Giuseppe Bisogno: un attore a tutto tondo, senza riserve

Scritto da  Ilaria Guidantoni Domenica, 11 Marzo 2012 
Giuseppe Bisogno

Il teatro è l’origine, l’archetipo, l’approdo dello spettacolo, e per questo può vivere anche fuori dalla scena, in un’aula di scuola, sul piccolo o sul grande schermo. Basta che sia per passione e con il senso dell’arte autentica, troppo grande per essere nelle mani di un divo qualunque, dato in pasto al mercato. La sua forza è in ognuno quando si sta tutti insieme.

 

 

Ho incontrato Giuseppe Bisogno a Campo dei Fiori, approfittando di un ritaglio comune di tempo libero, soprattutto del suo, occupato nelle prove per uno spettacolo impegnativo che debutterà al Teatro Carignano di Torino, il 18 marzo, “The Coast of Utopia” di Tom Stoppard, con la regia di Marco Tullio Giordana. Attore diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio D'Amico" di Roma nel 1990, ha interpretato il deuteragonista di “Cosmetica del nemico” di Amélie Nothomb, per la regia di Martino D'Amico, andato in scena pochi mesi fa a Roma, al Nuovo teatro Colosseo e alla Cometa Off.

Vorrei cominciare dal suo ultimo lavoro, del quale non è stato un semplice interprete.

La scelta della scrittrice belga, nata in Giappone a Kobe, giovane ma di successo, è piaciuta sia a me, sia al mio caro amico Martino D’Amico, regista del lavoro. Lo spettacolo ha funzionato anche se forse non ha avuto il pubblico che meritava.

Qual è a suo giudizio il problema che impedisce di riempire le sale senza i soliti noti?

Lo ha detto lei. La qualità non è più sufficiente per il pubblico che oggi va a teatro con la mentalità televisiva, al più cinematografica: per vedere il divo del momento. Gli spettacoli spesso si originano dalla volontà dei produttori di ‘piazzare’ il personaggio che garantisca audience e ritorno immediato di cassa. Intorno alla valorizzazione della star si costruisce l’abito, con i ‘veri attori’ nel ruolo di servizio.

Entrando nel merito dello spettacolo, quali sono a suo giudizio gli elementi che hanno funzionato?

Il testo si presta molto al teatro, essendo quasi tutto in forma dialogica e consentendo una riduzione con uno sforzo minimo; non solo, la costruzione per colpi di scena è un effetto che sul palcoscenico si amplifica naturalmente. Per di più, la prima parte gustosa e leggera, permette allo spettatore di sedersi comodo e di ridere; per poi dargli una scarica di adrenalina crescente nell’ultima parte.

Come ha realizzato il suo personaggio Textor Texel, essendo immaginario?

Lo abbiamo fatto parlare ad una velocità accelerata proprio per dare risalto al suo essere fastidioso e incalzante, come il brusio ossessivo di una zanzara che si appiccica addosso all’ospite involontario. In alcuni passaggi abbiamo anche utilizzato l’effetto di immediatezza e tridimensionalità conferita da immagini in video, realizzato dal regista Felice Farina. Dopo un dialogo serrato e incalzante, ad esempio, dove si menziona proprio il riferimento all’insetto, abbiamo fatto passare immagini di zanzare a distanza ravvicinata nell’atto di succhiare il sangue della vittima prescelta.

Sta pensando di lavorare sul altri testi della Nothomb?

Sì, su “Igiene dell’assassino”, sempre in coppia con Martino D’Amico. Stiamo aspettando una risposta da Giuseppe Battiston al quale ho proposto il ruolo di protagonista.

Vorrebbe giocare anche sul nome di richiamo per il grande pubblico questa volta: c’è un possibile rischio, dico in generale?

La sovraesposizione di un artista e la declinazione inevitabilmente commerciale induce un effetto perverso a danno dello stesso personaggio: lo spettacolo tende ad un utilizzare l’attore spremendolo senza che egli possa mantenere una distanza di sicurezza dal sistema ché, altrimenti, lo espelle. Ricordo che quando frequentavo l’Accademia l’indicazione era di ponderare le scelte anche per essere protetti.

Sta lavorando ad uno spettacolo importante – per il quale è anche aiuto regista - e con un regista di caratura. Cosa ci racconta, soprattutto dello spirito e del dietro le quinte?

Il lavoro è monumentale: 31 attori in scena tutti con la stessa paga, al minimo sindacale. Una scelta radicale, l’unica che oggi rende possibile spettacoli altrimenti molto costosi. Anche per la conferenza stampa la scelta è caduta sul sorteggio di 4 attori, proprio per evidenziare la forza della squadra contro il divismo imperante.

Qualcosa che mi ricorda lo spirito dei costruttori di cattedrali nel Medioevo, dove il cuciniere che serve i pasti al manovale è importante quanto l’architetto, del quale spesso non si conosce il nome. Attualmente, al contrario, anche in architettura le opere sono conosciute per il progettista che firma.

