Giuseppe Bisogno: l’attore allo specchio si racconta dietro le quinte

Scritto da  Ilaria Guidantoni Mercoledì, 21 Novembre 2012 

Giuseppe Bisogno

La vita di un attore corre su migliaia di chilometri e racconta nello spazio di pochi minuti, al massimo qualche ora, il lavoro del cantiere di una comunità che per un tratto di strada vive quasi come una famiglia. Intimità, per necessità e per virtù, sembra la parola chiave e un gioco di sguardi incrociati tra attori della stessa compagnia, e tra attori e registi che talora sono attori a loro volta, magari nello stesso spettacolo. Giuseppe Bisogno non ha dubbi: coinvolgersi e mettersi in gioco è l’unica strada percorribile. Il rischio della ripetizione come una routine? La musicalità lo reinventa ogni volta.

 

 

Ho già incontrato per questo spazio Giuseppe Bisogno e l’ho seguito nel cammino dell’ultima stagione teatrale, parlando di lui attraverso gli spettacoli che ha interpretato e, in un caso, con “Il gufo e la gattina”, che ha costruito, in occasione della sua prima prova registica. Ho deciso però di leggere l’attore con una chiave diversa, chiedendogli di mettersi davanti allo specchio, per raccontare cosa avviene dietro le quinte e sul palcoscenico al di qua del pubblico, per farci rivivere il testo e lo spettacolo come li vivono gli attori. Il suo percorso è scandito da almeno tre grandi registi con i quali ha lavorato, tre proposte, tre storie e tre esperienze nella sua memoria: Luca Ronconi, Marco Tullio Giordana e Michele Placido.
Cominciamo dall’inizio e dal tuo esordio ne’ “Gli ultimi giorni dell’umanità”. Che cosa è accaduto in quello spettacolo monumentale?
Per Ronconi l’ingrediente principale da portare in scena è la sottolineatura del testo, che una volta appreso va restituito come una sorta di partitura musicale. Questo significa che, se da una parte l’interpretazione è molto circostanziata e in un certo senso rigida – l’attinenza al testo è sovrana – dall’altra consente anche una grande libertà di esecuzione, proprio come un’aria lirica che ognuno fa vibrare a suo modo e ogni volta in maniera impercettibilmente diversa.
Come direbbe Didérot, non esistono neppure due strumenti musicali che escono dalla stessa bottega uno dopo l’altro che riescano a dare lo stesso suono e mi pare che il filosofo francese parlasse di un cembalo. In tal modo la ripetitività viene mitigata anche se l’attore pur evolvendosi è sempre lo stesso strumento?
Io più a lungo porto in scena uno spettacolo, più diverto perché mi si rivelano aspetti diversi,  ogni sera ci sono piccole sfumature che non si ripeteranno. Le parole vivono di una vita propria, di straniamento, e questo lo avverto mentre le pronuncio quasi senza percepirle ma avvertendo una vibrazione che anche se non so raccontare nei dettagli, colgo come una sensazione d’insieme, un rimando del pubblico, diverso ad ogni replica.
Cos’è accaduto dietro le quinte di quello spettacolo?
E’ stato molto tempo fa e dietro quell’enorme cantiere è successo di tutto anche per la natura del luogo nel quale mi sono trovato catapultato insieme a molti altri. Alla corte di Ronconi in un’ex fabbrica Fiat e il dietro le quinte era la sala dove si realizzavano le lamiere. Così i macchinisti in quell’occasione erano addetti ai vagoni che dovevano essere spinti e frenati a mano; mentre gli attrezzisti, normalmente impiegati per gli oggetti di scena, in quel caso, si occupavano in modo quasi maniacale delle auto di provenienza del Museo Fiat, come cocchieri di un re.
E voi attori?
Abbiamo dovuto ‘dimenticare’ quanto avevamo studiato per concentrarci sulla musicalità perché lo spettacolo era concepito per lunghi tratti come un’opera lirica, ovvero un quadro d’insieme tra canto e orchestra, entrambi con più elementi che si sovrapponevano. L’effetto doveva essere la percezione di un insieme cogliendo singolarmente una parola qui e una là. E’ stato un lavoro all’inizio sconcertante che però ci ha messo nelle condizioni di fonderci ed essere un corpo unico.
Quanto racconti mi fa venire in mente un saggio di molti anni fa, “I costruttori di cattedrali”, sul cantiere medioevale nel quale la vera cattedrale simbolica non era l’opera finale, non a caso raramente firmata da un architetto – ben lontani dall’idea registica di oggi dell’archistar – quanto quella cattedrale spirituale della costruzione.
