Gisella Szaniszlò: un talento parte-nopeo e parte ungherese

Scritto da  Francesco Mattana Martedì, 05 Febbraio 2013 

Lo chiamano ‘Effetto Serendipity’: apparentemente la tua vita ha imboccato una certa strada ma poi, per una serie di circostanze casuali, ti ritrovi proiettato in un vortice imprevisto. Gisella è entrata nel vortice del teatro a 22 anni. Forse negli anfratti del suo animo covava la voglia latente di esibirsi davanti al pubblico, ma a livello cosciente non sentiva questa urgenza. Ciò che è certo, più che certo, è che negli anni la crisalide si è trasformata in farfalla multicolore. Il talento l’ha affinato spettacolo dopo spettacolo, accompagnato dalla convinzione, molto presente dentro di sé, che recitare è il mestiere più bello del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

Con “Gypsy” ti sei misurata per la prima volta nel musical. Un ruolo che in tanti desideravano, ma alla fine hanno scelto te.
Tutto è nato da una proposta del regista Stefano Genovese. Ho sempre fatto la prosa, effettivamente il musical è stata una sfida spericolata. Come dicono a Napoli, sono una capa tosta, quando mi metto in testa una cosa vado avanti come un treno.
L’incontro con Stefano Benni ha dato una svolta importante alla tua carriera. Col “Collettivo Le Beatrici” mettete in scena i monologhi surreali dello scrittore bolognese.
Lo adoro, è un anticonformista vero. Infatti ho una voglia matta di ritornare nel Collettivo, ho dovuto interrompere solo perché sarebbe stato sciocco dire di no a Gypsy. È una persona che rispetta molto il talento delle donne, sa valorizzare la nostra bravura. Scherzosamente mi ha detto: “Ah, vai a fare il burlesque? Bene, vai!”. In realtà è contento che faccia quello che mi piace.
Il sacro fuoco per il palcoscenico quando è arrivato?
Intanto è arrivato relativamente tardi, perché ho cominciato a 22 anni. Un mio zio dirigeva un testo di Viviani al Diana di Napoli. Scherzando, pensando che non mi avrebbe preso sul serio gli ho detto: “Dai, faccio un provino anch’io”. E lui, che è abituato a confrontarsi col teatro professionistico, mi ha risposto: “Se vuoi il provino, te lo faccio sul serio”. Quindi tutto è cominciato da lì. Poi c’è stato il passaggio a Roma, e la fondamentale Scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova: considero Genova la mia culla, in questa città è nata la Compagnia dei Demoni, con cui abbiamo raccolto successi anche al di fuori della Lanterna.
Quanto c’è di tuo nel personaggio di Louise, la figlia di Rose in “Gypsy”?
È sicuramente un personaggio nelle mie corde. Entrambi abbiamo in comune il desiderio di trovare una nostra strada, una nostra ispirazione. La differenza forse è che io ho un temperamento più terrigno, mentre Louise ha una natura eterea.
In certi momenti il tuo personaggio fa venire in mente la silhouette di Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”
Me lo hanno detto anche altre persone. È un bellissimo complimento, magari riuscissi a raggiungere la grazia e l’eleganza della Hepburn.
In famiglia qualcuno si è opposto alla tua scelta di fare teatro?
Ho dei genitori moderni: sono entrambi architetti ma non mi hanno mai spinto a seguire le loro orme. La mia è stata una scelta di libertà, sono un po’ kamikaze in quello che faccio.
Sei nata a Napoli, ma le tue origini sono ungheresi. Quanto conservi di partenopeo e di magiaro?
Sono nata e cresciuta a Napoli, quindi senza dubbio c’è molto di partenopeo. La passionalità, la follia, la capacità di adattarsi sono tutte caratteristiche della mia città. Poi il DNA è ungherese: posso dire che di fronte alle situazioni difficili cerco di esibire un finto distacco. Una certa rigidità, dunque, credo mi venga da quella zona europea.
Lavorare con Loretta come è stato?
È straordinaria: si dona completamente al pubblico, non si risparmia. Io glielo dissi subito: guarda che ti ruberò tante cose. E lei, che è una donna generosa, mi ha concesso di rubare tutto quello che volevo.
Fai teatro da un po’ di anni, ti sei già misurata come autrice. “L’odore del mondo” è un testo molto profondo, pieno di sensibilità.
Avevo voglia di mettere in scena un piccolo romanzo di formazione: la ragazza che interpreto cresce attraverso l’esperienza del viaggio, rivede la propria scala di valori scoprendo ciò che è importante e ciò che lo è meno. Un testo in cui ho espresso tutto il mio interesse per le tematiche della migrazione (la protagonista è una moldava). Il pubblico ha risposto molto positivamente: mi sono accorta che durante lo spettacolo i loro occhi cambiavano, vedevi una luce diversa. Un ragazzo mi ha fatto un bellissimo complimento: ha detto che questo spettacolo gli ha ricordato atmosfere a cui era molto legato. Un onore per me riuscire a evocare scenari senza l’utilizzo di scenografie, riuscire insomma a muovere le corde della fantasia.
Dal 2006 lavori con la “Compagnia dei Demoni”, insieme ad altri brillanti ex colleghi della Scuola di recitazione a Genova. Il teatro è più angelo o più demone?
Per fortuna è tutt’e due. Il fascino del teatro consiste proprio in questa compresenza di elementi contrari, la poesia scaturisce da questo incontro.
Col cinema che rapporto hai?
Mi piacerebbe moltissimo un bel ruolo da protagonista. Due in particolare sono i temi che mi piacerebbe approfondire: l’immigrazione e il circo. Temi che a teatro ho già toccato, sarebbe bello viverli in una cornice cinematografica.
Il teatro in Italia riesce a valorizzare a pieno le sensibilità femminili?
Dovremmo occuparci di quello che una donna vale, le donne intelligenti fanno un po’ paura. Personalmente nessun produttore mi ha mai offerto scorciatoie, intuiscono che non le accetterei mai. Verissimo che in questo mestiere ci sono dinamiche non meritocratiche, ma il pubblico è un buon giudice, capisce perfettamente chi merita di durare nel tempo.
L’applauso alla fine dello spettacolo. Che sensazione ti dà?
Caratterialmente sono una timida, ero timida anche quando facevo lezioni di canto da ragazzina. Col tempo ho imparato ad accogliere l’applauso. Ho capito che lo spettacolo in scena è uno scambio di energie col pubblico. E nel momento finale dell’applauso comprendi che questo scambio c’è stato realmente. È una bella soddisfazione.
Sogni nel cassetto?
Quanto mi piacerebbe portare in scena un bel Brecht e un Cechov. Come attore adoro Toni Servillo: che soddisfazione sarebbe dividere insieme il palco.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
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Sul web: www.teatronuovo.it

 

 

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