“The Coast of Utopia” è una trilogia – viaggio, naufragio, salvataggio – scritta nel 2002 e rappresentata finora solo a Londra, New York e Tokyo. Negli Stati Uniti ha vinto il maggior numero di Oscar teatrali mai assegnati. La trilogia ripercorre trentacinque anni di storia russa (1833-1868). I protagonisti sono l’anarchico Michael Bakunin, il rivoluzionario scrittore e filosofo Alexander Herzen – interpretato dall'ottimo Luca Lazzareschi - il critico letterario Vissarion Belinsky, lo scrittore Ivan Turgenev ed il politico Sergey Sazonov (il mio personaggio). E’ un testo di grande energia ed ironia che racconta i sogni dell’utopia, le radici del socialismo e il suo svaporare approdando al nulla e alla sfiducia. Realizzato come un colossal cinematografico, ha una scena essenziale, ma importanti attrezzi di scena e costumi d’epoca. La cultura cinematografica del regista è certamente adatta a piegare un testo enorme.

Ha progetti nuovi, oltre l’idea di continuare a lavorare su Amélie Nothomb?

Ho voluto provarmi con la scrittura, in un momento di pausa dal lavoro, sul romanzo “L’acchito”di Pietro Grossi. Ho sempre avuto molto rispetto per chi scrive, trovando quasi irreverente cimentarsi senza una giusta attenzione. Per questo ho atteso il tempo che mi sembrava necessario. In realtà la sceneggiatura è terminata ma devo trovare un produttore per metterla in scena e vorrei che fosse un film. Il titolo fa riferimento al primo colpo del gioco del biliardo del quale è appassionato il protagonista perché il tavolo da gioco è uno spazio confinato e definito che ‘non rischia di saltare per aria’ come la vita. Il libro è anche un ritratto dell’Italia degli anni Sessanta del Novecento nel momento in cui un pavimentatore di strada – che ha ereditato il mestiere dal padre – con l’avvento dell’asfalto, non serve più e deve reinventarsi l’esistenza anche per una disgrazia improvvisa. Ci sono molti spunti interessanti. Da costruire.

Lei si sente prevalentemente un attore di teatro? O le piacerebbe fare un po’ di cinema e di televisione, che per altro già conosce per diversi lavori?

Ai tempi dell’Accademia la televisione era ritenuta di serie B e in qualche modo anche il cinema; o meglio, il grande schermo degno di nota era quello realizzato da registi teatrali, almeno in larga parte. Mi piacerebbe, come attore a tutto tondo, misurarmi per ragioni di completezza e anche di emozione con tutte le possibilità della scena, purché di qualità.

Torniamo alle origini, le sue: come ha iniziato?

Un giorno, in terza media, sono andato in gita al Teatro San Ferdinando di Napoli a vedere “Madame Butterfly”: il mio interesse alla partenza era legato ad una compagna di scuola. Il libretto dell’opera però mi ha distratto da lei e mi ha incollato con lo sguardo nel buio illuminato da una piccola luce, tutto il tempo dello spettacolo. Mi sono innamorato, come accade, nello spazio di una frazione di tempo e senza una ragione, del teatro. Ho proseguito in una compagnia amatoriale fino a 18 anni, quando ho vinto il provino e sono entrato in Accademia.

C’è un’attività per il teatro, fuori dal palcoscenico, che mi ha colpita: la sua vocazione all’insegnamento. Penso che si possa definire così.

Esattamente. Mi piace molto perché fa parte dell’amore per il teatro che si nutre del pubblico e della diffusione, della condivisione e, nel mio caso, nella scommessa di dimostrare che non è vero che tutti gli adolescenti sono superficiali e disinteressati all’arte, nutriti solo dal mondo virtuale. Basta offrire loro un’alternativa, credendoci. Si può vivere una vita su due binari.

Durante l’adolescenza anche su più binari, è il tempo della sperimentazione, delle scelte in divenire, nel quale, per una volta nella vita, i contraddittori riescono a convivere.

 

Tra i lavori ai quali ha preso parte

In teatro

2010 – “Mettetevi nei miei panni” di A. Giuliani, regia Antonio Giuliani

2009 – “Roma se nasce” di Costanzo e Vaime, regia Marco Mattolini

2008 – “La cantata dei pastori” di A. Perilli, regia Peppe Barra

Ha anche lavorato con Luca Ronconi, Sabatino Ciocca, Amelio Memè Perlini, Werner Waas, Lorenzo Salveti).

In televisione

- “La Romana”, regia G. Patroni Griffi

- “Gli ultimi giorni dell'umanità”, regia televisiva Luca Ronconi

- “Gli ultimi giorni di Pompei”, regia Steve Black per la BBC

- “Sotto casa”, registi vari

- “Palcoscenico” con Dario Fo

Al cinema

- “La figlia di Jorio”, regia di Mario Di Iorio

- “Dentro il cuore”, regia Amelio Memè Perlini

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni

Grazie a: Giuseppe Bisogno, Federica Federico

Sul web: www.peppebisogno.it

 

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