Giuseppe Marini e Giovanni Anzaldo: tutti i segreti del successo di “Mar del Plata”

Scritto da  Domenica, 20 Novembre 2016 

“Mar del Plata” di Claudio Fava, con la regia di Giuseppe Marini, è stato senza dubbio uno dei “casi teatrali” della scorsa stagione, debuttando al Piccolo Eliseo e convincendo in maniera altrettanto calorosamente unanime pubblico e critica. Le vicende del La Plata Rugby, i cui giocatori sul finire degli anni Settanta scatenarono inconsapevolmente l’efferata violenza della dittatura militare argentina, finendo per essere sterminati uno alla volta in un massacro di scientifica precisione, rivivono sul palcoscenico in un’opera dalla potenza soverchiante, grazie all’interpretazione vigorosa di una solida compagnia di interpreti, guidata dall’ottimo Giovanni Anzaldo nei panni del coraggioso capitano Raul Barandarian. Abbiamo incontrato Marini e Anzaldo, durante le nuove repliche romane di quest’anno andate in scena al Teatro Vittoria, per scoprire i segreti di un successo sempre più luminoso e incontrovertibile.

 

Leggi la recensione dello spettacolo al suo debutto romano dello scorso anno al Piccolo Eliseo: RECENSIONE

 

Ciao Giuseppe, ciao Giovanni, è davvero un piacere incontrarvi qui al Teatro Vittoria in occasione del ritorno in scena di “Mar del Plata” dopo il debutto dello scorso anno. Partirei quindi ovviamente dallo spettacolo, tratto dal romanzo omonimo di Claudio Fava. Quale è stata la genesi dello spettacolo?

G. Marini: La genesi dello spettacolo è stata una riduzione, Claudio Fava voleva comunque portare il romanzo in scena e quindi ne ha elaborato una trasposizione scenica, cosa per lui non particolarmente difficile essendo anche uno sceneggiatore, lo sceneggiatore de “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, dunque ha certamente dimestichezza con le riduzioni teatrali e la sceneggiatura. Non posso esimermi dal ricordare che anche io in prima persona ci ho rimesso le mani, si trattava di un testo senz’altro buono, ma ho posposto o anticipato alcune scene, partecipando dunque attivamente alla stesura drammaturgica, ovviamente con l’accordo dell’autore, per farla funzionare in maniera più incisiva. Abbiamo avuto la fortuna di avere un autore vivente - dove ahimè si fanno spesso scempi di autori non viventi - e per di più una persona, ci tengo a dirlo, estremamente aperta al dialogo, disponibile, per bene, onesta. Ha incarichi politici importanti ed ha sperimentato un lutto in famiglia che porta indubbiamente un peso sulla sua storia, sul suo impegno civile e sulla sua condizione personale: essere costretto ad essere seguito da una scorta certamente non consente una vita facile, ciononostante riesce a fare il politico, il giornalista, lo sceneggiatore, l’autore teatrale, riesce a venire a vedere le nostre prove, è veramente una persona squisita. Se devo spendere su di lui delle parole le spendo volentieri e tutte positive.

Mar del PlataIn primo piano le vicende dell’Argentina del tramonto degli anni Settanta, martoriata dalla repressione violenta del regime dei generali. Il testo si muove su un ricercato equilibrio tra esigenza documentaristica, impegno civile, abilità narrativa ed attenzione alle dinamiche psicologiche dei personaggi. Con la tua regia Giuseppe come ti sei approcciato a questo testo?

