Giulio Casale: "Abbiamo tempo", un flusso senza tempo fortemente radicato nel presente

Scritto da  Giovedì, 17 Dicembre 2015 

Lunedì 14 dicembre il palcoscenico del Teatro Out Off di Milano ha ospitato una serata unica e straordinaria: Giulio Casale ha portato in scena lo spettacolo di prosa cantata “Abbiamo tempo”. Dopo aver assistito al suo bel concerto con monologhi, poter intervistare Giulio Casale ci permette di rivolgergli tante domande che ci erano passate per la testa mentre guardavamo ed ascoltavamo, assieme ai tanti spettatori che hanno provocato una tale coda in biglietteria da costringere alla lista d’attesa.

 

Il tuo sembra uno spettacolo ‘vintage’, colmo di nostalgia. Come vivi il presente?
“Metà delle canzoni sono tutte mie e scritte negli ultimi tre anni, tutte inedite e nuove. Vedi, se sei memoria cominci ad avere tempo, ecco perché per lo spettacolo sono partito dagli anni ’50. Ma devi essere memoria, non avere memoria”.

Ricordare però Jannacci e tanti altri senza citarli, potrebbe aver messo in difficoltà parte del pubblico, non credi? Perfino io che ne ho sentiti tanti ho fatto fatica a riconoscere al volo le citazioni e gli autori originali!
“Se davvero uno spettatore non ha capito quali canzoni fossero mie e quali di altri, allora l’obiettivo estetico della serata è stato pienamente raggiunto… Un tempo unico, presente. Un flusso senza tempo, se vuoi”.

Dici così perché invece tutti i monologhi sono di tuo pugno, farina del tuo sacco, vero?
“Sì, i monologhi erano interamente miei e ho già ricevuto molte risposte di affetto da chi ha visto lo spettacolo. Viviamo tempi davvero difficili ma serate così danno la carica, mi hanno scritto. Sono forse le parole più abusate del mondo ma questo è il mio mestiere e mi piace”.

Hai insistito sui suicidi, quelli eccellenti come Hemingway, Cesare Pavese e Luigi Tenco. Vedi buio oltre il palcoscenico?
“Prima di fare la mia canzone sulla lettera e la giovane suicida, ci ho pensato bene e comunque non sono nostalgico, io non c’ero neppure quando sono avvenuti quei fatti. Mai credere nell’epoca d’oro, questo dico e naturalmente è interessante contenere tutto questo. Io scherzo sul fatto che i nostri figli sono affascinati dal fascismo. Però, vivere in un tempo in cui la legge ti consente di sparare se uno ti entra in casa è una cosa, ma se conoscessero la storia di come si viveva in dittatura non crederebbero al leghista becero”.

In pratica stai dicendo che manca l’istruzione?
“E’ evidente. Solo quella induce alla vera tolleranza e all’inclusione, sentimenti che sembrano appartenere al passato… ma la lezione che ho ricevuto io da Fabrizio De Andrè con la canzone ‘Geordie’… basta! Ho imparato la lezione subito”.

Anche autoistruzione, quindi, ascoltando grandi poeti, intendi?
“Aprire i cuori non ha nessun senso, pensare che la maggioranza possa avere una dittatura non ha senso. Ho studiato i grandi del passato come De Andrè e Gaber, ogni loro parola si incista dentro di me. Da vent’anni dico che sono autore, scrivo libri, non ho bisogno di questi puntelli a cui agganciarmi ogni volta, così mi va bene usare un testo mio che ha uno sguardo su un altro, come in ‘Grace under pressure’ sugli eroi alla Hemingway ma su tanti di noi anche oggi”.

I tuoi monologhi in effetti sono stati tutti forti, intensi e quando ti accompagni alla chitarra sei davvero coinvolgente. Quanto ti senti impegnato?
“Io sono autore di mio, c’è anche un tempo che ha ucciso le migliori menti delle nostre generazioni e non ho bisogno di quello”.

Non hai mai parlato dei pericoli più vicini all’oggi, quelli che arrivano dagli uomini neri. Come mai?
“Ho volutamente raccontato e cantato che non tutti devono stare sempre inchiodati sull’attualità, facendosi coinvolgere e perdendo di vista il vero presente. A me sembra da una parte che ogni forma di potere ha avuto bisogno di terrorizzare i suoi sudditi perché così il potere ha più gioco, più agio. Però è interessante che il terrore abbia scosso la vita di plastica, ricordandoci che la vita è di per sé insicura. Ma non bisogna farsi schiacciare dall’attualità”.

Perciò i tuoi concetti si basano su…?
“Non vorrai farmi parlare di politica!? Beh, su una convivenza di civiltà, sull’inclusione, sui diritti: l’implicito è quello. Quindi se il terrore porta a dimenticare i diritti dell’uomo come li abbiamo conquistati dopo due guerre mondiali con la Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, se il gioco del terrore è questo, esibire che invece noi siamo aperti… questo è rivoluzionario, mentre uno su tre in Europa vota contro i trattati democratici”.

Bene, torniamo a te. Come nasce la tua scrittura?
“A volte non c’è scarto tra la musica che scrivo io e quella di altri artisti che vado a reinterpretare. C’è un lavoro d’autore anche quando faccio pezzi altrui, ho scritto per diversi colleghi, a me interessa fare teatro e una canzone fa parte del copione”.

Hai raccontato di avere un figlio di 10 anni. E’ vero o sei pieno di figli e di donne?
“E’ tutto vero, ma ho usato un bambino di 10 anni e sono contento di averlo fatto: sapevo di passare sul filo della credibilità raccontando di me fuori dalla scuola a sentire i discorsi degli altri genitori. Ma è vero”.

 

Intervista di: Daniela Cohen
Grazie a: Ufficio stampa Ippolita Aprile
Sul web: www.teatrooutoff.it

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