere a questi monologhi che non avevo ancora visto rappresentati in scena e soprattutto nutrivo la curiosità di vedere degli spettacoli di ricci/forte dal di fuori; l’unica cosa che vidi dall’esterno per una volta sola fu “Troia’s Discount” ma poi sono entrato a recitare anche in quest’opera. Volevo vedere le altre kammer anche per capire cosa fosse giusto fare nella mia, cosa aggiungere, cosa limare; sebbene ciascun testo sia profondamente diverso dagli altri, la formula rimane infatti sostanzialmente la medesima e secondo me assume una rilevanza ed un’influenza fondamentale la distanza: ad esempio “Didone” è molto più vicina al pubblico degli altri personaggi, anche proprio fisicamente, ed anzi lo spazio offerto dall’Opificio Telecom durante il RomaEuropa Festival era piuttosto ampio; solitamente la facciamo per un pubblico di al massimo cinque persone ed io sono a un palmo dagli spettatori.

Durante la scorsa estate hai partecipato al workshop “ImitationOfDeath” dedicato all’opera di Palahniuk, un’esperienza decisamente particolare che ha coinvolto anche giovani attori professionisti esterni alla compagnia. Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Le diverse fasi di questo laboratorio condurranno in futuro ad uno spettacolo o a un progetto performativo?

E’ stata un’esperienza fantastica, di una fatica anche in questo caso fisicamente bestiale. Però eravamo a Dro, la centrale è un luogo splendido con le montagne a strapiombo davanti, il fiume che scorre sotto. E’ stato veramente un lavoro interessante, anche perché si trattava del mio primo lavoro con tante persone; ricci/forte non sono affatto nuovi alla formula con numerosi attori contemporaneamente in scena, basti pensare che spettacoli del passato come “100% furioso” o in generale gli spettacoli precedenti a “Macadamia Nut Brittle” prevedevano la partecipazione di tanti interpreti, un lavoro proprio di gruppo che però, da quando lavoro con loro, c’è stato meno. Il gruppo c’è ma è sempre più ristretto, mentre a Dro eravamo in quattordici-quindici, un’esperienza davvero stimolante e significativa che credo – e spero - si tradurrà prima o poi in un vero e proprio progetto performativo. Io, Andrea Pizzalis e Fabio Gomiero siamo entrati in questo percorso a Dro, non ne avevamo seguito le tappe precedenti, e questo laboratorio è stata anche l’occasione per accogliere nella compagnia nuovi interpreti che hanno recitato recentemente anche nelle Wunderkammer, come ad esempio Francesco Boni, Francesco Scolletta e Liliana Laera.

La scorsa estate hai recitato nell’emozionante spettacolo “A Single Man”, tratto dall’omonimo romanzo di Cristopher Isherwood per la regia di Valentino Villa, presentato nell’ambito della rassegna Garofano Verde. Un racconto fortemente introspettivo, atmosfere più soffuse e rarefatte di quelle riccifortiane, cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Un’esperienza decisamente diversa dal teatro di ricci/forte ma sono stato molto contento di averla vissuta, di essermi cimentato con un lavoro drammaturgico di un’altra tipologia. A parte il solito discorso dei primi tre giorni durante i quali vorrei fuggire da ogni nuovo contesto in cui vengo a trovarmi, però certo è stata un’esperienza bellissima. Poi conoscevo benissimo gli altri attori coinvolti nel progetto, Pasquale Di Filippo, Anna Gualdo e Marco Angelilli, ed il regista Valentino Villa, insomma si è trattato di un nuovo modo di lavorare assieme.

Giuseppe SartoriChe progetti hai in cantiere per il prossimo futuro, sia con la compagnia ricci/forte che  eventuali progetti paralleli?

Per adesso ho solo il calendario della tourneè con ricci/forte fino ad aprile, oltre questo per il momento non ho altri programmi. Portiamo in giro “Grimmless”, “Macadamia”, le “Wunderkammer”, purtroppo quest’anno “Pinter’s Anatomy” no. Naturalmente in questa stagione si darà prevalentemente risalto all’ultima produzione “Grimmless”, però “Macadamia” lo riportiamo sicuramente in scena a Roma, Napoli, Genova e forse anche altre città.

Poco si sa però di te al di fuori del palco, svela qualcosa ai nostri lettori. Ad esempio, cosa ti piace fare nel tempo libero? Quali sono i tuoi gusti teatrali?

A teatro sono veramente onnivoro, vedo spettacoli di generi anche molto diversi tra loro. Oddio, magari non andrei a vedere “L’Astice al Veleno” di Salemme (ndr ride divertito). In realtà ci sono tante cose che purtroppo ho perso a teatro, qui a Roma che ormai è diventata la mia base. Siamo spesso in giro, non ho visto quanto avrei voluto delle ultime stagioni teatrali. Per il resto nel tempo libero le immancabili serie tv, streaming megavideo ad oltranza, poi quando torno a Roma si gira, qualche cena o uscita con gli amici, ma comunque sono abbastanza casalingo.

Ti trovi bene a Roma?

No, Roma non mi piace, mi impigrisce. Roma è una grande città e credo di non essere proprio un tipo da grande città. Invece penso che ad esempio Torino o Milano, con le dovute restrizioni, siano maggiormente a misura di persona e stimolanti; Roma non mi suscita la voglia di stare in giro troppo a lungo durante la giornata. Inizialmente a Roma ero abbastanza solo, adesso sto cominciando ad ambientarmi; Roma secondo me ti da l’impressione che conosci tutti quando in realtà al contrario non conosci veramente nessuno, le persone arrivate da poco tendono a sentirsi molto sole a Roma, questa almeno è stata la mia impressione. Io ero abituato ormai a Milano, che era diventata molto più “casa” dopo tre anni di scuola e tutta una serie di amicizie e conoscenze. Però devo dire che pian piano a Roma mi sto cominciando a trovare, forse in realtà è diventata un po’ più una posa il ripetere che Roma non la sento particolarmente congeniale, poi più ci penso e più mi rendo conto che mi sto abituando a vivere a pieno questa città.

 

Intervista di: Andrea Cova

Grazie a: Giuseppe Sartori

Articoli correlati:  Recensione di "Grimmless" - Teatro India (Roma)

Recensione di "Wunderkammer Soap" - RomaEuropa Festival 2011

Recensione di "A Single Man" - Teatro Belli (Roma)

 

TOP