G. Marini: Quando un testo è ben scritto e rimodulato opportunamente per la riduzione teatrale - come precedentemente rammentato alcuni dettagli non mi funzionavano, in particolare in relazione ai dialoghi e agli interstizi di alcune parti che forse mi apparivano un po’ monolitiche, cosicché abbiamo cercato di smussarle assieme - va raccontato in maniera dritta, con un rigore non naturalistico ma abbastanza realista, con delle fessure diciamo così, delle aperture di tanto in tanto epiche, il protagonista parla direttamente alla platea, al pubblico e questo rende il testo più variegato e più interessante. L’approccio è stato indubbiamente dedito, si tratta di una storia che cattura non solo lo spettatore ma anche chi la porta in scena; nel nostro lavoro ci capita di imbatterci in tanti testi, ma talvolta c’è qualcuno che incontra particolarmente il nostro cuore; una delle battute chiave pronunciata dall’allenatore Pereira recita “perché qualcuno dovrà raccontarla questa storia” e noi, l’autore, gli attori, chi ha collaborato alla rappresentazione prendiamo questo incarico sulle nostre spalle, perché costituisce comunque un monito significativo e necessario. Non ci guardiamo solamente l’ombelico pensando che in Italia oggi non sussista il pericolo di una dittatura militare; forse no, ma il fatto che il pericolo non si annidi immediatamente dietro l’angolo, non implica che questo tipo di teatro smarrisca la propria valenza, che non si debba ricordare a titolo di ammonimento questa stortura, questa escrescenza cancerosa di un’esperienza politica che potrebbe sempre riaccadere. Comunque nel mondo ci sono tuttora dittature militari, si perpetrano torture, c’è la Siria, ci sono episodi di genocidio - perché di genocidio si trattò in Argentina, il numero dei desaparecidos fu impressionante, fenomeno prettamente argentino inventato da questa dittatura per deprivare la vittima finanche dell’onore del lutto e i parenti dell’onore del pianto su un cadavere; non si sa veramente più che fine abbiano fatto queste persone ed è una delle atrocità più aberranti quando ad un morto viene negato persino il diritto di essere compianto, sottraendogli la dignità ed irridendo un principio sacrosanto di identità dell’individuo.

Protagonista dello spettacolo è Giovanni Anzaldo nel ruolo di Raul Barandarian, giocatore di rugby della squadra del La Plata che non si piegherà in alcun modo ai disegni repressivi degli emissari di Videla. Quali sono le caratteristiche che ti hanno affascinato maggiormente di questo personaggio e come lo hai affrontato?

G. Anzaldo: Giusto adesso riflettevo sul fatto che in realtà, sempre con la regia di Giuseppe Marini, avevo interpretato “Romeo e Giulietta” e Romeo ad un certo punto vede assassinare il suo migliore amico Mercuzio; lo sconcerto avvertito da Romeo è lo stesso che contraddistingue il personaggio di Raul di fronte all’uccisione del suo migliore amico e compagno di squadra. La morte di una persona cara e per di più giovane, un suo coetaneo con cui ha trascorso l’intera infanzia, è un qualcosa di tremendo, capace realmente di sgretolare le budella, rappresenta la scoperta della morte in tutta la sua efferatezza e per un ragazzo inesperto la scoperta della morte determina un totale crollo di ogni certezza.

G. Marini: Non hanno esperienza di morte, a vent’anni la morte è percepita come un’esperienza lontana, probabilmente non hanno ancora perso nemmeno un genitore, veramente erano giovanissimi questi giocatori di rugby che, ci tengo a sottolinearlo, non erano neppure facinorosi politici o militanti; avevano semplicemente voglia di giocare e sicuramente voglia di onorare il loro compagno assassinato, con quello che sarebbe dovuto essere inizialmente un minuto di silenzio, ma che poi diventano dieci facendo tremare il regime, perché a volte l’arma del silenzio condiviso in uno stadio con diecimila persone diviene estremamente pericolosa. Si tratta di un silenzio attivo, dell’espressione di un’opinione; con il loro vitalismo, la loro voglia di vivere, di giocare, si sono avventurati loro malgrado ed inconsapevolmente in un territorio insidioso, ma inconsciamente, non perché si facessero strenui portatori di ideologie politiche. A guidare le loro azioni ci sono una sana, giovanile e gioviale voglia di vivere ed inconsapevolezza, questo è molto bello e molto nuovo, non è la storia di una diatriba politica tra gli oppositori di un regime e dei carnefici pronti ad ucciderli. Una battuta a mio avviso fortemente significativa pronunciata dall’allenatore Pereira, interpretato da Fabio Bussotti, un altro attore che frequentemente lavora con me e ad esempio interpretava Frate Lorenzo in “Romeo e Giulietta”, recita così: “Perché avete vent’ anni, non conoscono i loro pensieri e questo li fa impazzire”.

Mi ha colpito particolarmente il monologo che Raul declama verso l’epilogo e forse sintetizza il senso ultimo della ribellione di questi ragazzi. Come l’hai fatto tuo e quali sensazioni ha suscitato in te quando hai iniziato a vestirlo?