In tal senso il lavoro con Michele Placido che ha messo in scena il “Re Lear” è stato eccellente. Siamo stati messi subito uno di fronte all’altro alle prove, a nudo, in una situazione di intimità con sconosciuti e se questo ha creato all’inizio qualche difficoltà, in meno di una settimana ci ha consentito di diventare amici e di essere una squadra.
Può essere rischioso?
In che senso?
Per il fatto che si mescolino emozioni e tensioni tra il fuori e il dentro il teatro.
Il problema è semmai l’essere una coppia nella vita e lavorare insieme in scena. Per chi si conosce sulla scena, il fatto di abbattere i muri è essenziale, indispensabile. Un attore può percorrere 40-50mila chilometri l’anno, al pari di un camionista e con i propri compagni di scena passa molto tempo e divide un pezzo di vita, a volta è ‘costretto’ a dividere anche una camera d’albergo. Se non si salta la barriera di un comportamento salottiero, diventa faticoso.
Lavorare con Marco Tullio Giordana, a giudicare da quello che arriva allo spettatore dallo spettacolo dev’essere molto diverso.
“The Coast of Utopia” è stata un’esperienza intellettuale di grande interesse per me, anche perché ho ricoperto il ruolo di assistente alla regia, quindi ho imparato molto, anche dal punto di vista tecnico. Considero Giordana un grande maestro del cinema che ha portato a teatro tutta la sua esperienza. Dal punto di vista artistico un testo imponente, profondo, che si ritrova intorno ad una parola caduta in disuso, impegnativa: i-d-e-o-l-o-g-i-a. E’ stata un’operazione di ampio respiro, con un testo nuovo sul palcoscenico italiano, che dal punto di vista attoriale non mi ha dato molto perché mancava di emozione. Siamo stati molto bene ma è stato un viaggio alla fine del quale ci siamo salutati garbatamente.
Cosa cambia nel rapporto e come si riflette nel lavoro il confronto con due personalità così diverse?
Con Giordana il rapporto era cordiale, borghese e composto, elegante com’è lui; con Placido sanguigno. Credo che in questo secondo caso ci sia stata per l’attore la libertà di esprimersi sul fil rouge della pièce che in questo caso era la follia, tanto che una mia scena di litigio con la moglie, è diventata una sceneggiata napoletana, trovandoci due campani insieme, coinvolti in uno scontro. Lo spettacolo di Placido ha delle punte di espressività notevoli, emergono gli attori così come la disarmonia. Marco Tullio Giordana predilige la visione estetica, raffinata, ‘schiacciando’ un po’ l’interpretazione delle singole voci, cercando di mantenere l’espressione sotto tono. Non discuto sullo stile dello spettacolo quanto su quello che avviene prima. Credo che debba succedere qualcosa tra noi, che metaforicamente, una compagnia debba trovare il modo di fare l’amore, anche se poi non si incontrerà mai più. Altrimenti c’è qualcosa che manca.
Talora i registi sono anche attori nello spettacolo, com’è il caso di Michele Placido nel “Re Lear”: cosa cambia per un attore?
La presenza è più forte, talora incombente e può diventare pesante. Ad ogni replica si è sotto esame, non solo, ma il regista-attore in scena qualche volta è distratto perché è difficile separare i ruoli. Di contro un regista che si mette in gioco aiuta ad ‘impastare’ lo spettacolo, ad annullare le distanze e spesso riesce a far capire meglio cosa e come vuole un ruolo, una scena.
Da poco ti sei misurato con la tua prima prova di regia, dove non ti sei messo in gioco tra gli attori. Cos’hai vissuto?
Una cosa molto bella: la sintesi tra la struttura musicale, il ritmo e i sentimenti dei personaggi. Non trovandomi a doverli interpretare, li ho capiti meglio.
Nella tua esperienza duplice, al di là del ricoprire i due ruoli in contemporanea, pensi che un regista attore abbia una marcia in più o comunque per un attore con il quale lavora sia un punto a favore?
Dal mio punto di vista certamente. Per un regista essere anche un attore significa avere più frecce al proprio arco, trovarsi nelle condizioni di spiegare mostrando e di immaginare cosa accada dall’altra parte; nello stesso tempo per l’attore lavorare con un omologo è più facile, anche psicologicamente.

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Sul web:
www.teatroquirino.it

 

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