G. Anzaldo: Più che altro ho pensato veramente al disinteresse politico che contraddistingue questi ragazzi. La politica si abbatte su di loro come un macigno inaspettato, loro pensano solo ed esclusivamente a giocare, a coltivare la loro passione, il gioco assurge a simbolo della vita stessa in questo spettacolo. C’è la morte in opposizione alla vita, decidono ostinatamente di continuare a giocare nonostante tutto e questo per loro significa continuare a vivere.

G. Marini: Il gioco costituisce anche un’opportunità di riscatto sociale, non particolarmente consapevole; l’estrazione di questi ragazzi è davvero popolare, chi fa il conciatore, chi il fornaio, chi il postino, chi ancora, giovanissimo, probabilmente si limita semplicemente a farsi mantenere dalla propria fidanzata. Il rugby, rispetto ad altri sport, è contraddistinto anche da una nobiltà, una dignità, uno spirito cameratesco che li rende uniti, cementando il loro gruppo nella coesione sana dello sport e di questo sport in particolare. Ci siamo documentati approfonditamente per comprendere a pieno queste dinamiche, per ricostruire delle sequenze di spogliatoio e di allenamento in modo verosimile; è possibile vedere la preparazione degli attori che è anche fisica, sono molto generosi, scelti anche per caratteristiche di presenza scenica imprescindibili in questo contesto. Anche il nostro Anzaldo, sebbene piccolino di statura, è comunque “un bel torello”, molto credibile in questa squadra di rugby di cui peraltro è il capitano, perché particolarmente motivato e dotato nel rugby, e questo l’allenatore lo riconosce, cercando di coltivare il suo talento.

Mar del Plata“Mar del Plata” è un lavoro fortemente corale, frutto del lavoro armonico di una solida compagnia di attori. Quali dinamiche si sono instaurate nella compagnia nel lavorare a questo progetto?

G. Marini: Non è scontato questo. Sono molto attento quando compongo i cast, a parità di bravura cerco di essere anche attento al carattere degli attori, perché so che quella compagnia deve stare assieme, condividendo un’esperienza forte come questa, per lungo tempo anche fuori dal proprio ambito, anche fuori dalle proprie città, perché lo spettacolo ha viaggiato e viaggerà; si profila addirittura l’ipotesi, visto il riscontro caloroso di pubblico e critica, di un terzo anno perché mancano ancora città importanti come Milano e Torino e non è detto che non arrivino. Quindi è basilare intercettare eventuali elementi disturbanti ed al contrario individuare e valorizzare un’attitudine al lavoro da svolgere assieme. Ed è una squadra anche composita, perché non sono tutti giovani, ci sono anche tre attori certamente non anziani ma più maturi e questo rende sia il cast, che la storia e tutto lo spettacolo ancor più interessante. Ci sono anche la voce del potere, quella della rinuncia e dell’attiva rassegnazione dell’allenatore che sembra in principio pavido ed insensibile ma in realtà dentro di sé è mosso solamente dal desiderio di salvarli, perché prima di tutti ha compreso sino in fondo la gravità della situazione. Quando afferma perentoriamente che devono giocare a rugby e basta è solo perché li vuole proteggere dall’imminente mattanza. Ha capito il pericolo in cui si sono cacciati, ha capito il valore simbolico e pericoloso di quei dieci minuti, che sono il nucleo, il ganglio dello spettacolo e dell’azione inconsapevole che hanno compiuto solamente per commemorare il loro amico ucciso Diego. Dieci minuti a partire dai quali ad uno ad uno saranno rapiti, torturati, massacrati semplicemente perché non si conosce esattamente cosa passi per la loro testa e ciò è sufficiente per innescare questa atroce spirale di violenza. Lo spettacolo è fortemente drammatico, seppur non esente da momenti anche più leggeri, è miscelato bene perché c’è anche una storia d’amore che corre parallelamente tra Raul, il protagonista, e la sua ragazza Teresa. Scopriremo poi che sarà proprio per merito di quest’ultima che Raul Barandarian riuscirà a salvarsi, perché lui, che ancora oggi vive, è l’unico sopravvissuto a quell’eccidio: il testo si limita a narrare sette-otto omicidi ma in realtà furono assassinati molti di più di quel club La Plata, anche tra coloro che non giocava in prima persona in campo. Si trattò di un’atroce mattanza in piena regola.

Estremamente ricco anche l’apparato scenografico, con le scene di Alessandro Chiti, i costumi di Sabrina Chiocchio e il disegno luci di Umile Vainieri. Quale indirizzo ha privilegiato la tua regia nella costruzione visiva della messa in scena?

G. Marini: Si tratta di un allestimento, di una scenografia importante, imponente, anche eloquente insomma. Una scenografia che diventa spogliatoio, diviene ambiente esterno, diviene carcere, dove per la loro struttura metallica e modulare gli armadietti si tramutano immediatamente dopo in porte di celle e di luoghi di tortura, perché c’è anche una tortura in scena, non splatter; nello spettacolo non c’è una goccia di sangue, cosa che ho fortemente voluto in quanto non mi sembrava il caso, non appartiene ai miei gusti, mi prefiggevo di stimolare non i sensi più deteriori e di pancia, ma la testa ed il cuore assieme continuamente. Sono convinto che in arte a volte la sottrazione paghi più della consolazione di un troppo marcato realismo visivo. Lo sottolineerei questo sforzo perché comunque di questi tempi mettere in scena dieci attori costituisce anche un impegno produttivo non indifferente, perché a sostenerci non c’è lo Stabile di Roma o di Torino, si sono semplicemente messi insieme due privati che hanno deciso di far fronte con entusiasmo a questo impegno oneroso. Il fatto che lo spettacolo viaggi ed abbia una tournée molto onorevole, seppur non facile, passando dal Verdi di Padova che è uno Stabile, transitando probabilmente - siamo ancora in trattativa - per lo Stabile di Catania, visitando anche alcuni dei più bei teatri dell’Emilia Romagna, non è certamente una cosa scontata, che accada tutti i giorni. Frequentemente capita di fare uno spettacolo, con un mese di prove seguito da un mese di repliche, e che poi muoia lì; intanto è la seconda volta che questo spettacolo va in scena a Roma, ma poi sta tracciando la sua storia, il suo percorso anche a livello nazionale.

Il debutto dello scorso anno al Piccolo Eliseo è stato accolto molto calorosamente sia dal pubblico che dalla critica. Quali sono state le reazioni degli spettatori nelle repliche andate in scena al Vittoria?

G. Marini: Rispondo io perché cerco di essere sempre presente, mi piace nascondermi in platea, mimetizzarmi tra il pubblico. Sento tra gli spettatori un silenzio tesissimo, peraltro in un teatro romano così importante, ma forse maggiormente abituato alla commedia piuttosto che a un dramma così forte, per quanto contrappuntato da momenti in cui si può per fortuna anche sorridere, soprattutto all’inizio, della vitalità di questi ragazzi, del loro gergo, del loro linguaggio da spogliatoio in cui c’è posto per tutto e dove soprattutto l’ormone impazzisce. Pian piano poi la storia assume le sue pieghe inevitabilmente tragiche. Siamo estremamente contenti dei risultati, il consenso del pubblico, l’attenzione in sala, la lunghezza degli applausi ci raccontano un apprezzamento davvero caloroso, niente affatto scontato. E’ vero che Giovanni è una bellissima promessa del teatro e del cinema italiano, un attore impegnato su vari fronti che per fortuna si ricava sempre, e spero che continui sempre più a farlo, lo spazio per il teatro, ma non siamo di fronte ad un cast stellare tale da riempire le sale, quindi credo che sia stato un passaparola virtuoso a rappresentare l’arma vincente di questo spettacolo; se all’uscita da teatro ti senti di raccomandare uno spettacolo, vuol dire che qualcosa è successo. Molti spettatori ritornano, affermano che questo lavoro non si conclude la sera dell’esperienza diretta a teatro, qualcosa la si riporta a casa come spunto di riflessione, con un misto di innegabile angoscia e della consapevolezza di aver assistito ad un’opera artistica e non ad un’azione sbandierante e militante. Si tratta di un buon teatro portato in scena da un’ottima compagnia di attori, sorretto da uno sforzo produttivo importante, con una scenografia, dei costumi e delle musiche di ottimo pregio. Insomma c’è, ed è quello che un po’ si sta perdendo, il senso del raccontare in maniera teatrale, della prosa, un termine che sembra obsoleto o polveroso, ma che in realtà non lo è affatto. C’è tanto teatro, ed è legittimo che ci sia, che si può fare con tre sedie; io stesso l’ho fatto ed è ugualmente dignitoso, ma questo spettacolo aveva bisogno anche di altro e posso oggi affermare con convinzione che nella messa in scena c’è tutto quello che ci deve essere, tutt’altro che scontato nei tempi che attraversiamo.

Giovanni a marzo sarai in scena all’Eliseo in “L’isola degli schiavi” con la regia di Ferdinando Ceriani. Puoi anticiparci qualcosa di questo lavoro?

G. Anzaldo: In realtà non ne so nulla, so che è “L’isola degli schiavi”, so che è di Marivaux, ho letto il testo ma le prove devono ancora iniziare e quindi non posso anticipare alcun dettaglio. Ci sarà Stefano Fresi, che è un bravissimo attore e che sta andando alla grande in questi ultimi anni, conosco il regista ed il gruppo di lavoro e quindi sono convinto che ne scaturirà un lavoro interessante!

Parallelamente anche tanto cinema, che progetti hai in cantiere sul fronte cinematografico?

G. Anzaldo: A marzo deve uscire “Non è un paese per giovani” di Giovanni Veronesi che ho girato a Cuba, divertendomi moltissimo durante le riprese. Adesso sto partecipando ad un altro film che uscirà tra un anno di Valerio Mieli, il cui titolo provvisorio è “Ricordi”.

Giuseppe di recente hai presentato un lavoro musical-letterario su testi di Gabriele D’Annunzio, intitolato “Come il mare io ti parlo”. Come è nato questo lavoro?

G. Marini: Questo lavoro non è prosa, lo definirei piuttosto un concert, che ho costruito con un pianista molto bravo e molto legato personalmente a me; ci siamo inventati questo recital, che abbiamo presentato in numerosi festival estivi. C’è sicuramente una scansione teatrale di luci, con quattro semplici e più che sufficienti teli neri, con la musica suonata dal vivo che prende giustamente un ampio spazio. In questa circostanza mi diverto a fare l’attore perché mi diverto a recitare i versi di D’Annunzio, autore un po’ bistrattato per motivi ideologici da certa sinistra e quindi considerato solamente il vate fascista, senza rendersi conto della valenza e della grandezza europea dei suoi versi che conoscono dei passaggi davvero vertiginosi. Quindi vesto il ruolo di attore-dicitore, di voce recitante, lavorando con la musica. Abbiamo portato lo spettacolo alla Galleria Toledo di Napoli, prossimamente sarà al Ridotto del Rossetti di Trieste e poi stiamo cercando di diffonderlo. Ho curato con passione la regia di questo lavoro che possiamo definire un’attività “a latere”; ci sono però anche altri progetti teatrali tra cui in particolare un monologo di Tarantino con una delle attrici più brave del panorama italiano, che è Maria Paiato. Era ora che io e Maria facessimo qualcosa assieme, ci inseguiamo ormai da lungo tempo. Prima di questo ci sarà un altro progetto ancora con giovani da farsi a Roma, ispirato a un film, dovrebbe chiamarsi - ma il condizionale è d’obbligo in quanto il testo è ancora in fase di scrittura - “La Classe”: sarà una classe disadattata, multi-etnica- multi-religiosa, dove ci sarà un professore che incontrerà molti problemi nel relazionarsi con questi ragazzi fino a quando non sarà affrontato uno specifico capitolo della storia, che nell’originale cinematografico è la shoah, ma che nella trasposizione teatrale potrebbe forse avvicinarsi all’esperienza drammatica di un genocidio dei nostri giorni, di cui inspiegabilmente nessuno parla, che è quello in Siria. Il film ci ha fortemente ispirato ma sentiamo al contempo anche l’esigenza di adattarlo un po’ più ai giorni nostri e ai disastri internazionali che ci circondano. Questo lavoro dovrebbe concretizzarsi prima del monologo con Maria Paiato. Ci sono anche altri progetti nel cassetto, che non possono però essere rivelati perché troppo presto e forse anche per la giusta dose di scaramanzia.

 

Intervista di: Andrea Cova
Grazie a: Margherita Fusi, Ufficio stampa Compagnia; Alice Fadda, Ufficio stampa Artinconnessione
Sul web: www.teatrovittoria.it

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